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28 gennaio 2019

Sulla fame nel mondo

Non esiste il termine di “biofame”, è necessario invece ricordare che esiste invece la “fame” nel mondo.

Esaminando l’ultimo documento FAO dell’11 settembre 2018 si rileva che la stima dei dati rappresentativi della “fame nel mondo” ha subito nel biennio 2016-2017 un incremento pari a ca.17 milioni, passando da 804 a 821 milioni di individui sottonutriti (più del 2% in un anno).

La variabilità del clima ed il numero degli eventi di gravità estrema sono fattori relazionabili comunque alla continua diminuzione della produttività agricola: basti pensare alla conseguente riduzione della potenzialità di lavoro ed alle minori rese di produzione. Le minori rese sono relazionabili, come è noto a chi di agricoltura se ne intende, alle mutazioni dei “timing” climatici.

Accettando il criterio spesso discusso trasmessoci dai primordi della statistica, la situazione attuale è tale da consentire di affermare che la sottonutrizione colpisce un individuo su nove. Il triste primato spetta ai Paesi asiatici: seguono i Paesi africani e poi quelli dell’America latina. Non è quest’ultima una considerazione tranquillizzante, laddove le stime sulla diffusione dello stato di fame, sempre spalmate da quale che sia il governo imperante, non occupano se non molto raramente le pagine di giornali o i servizi giornalistici dei media.

Più di 150 milioni di bambini di età inferiore ai cinque anni soffrono di disturbi della crescita (peso del corpo non commisurato all’altezza) mentre più del 30% delle donne in periodo riproduttivo soffre di anemia. Si potrebbe andare avanti in tal senso interpretando i dati FAO, ma se di conclusioni si vuol parlare occorre dire che: a) la distribuzione del benessere alimentare è quanto meno iniqua, b) le mode alimentari, frutto di distorsioni indotte dalle economie accentratrici, stanno creando proprio nei Paesi considerati comunemente più sviluppati, un danno “nutrizionale” dei più iniqui.

Risultato è quello della distorsione dell’attenzione dalle problematiche reali (fa cui quella quella della fame indotta da maldistribuzione del reddito) verso “mode” e “fantomatiche idealizzazioni di principi non sanciti da alcuna realtà sociale o di scienza della nutrizione. Che la figlia di un cantante di classe, naturalmente non dotata come suo padre, si inventi la dieta mirata a non mangiar carne in un giorno per settimana o che una presentatrice televisiva, visti gli scarsi risultati in scienza giornalistica, si ricicli come distributrice di ricette, può anche far parte dei mille episodi perdonabili di utilizzo indebito di una professione, ma che si distorcano principi sostanziali dell’etica per creare gruppi di potere economico che non hanno alla base se non filosofie sostenute da improvvisati, è ben altra cosa. Quel che meraviglia è peraltro il “potere d’accesso” all’informazione posseduto da certi gruppi di potere: in una rubrica dal titolo “medicina speciale” (6.01.2019) si è avuto modo, ad esempio, di ascoltare una più che fantomatica teoria sulle cause dell’insorgenza dell’osteoporosi sostenuta da un vegano, il quale consigliava, in periodo di gestazione, di non assumere cibi “acidificanti”. Sarebbero questi a modificare il pH del sangue disequilibrando il sistema di distribuzione del calcio. Un’altra teoria chiarificatrice delle cause di mal pensare e mal agire sarebbe quella che attribuisce agli “inquinanti” derivanti dall’agricoltura l’ingresso di questi ultimi nell’organismo umano attraverso la distribuzione dell’acqua nel sistema cellulare. Conclusione:”consumare alimenti biologici”.

Sarebbe opera troppo impegnativa quella intesa a demotivare bio e biodinamici dal perseguire attività intesa a divulgare teorie che non hanno alcun fondamento e che cozzano in modo determinante con una serie di realtà scientifiche che hanno invece un fondamento in necessità di carattere oggettivo. Si è fatto richiamo alla vera problematica della fame nel mondo: è noto in modo incontrovertibile che l’impiego ragionato e consapevole di fitofarmaci ha permesso e permette l’igienizzazione di derrate di base ad alto impatto e che una lotta ragionata va invece rivolta a coloro che non provvedono a regolamentare in modo drastico la vendita e l’impiego di tutti i presidi sanitari destinati all’agricoltura. Attraverso verifiche coordinate e integrate è oggi possibile eseguire ricerche analitiche di altissima efficienza atte a imporre il rispetto di limiti di residui di fitofarmaci che la Normativa Europea ha ben varato e reso noti a tutti gli operatori del settore. Basta quindi potenziare gli Istituti di Controllo e dotarli di potere di possible immediato intervento (diffida, sequesto, distruzione delle merci non a norma, pubblicazione dell’identità di distributori e utilizzatori di fitofarmaci di cui esiste revoca d’uso, ecc.). Si è scelta, in alternativa a tale tipo di soluzione, quella del varo e consenso d’uso del termine “bio”, termine che discrimina psicologicamente l’acquirente che vorrebbe ma non può sostenere un maggior carico di spesa costante: si è avuto modo di esprimere in modo chiaro, in altri scritti con stessa firma la non eticità di esistenza di mercato in merci bio e non bio. Gli alimenti devono essere salubri per principio, non in dipendenza delle capacità d’acquisto ed è indegna di una società civile la coesistenza di due gradi di salubrità.

Ma ciò che lascia esterefatti è la capacità di intervento che i poteri economici del “bio” (ed oggi anche del “biodinamico”) ostentano: il solo risultato, peraltro asociale raggiunto da tali mercati è una ingiustificata lievitazione dei prezzi, realtà troppo dura e attuale con cui occorre che ogni individuo di questa povera (povera!!) nazione deve fare i conti. Tra l’altro, lo dice chi ha svolto e svolge attività di analisi chimica strumentale, perché non si divulga con tutti i mezzi possibili la realtà di un mondo oggi capace di identificare e quantificare i residui di fitofarmaci impiegati in modo inadeguato? L’invenzione di una nicchia di consumatori è il mezzo più errato da adottare se il fine che si vuol perseguire è quello della valorizzazione della produzione nazionale. Si preferisce invece e si permette la divulgazione di affermazioni di contenuto discutibile, trascurando il danno che si provoca a chi studia e sperimenta.

In merito alla ”biodinamica”, che si contrappone, io credo alla “biostatica” preconizzando l’avvento di altro “biocommercio” e relativi “biocontratti”, mi pare ci sia poco da dire. La filosofia di quel “biomalandato” di tale Steiner, ha addirittura trovato dei biosostenitori ancora nel novembre scorso, cosa che ha permesso di tenere un bioconvegno biodinamico con un biorisultato di quelli che non è il caso di ricordare, visto che trattasi integralmente di produzione “bio”.

Da quanto detto, al di là di ogni pregiudizio che i biosostenitori riservano agli alimenti “normali”, è bene tener presente che:

"Se vogliamo raggiungere un mondo senza fame e malnutrizione in tutte le sue forme entro il 2030, è imperativo accelerare e aumentare gli interventi per rafforzare la capacità di recupero e adattamento dei sistemi alimentari e dei mezzi di sussistenza delle popolazioni in risposta alla variabilità climatica e agli eventi meteorologici estremi" hanno affermato i responsabili delle cinque organizzazioni delle Nazioni Unite autrici del rapporto FAO.