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14 aprile 2015

In tema di comportamento ”scientifico”: la Francia blocca le importazioni dalla Puglia infestata da Xilella

focacce di Altamura (Bari) alla trattosia Santa Chiara


In linea con una norma che non ho mai dubitato possa essere quella dominante nelle comunità realizzate fra ricchi e poveri o fra gente di educazione diversa, la Francia pare abbia adottato il principio di precauzione rifiutando l'importazione di specie vegetali originarie di Puglia. Se questo è vero, il provvedimento non dovrebbe meravigliarci: a livello di più ampia portata, anche la produzione di latte italiano "infastidiva" il mercato europeo già dagli albori di quella che ci avevano dato ad intendere fosse la nascita di una soluzione per la nostra "povertà", derivata di fatto da altra precedente nefasta "comunione" realizzata da quell'altrettanto illuso personaggio che alla mancanza di cultura sommava l'incapacità di capire quale fosse l'indole dei vicini di casa, più prossimi e meno prossimi. Il risultato fu, all'inizio dell'era della CECA e successive modificazioni ed aggiornamenti, quello di una politica mirata alla distruzione del nostro patrimonio produttivo "animale". Le mucche italiane erano già da allora "fastidiose" e bisognava abbaterle in nome di una programmazione che si è rivelata assolutamente "perdente", e naturalmente a nostro esclusivo danno.

Oggi è divenuta "fastidiosa" per i nostri vicini la produzione di Puglia, con il beneplacido (almeno fino ad oggi) di tutti quelli che si diceva fossero e che si dice siano con noi coordinati per un bene comune. La norma adottata sarebbe in armonia con il principio del poter mettere in atto, da parte di Paese della comunità, misure necessarie a prevenzione pur in attesa di decisione più allargata.

Siamo alle solite, si usa dire in gergo comune: ma quale danno scientificamente comprovato i nostri vicini di casa possono dimostrare essere incombente? Per attuare una tale misura precauzionale occorre pur disporre di un documentato dossier, firmato da qualcuno che se ne intenda e che non sia solo preposto politicamente alla formalizzazione del provvedimento: è intanto arguibile che su un documento del genere, più o meno scientificamente motivato, non sia entrata in merito la comunità scientifica italiana (che viaggia spesso per Bruxelles) o "comunitaria" , per chiedere che si argomenti in modo strettamente scientifico sulla reale inequivocabile necessità di attuare un provvedimento del genere. Intanto coloro che hanno emesso un provvedimento del genere, compromettendo comunque l'immagine di una regione "fastidiosa" per la potenziale creatività e produttività, a questo punto dovrebbero dimostrare di disporre di ogni competenza specifica sull'origine "vera" dell'insorgenza dell'infestazione che ora si è lamentata in Puglia. Coloro che si pongono in posizione di "alta competenza" spero che almeno non credano nella "generazione spontanea", e dovrebbero capire che il "morbo" o è oggi potenzialmente presente (anche se non ancora evidente) in varie zone d'Europa (Spagna, Portogallo, Tunisia, ecc.) o è strettamente localizzato, per ragioni climatiche-tassonomiche-fitopatologiche nella regione ora presa di mira (la Puglia).

Nel primo caso è ridicolo immaginare che il blocco di importazioni dalla Puglia sia soluzione preventiva utile: un tentativo di soluzione potrebbe solo essere quello di blocco delle importazioni delle specie vegetali "inquinabili" da ogni zona potenzialmente "inquinata" (comprese le Americhe e l'Africa).
Nel secondo caso la prevenzione non avrebbe ragione d'essere messa in atto con localizzazione alla provenienza Puglia, in quanto l'ipotetico untore potrebbe riscontrare il risultato delle sua malefatte soltanto in Puglia.

Aggiornamento del 25 aprile 2015: Leggo in settimana scorsa su "Fresh Plaza" che a Parigi è stata riscontrata per la prima volta la presenza di xilella fastidiosa su un vegetale, ma nulla a che vedere (pare) con importazioni da Puglia.

All'origine di ogni disquisizione che si voglia giudicare pertinente v'è una profonda inconsapevolezza scientifica: peraltro, v'è qualche documentazione che comprovi l'influenza dannosa dell'infestazione da "Xilella fastidiosa" sulle produzioni, al difuori di quella della problematica di produttività? Si spera soltanto che l'attenzione di tipo "preventivo" non venga giustificata da inconsistenti dubbi sulla sicurezza di consumo dei derivati.

In secondo luogo, sarebbe il caso di smetterla di parlare solo di "danni economici", cosi' come ho già detto in una nota pubblicata su questo stesso sito in data 2 dicembre 2014 in tema di Xilella fastidiosa ed in una mia precedente nota sullo stesso tema  pubblicata su "Industrie Alimentari" nella rubrica "Scienza, Mercato, Opinioni". Si rischia che i compagni di comunità prendano posizione temendo l'esborso di soldi a copertura dei danni che noi subiamo per ragioni (almeno per la Xilella) ancora incognite. Queste sono situazioni in cui gli imprenditori dovrebbero pretendere difesa strenua da parte del personale attualmente viaggiante per Bruxelles, in primo luogo: in parallelo necessiterebbe l'adozione di una più consapevole coscienza scientifica, che possa impedire il passivo subire di definizioni stupide come quelle delle "zone rosse" o di differenziata variegatura.
Piuttosto che ipotizzare che gli studenti possano essere "occupati" per un numero maggiore di mesi in un anno, impedendo loro di pensare alla miseria in cui ci dibattiamo ed al loro incerto futuro, si pensi alla programmazione della ricerca scientifica da parte dei già esistenti "addetti ai lavori". Invece che sentenziare sulla "zona" da cui proibire l'importazione di specie vegetali, se veramente si vuole che sussista una comunità, ci si dia da fare tutti "scientificamente" per la identificazione delle vere cause e per la proposta di soluzioni che non facciano ridere. Si precettino, ad esempio, coloro che si definiscono addetti sceintifici ai lavori e si imponga loro la consegna di risultati documentati sulle sperimentazioni svolte, da divulgare (positive o negative che siano) sugli organi di stampa.

Sono trascorsi molti anni dalla prima pubblicazione de "I Promessi Sposi": i francesi probabilmente non ne conoscono, per loro sfortuna, il contenuto. Altrimenti avrebbero evitato di trattare il problema in modo diverso da quello descritto dal Manzoni a proposito della "peste" a Milano. Ma cosa cercano, di identificare l'untore?
In un qualcosa che si voglia considerare comunità ci sarebbe solo da rimboccarsi reciprocamente le maniche.