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9 ottobre 2018

Di tutto si parla fuorchè di formazione


Fa raccapriccio sentir parlare, in varie trasmissioni ed in vari giornali, di analisi del perchè ci si ritrovi a fare da fanalino di coda dell'Europa (così almeno sento dire) e perchè il numero di coloro che in Italia fra 15 e 29 anni non hanno nè in corso un piano di studio nè un lavoro è davvero impressionante.

Se affermassi di poter dire che il perchè è facile da identificare farei inviperire tutti i parlamentari, visto che si ritiene che solo da parte loro è lecito sentenziare.
Ma se mi permetto di dire qualcosa in proposito senza pretendere di aver veramente identificato il "perchè", ma solo permettendomi di dire la mia, credo che una decina di auditori in Italia potrei sperare di recuperarli.


Secondo lo scrivente, abbiamo soltanto dimenticato chi siamo e dimenticato di avere il diritto di parola.
Chi siamo? Siamo un popolo di gente che aveva da porre come biglietto da visita quello della detenzione della cultura. Non se ne sente mai parlare, e si sente invece recriminare sempre (alla maniera di calimero) su quello che non abbiamo rispetto agli altri. Avevamo da vendere "cultura" e giovani colti, formati in scuole tenute in povertà ma in onore di sapere. Abbiamo voluto copiare gli schemi di formazione di gente che aveva tendenze diverse e finalità culturali diverse: avanti con le lauree a tutti, avanti con la semplificazione degli studi, avanti con il tecnicismo, avanti con il diritto allo studio livellato sul minimo, ed ecco il risultato. Si è regalata l'illusione del potere della laurea, e nei singoli settori si sono dette delle bugie: che l'industria chimica italiana aveva un futuro, che era opportuno non mungere le vacche ma farle fuori perchè in sovrannumero, che l'olio d'oliva dovessero usarlo solo i terroni come me e che invece di grano si dovessero piantare girasoli, che dovessimo considerare come raggiungimento di posizione quello che corrispondesse al raggiungimento di potenzialità d'acquisto di una Ferrari, e che tutti gli emigrati al nord dovessero fare i dirigenti.
Avevamo quindi da vendere cultura (e con questa le arti, il prosieguo di una grande ingegneria di Leonardo, la valorizzazione dell'agricoltura, la creazione di centri d'accellenza che non perdessero tempo a riempire scartoffie per i progetti europei, ecc.): invece abbiamo relegato la scuola all'ultima delle posizioni di interesse. Si sente parlare solo di finanziamenti a pioggia, spostando le nuvole con artifizi da genio italiano, ma di rivalutazione della cultura, di autonomia della cultura non se ne parla più.
Vogliamo capirla che noi, in Italia, siamo nati con un denominatore comune, che è quello del cervello funzionante e con la capacità di far crescere gli olivi sulle pietre oltre che menar d'aratro in modo magistrale? Peraltro in un ambiente che potrebbe dar pane e companatico purchè rispettato a dovere senza gasdotti od oleodotti che di "dotto" non hanno nulla!

In poche parole: abbiamo rinengato le origini e abbiamo vuluto immetterci in economie che nulla hanno a che vedere con la nostra. Possedevamo una scuola e ne abbiamo rinnegato il valore, invece di potenziare a livello superiore le scuole che troppi spregevolmente hanno indicato come "tecniche", senza rispettare e valorizzare gli studi umanistici e delegando tutto alle università....che abbiamo poi livellato sul basso copiando principi culturali d'oltralpe.
Rischiamo di vederci trasportare il vallo Adriano sulle Alpi o più giù ancora..... e ci preoccupiamo, invece di tentar di unire le forze dei braccianti agricoli e dei giovani ed anche dei vecchi (finchè ce la fanno) per ricostituire un sistema culturale vero, efficiente come quello delle Polis!