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9 febbraio 2016

Sui ”test” di ammissione alla cultura

Con data 8 febbraio 2016 è stato emanato un D.M. con il quale si dichiara chiusa in data 10 febbraio la graduatoria nazionale per i corsi di laurea ad accesso programmato (corsi di laurea a numero chiuso).
Si spera che quanti hanno contribuito a definire le regole imposte a tanti “aspiranti” siano disposti con serena umiltà a leggere le brevi considerazioni che qui si riportano:
    1. Quando si adottano “regole” rivolte a condizionare la vita di un giovane, è buona norma enunciare preventivamente i principi che spiegano le ragioni per le quali le regole stesse vengono “emanate”. Le regole, quando sono soltanto imposte, non meritano la denominazione di regole, ma finiscono per assumere il carattere di “soprusi”. Quando si parla di “ragioni” occorre quindi riferirsi a considerazioni di carattere oggettivo, indiscutibili perché soggette alla verità ed alle necessità di un Paese, e che non devono avere la benchè minima probabilità di venir considerate frutto di decisioni corporative o di potere. Si rischia altrimenti di creare nel giovane il sano istinto della ribellione: quando non si ha il potere di gestire la ribellione in modo utile, come accade da parte dei giovani in condizioni “normali”, si creano i presupposti della sfiducia verso chi condiziona la loro vita. Chi provoca senso di sfiducia da parte di un giovane verso chi ha in mano le redini del potere è da definirsi almeno “guerrafondaio”, quindi provocatore di un malessere che prima o poi si espliciterà in vero e proprio “danno” per la personalità di chi soggiace.

    2. La decisione di sottoporre l’ingresso in un corso di laurea a un “test” è quanto meno frutto di ingenuità didattica: non c’è molto da argomentare, se si pensa che un test della tipologia di quelli che si ha modo di vedere adottati non è assolutamente in grado di selezionare. Ma cosa si pretende di poter selezionare in due-tre ore se le selezioni possibili non vengono sempre attuate nelle scuole che precedono i corsi universitari? Tra l’altro la dimostrazione della sfiducia degli stessi “programmatori” dei test verso l’effetto selezione dei corsi di studio superiori è data dalla mancata inclusione dei voti di maturità fra i parametri condizionanti l’ ammissione ai corsi universitari “a numero chiuso”. Nozionismo e certosina non didatticamente utile disattenzione per il concreto appaiono essere tra l’altro, agli occhi dei più, le “regole” adottate nella redazione dei “test”, che ricordano nè più nè meno il "lascia o raddoppia" di un tempo.

    3. Veniamo al concreto. Un giovane che riesce a convincere suo padre a raccogliere gli ultimi centesimi per tentare la scalata verso una laurea che gli sembra congeniale, viene spesso costretto da una graduatoria “nazionale” alla frequenza in luogo ove gli ultimi centesimi non sono sufficienti per una vita dignitosa di studente. Il meccanismo di “scorrimento” delle sedi è poi quanto di più “rinascimentale” si possa immaginare. Serve a dimostrare ad un giovane che il mondo è fatto solo di “regole”? Non è questo il modo di incentivare un giovane alla fiducia per chi decide: bisognerebbe non trasmettere per televisione, tanto per iniziare, l’incentivazione per il caso e per le riffe, e non permettere quindi le trasmissioni sui pacchi su Rai 1, o non permettere la vendita di “gratta e perdi” in ogni luogo in cui possa entrare chi di lire ne ha o non ne ha.

    4. Il condizionamento della volontà, anche nel caso delle iscrizioni ai corsi universitari, e quindi per la cultura, non è operazione socialmente rispondente a criteri di didattica né moderna né tradizionale. La libertà di iscrizione e di frequenza in una sede dovrebbe esser limitata dalle oggettive difficoltà di recepimento da parte della sede stessa e non risultare condizionata dal numero delle crocette apposte o non apposte nel corso di svolgimento di un test. Ci si è mai posto il problema di definire quale possa essere il numero di “risposte esatte” che sono solo frutto del caso?

    5. Quest'ultimo punto mi viene suggerito da un lettore ed è doveroso includerlo. Ho dimenticato di ricordare infatti che nel Sud del '900 v'era l'Università di Napoli ad accogliere dalla Puglia coloro che avessero voluto frequentare l'Università, proprio per medicina, ma non soltanto. Ma tanti che avevano intenzione e capacità non avevano una situazione economica che permettesse loro di trasferirsi per frequentare. Addirittura il Fascismo fu capace di tener conto della necessità di fondare l'Università degli Studi a Bari per evitare di penalizzare i pugliesi che avessero avuto capacità e volontà di progredire negli studi, ed anche per ridurre per quanto possibile il disagio della vita di studio in lontananza dalla famiglia, con costi insostenibili per i più. Oggi invece si è inventato, sotto la giustificazione di una garanzia di perbenismo, un perverso sistema di decentramento degli aspiranti, spediti in ogni parte d'Italia da un'altrettanto perverso automatismo che poco ha di congeniale con un programma culturale che debba mirare lontano.

      Forse si è inteso sottrarre il sistema di cooptazione degli studenti aspiranti a corsi di laurea a numero "chiuso", al paventato intervento di gruppi di potere: si è invece rafforzato solo il potere di coloro che possono economicamente sostenere i costi di trasferimento alla sede di studio che il sistema "garantista" designa. Con ciò riaffermando il potere della casta di chi può.