-

3 giugno 2015

Adriano Sacco circa un anno fa ci lasciava - Fernando Tateo, che fu suo allievo, lo ricorda

Tesi di Laurea di Adriano Sacco (1948)


A cura di Fernando Tateo e per gentile concessione della Sig.ra Liù Sacco si riporta qui di seguito una "nota di curriculum" di Adriano Sacco ed il testo della sua ultima lezione, testo da lui intitolato "conferenza d'addio".


Note di curriculum

Adriano Sacco si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università di Milano nel 1948.
Assistente incaricato presso la Cattedra di Chimica Analitica della stessa Università dal 1948 al 1951. Assistente di ruolo presso la Cattedra di Chimica Industriale dal 1951 al 1953 e presso la Cattedra di Chimica Generale e Inorganica della stessa Università dal 1953 al 1963.
Abilitato alla Libera Docenza in Chimica Generale e Inorganica nel 1955 e vincitore di premi di operosità scientifica, banditi dall’Università di Milano, negli anni 1953, 1955, 1956, 1958, 1960 e 1962. Dall’ottobre 1960 al settembre 1961 ha lavorato in qualità di Research Associate presso il Massachusetts Institute of Technology, dove, fruendo di una borsa di studio di quel Politecnico, ha svolto ricerche in  magnetochimica, spettroscopia  e strutturistica nel campo dei complessi dei metalli di transizione. Vincitore, nel 1963, del concorso di Cattedra di Chimica Generale e Inorganica dell’Università di Bari, ha ricoperto in qualità di professore ordinario, la Cattedra di Chimica Generale e Inorganica presso la Facoltà di Scienze di questa Università dal 1963 al 1982. Direttore dell’Istituto di Chimica Generale e Inorganica della Facoltà di Scienze dal 1964 al 1974. Nel 1982 venne chiamato alla Cattedra di Chimica presso la Facoltà d’Ingegneria della stessa Università.

Ha pubblicato in massima parte su riviste internazionali, sui seguenti argomenti:

a)sintesi e caratterizzazione strutturale, mediante indagini magnetochimiche e di spettroscopia uv, ir, nmr, esr, di numerosi nuovi composti di metalli di transizione in bassi stati di ossidazione, con particolare riguardo ai complessi isonitrilici e a quelli con le fosfine e difosfine terziarie;

 b) ricerche sulla attivazione di piccole molecole, come ossido d’azoto, biossido di carbonio, diidrogeno, diazoto, diossigeno, ossido d’azoto, biossido di solfo, promossa da complessi di metalli di transizione;

c) studio dell’attività catalitica dei complessi metalli di transizione nelle reazioni di idrogenazione e di carbonilazione di substrati organici (quali olefine, ammine aromatici, nitro e nitrosocomposti aromatici) in fase omogenea;

d) studio cinetico delle reazioni di carbonilazione e di decarbonilazione di metallo-carbonili sostituti;

e) ricerche su argomenti di chimica metallo-organica.


Conferenza d'addio

Ringrazio coloro che hanno voluto presentarmi, voi con parole così lusinghiere e per l’affettuoso apprezzamento della mia attività didattica e scientifica.

Cari studenti e Colleghi,

È con un certo rammarico mi accingo ora a tenere l’ultima lezione a coronamento di un ciclo di attività didattica comprendente complessivamente, tra Milano e Bari, poco meno di 70 distinti corsi di insegnamento, tenuti a studenti di chimica industriale, di chimica e di ingegneria.

 Ho scelto per questa lezione, che nelle mie intestazioni doveva essere destinata ad un uditorio costituito essenzialmente da non-chimici (ma vedo con piacere che è qui ad ascoltarmi anche un folto gruppo di amici e colleghi, tutti valentissimi chimici) un tema di carattere assai generale, che da almeno 20 anni è soggetto di discussione e di studio in innumerevoli Convegni e Tavole Rotonde: La Chimica e l’Ambiente.

L’ho scelto non tanto per tessere un ennesimo panegirico sull’incommensurabile e insostenibile contributo da questa disciplina alla  qualità della vita, quanto per porre in evidenza come ciascun individuo, e quindi anche quelli ignari di chimica, svolga direttamente, anche se in modo inconsapevole, delle attività chimiche che inevitabilmente modificano, quasi sempre in peggio, l’ambiente in cui vive.

Come tutti quanti già ben sapete, l’Uomo ha iniziato a svolgere attività chimiche ben prima che nascesse il concetto stesso di chimica: egli ha incominciato a far chimica dal lontanissimo giorno (che risale a milioni di anni fa) in cui imparò a creare e a mantenere il fuoco, ossia a dominare una fonte di energia indispensabile per trasformare la materia. Si ritiene dai più che per tutta l’era neolitica e grosso modo fino al 3000 AC, le attività chimiche dell’uomo si limitassero essenzialmente a quelle inerenti al mantenimento di fuochi, alla cottura dei vasi d’argilla e, una volta all’anno, alla fermentazione alcolica del succo d’uva e di poca altra frutta (attività chimica, questa, assai apprezzata fin d’allora). In realtà, già a partire da almeno il 4000 AC si svilupparono, particolarmente in Mesopotamia, in Egitto, in India e in Cina, numerose, e in molti casi complesse ed elaborate tecnologie chimiche che recarono, per citare solo alcune, alla produzione di vetri, di coloranti, di adesivi, di detergenti, di metalli.

Ad esempio, già 4000 anni fa gli Egizi usavano per le pulizie qualcosa assai simile alle attuali soluzioni saponose, che essi ottenevano trattando gli olii vegetali con la liscivia ricavata dalle ceneri delle piante; queste ultime contengono infatti notevoli quantità di ossidi carbonati alcalini, che provocano la reazione di saponificazione degli esteri costituenti gli olii. A quei tempi essi sapevano già usare processi di tintura oggi noti come tintura al tino e tinture al mordente, i primi venivano realizzati sottoponendo a fermentazione alcune piante, come l’indaco e il guado, in modo da trasformare i loro pigmenti colorati insolubili in una forma ridotta incolore, ma solubile in acqua: immergendo i tessuti in questo liquido di fermentazione e poi facendoli asciugare all’aria si provocava la riossidazione della sostanza organica nella forma ossidata insolubile e colorata, stabilmente fissata al tessuto (sono stati trovati tessuti di lino ancora intensamente colorati, dopo migliaia di anni in blu-violaceo (indaco) e giallo (guado) ); i coloranti al mordente, costituiti da sostanze organiche naturali colorate e solubili, come ad esempio lo zafferano, venivano fissate stabilmente alle fibre con una tecnica identica a quella che si usa attualmente: trattando i tessuti con soluzioni di allumi (minerali costituiti da solfati doppi di alluminio e metalli alcalini) si faceva precipitare sulla fibra, per idrolisi del sale, ossido d’alluminio idratato il quale è grado di legarsi stabilmente sia alla fibra, sia alla sostanza organica colorata.

 La concia delle pelli, che richiede un ciclo di lavorazioni abbastanza complesso, è un altro esempio di antichissime applicazioni di tecnologie chimiche, ma è soprattutto nel campo metallurgico che l’uomo ha saputo sfruttare il proprio acume, ingegno e spirito di osservazione per realizzare quelle tutt’altro che semplici trasformazioni chimiche che recano da sostanze terrose, incoerenti, friabili e di scarsa, se non nulla utilità pratica, a quelle sostanze compatte, dure, tenaci, malleabili, facilmente modellabili e di insostituibile ausilio in numerosissime attività umane, quali sono appunto i metalli.

 Una volta individuate le peculiarità meccaniche dei metalli in seguito all’occasionale ritrovamento di campioni metallici allo stato nativo, essenzialmente rame, raramente oro e argento, eccezionalmente ferro meteoritico, e in seguito alla certamente del tutto occasionale constatazione che il carbone di legna rovente era in grado di estrarre lucente lingottini metallici da certe pietre, iniziò a partire da almeno il sesto millennio precedente l’Era Cristiana una proficua attività, volta alla produzione dei metalli. Così, dopo il rame quasi puro, facilmente   ottenibile per riduzione di alcuni minerali ossidati dal rame, come ad esempio la malachite Cu2(CO3)(OH)2, vennero prodotte diverse leghe di rame a partire da essenzialmente da minerali solforati come ad esempio la calcopirite CuFeS2. Qui già si rendeva indispensabile adottare tecniche molto più evolute: era infatti necessario saper controllare le proprietà ossidanti e riducenti dell’atmosfera della fornace, in quanto tale atmosfera doveva essere in grado di ridurre il rame, ma di ossidare contemporaneamente il ferro ad ossido ferrico. Questa capacità di saper conferire all’atmosfera del forno le proprietà chimiche più convenienti era sfruttata anche in altri campi: i Greci sapevano infatti conferire un bel colore rosso alle loro ceramiche cuocendo le argille ricche di ferro in atmosfera ossidante, che ossida il ferro ad ossido ferrico, o un bel colore nero intenso cuocendo le in atmosfera riducente, che dà luogo alla formazione di magnetite nera. Quegli abilissimi artigiani metallurgici seppero utilizzare via via minerali sempre più poveri, che rendevano però necessaria l’aggiunta di sostanze capaci di fluidificare le scorie. Così, mentre i manufatti di rame più antichi contenevano soltanto piccole quantità di arsenico, i cui minerali solforati accompagnano comunemente la calcopirite, e la cui presenza si rivela assai utile in quanto, in lega con il rame, conferiva al metallo una particolare durezza, l’utilizzo come fondenti di particolari minerali recò ben presto alla produzione di altre leghe: nelle zone in cui erano più facilmente reperibili minerali di stagno, come ad esempio la cassiterite SnO2, vennero prodotti i bronzi in altre, dove erano più reperibili minerali di zinco, vennero prodotti gli ottoni.

 Si badi che queste trasformazioni della materia erano ovviamente condotte e nell’ignoranza assoluta delle leggi che regolano le trasformazioni stesse, e nella completa mancanza di metodi che potessero dare qualche, sia pur grossolana, indicazione sulla composizione delle miscele trattate. È ben comprensibile quindi come fossero necessari millenni di tentativi empirici e di attente osservazioni dei risultati ottenuti per poter compiere, ogni tanto, qualche piccolo passo avanti in campo tecnologico.

 Ma non è mia intenzione fare qui la storia delle scoperte tecnologiche: ho citato brevemente alcuni fondamentali aspetti delle attività protochimiche umane per sottolineare come la chimica abbia sempre profondamente influito sulla qualità della vita: qualità che è tanto più elevata quanto più confortevole e meno faticoso diventa il vivere. E già nei tempi più antichi si poteva avere, grazie alla chimica, un salto notevole nella qualità della vita potendo disporre, ad esempio, di un aratro metallico anziché di un rozzo arnese di pietra e legno per dissodare il terreno e prepararlo alla semina.

 La chimica come scienza, e di conseguenza la chimica come industria, nasce agli inizi del secolo scorso, e ha compiuto dei passi davvero giganteschi in questo ultimo: il primo pozzo di petrolio che tanta parte ha nella nostra vita attuale sia come sorgente di energia, sia come materia prima per la produzione di innumerevoli materiali del cui uso materiale non potremmo assolutamente fare a meno, fu scavato in Pennsylvania nel 1859.

 All’inizio di questo secolo risale la prima produzione di superfosfati per trattamento con acido solforico delle fosforiti minerali, seguita poi dalla produzione del cosiddetto superfosfato triplo per trattamento degli stessi minerali con acido fosforico, e nel 1913 nasce il primo impianto di produzione dell’ammoniaca per la sintesi diretta da azoto e idrogeno secondo il processo Haber. Queste sono tappe assai importanti, poiché fosforo e azoto ammoniacale sono, come ben sapete, nutrienti indispensabili alla crescita delle piante, e rappresentano pertanto i costituenti principali dei moderni fertilizzanti di sintesi, che hanno permesso di aumentare considerevolmente la produttività dei terreni agricoli.

 Voglio citare solo alcuni dei prodotti di largo consumo che si preparano a partire dalle materie prime messe a disposizione dall’industria petrolchimica. I primi processi di polimerizzazione delle olefine vennero realizzati nel 1930 dallo scienziato tedesco Staudinger, per tale motivo insignito del premio Nobel nel 1953. Nel 1935 venne realizzata per la prima volta negli stabilimenti dalla Du Pont la polimerizzazione di acidi carbossilici e di ammine che reca alla formazione delle poliammidi, ossia di sostanze strettamente analoghe a quelle esistenti in molti materiali organici naturali, come ad esempio nella seta. Nel 1938 la Du Pont iniziò la produzione commerciale del Nylon. Negli anni 30iniziò negli Stati Uniti la produzione di polivinilcloruro, noto comunemente come PVC, nell’Inghilterra la produzione delle resine metacriliche (come ad esempio il trasparente Perspex utilizzato per la produzione dei cosiddetti “vetri infrangibili”). Successivamente il premio Nobel Natta individuò i catalizzatori e le modalità operative necessarie per la realizzare una conveniente polimerizzazione del propilene, dalla quale si ottengono materiali plastici, come il Moplen, aventi caratteristiche fisiche e meccaniche assai superiori a quelle del politene. Circa negli stessi anni venne ottenuta in Germania, per copolimerizzazione di butadiene e stirene, una gomma sintetica aventi qualità superiori a quelle della gomma naturale (la cui produzione sarebbe comunque di gran lunga insufficiente a soddisfare il fabbisogno mondiale).

 Perderei però troppo tempo, e quasi certamente vi annoierei, se mi soffermassi a elencare l’enorme quantità di nuove sostanze e di nuovi materiali prodotti dall’industria chimica in questi ultimi cinquant’anni. Basti ricordare che tutto quello che la chimica ha prodotto ha fortemente influito sullo sviluppo di tutte le altre attività umane: fertilizzanti, i fitofarmaci, i pesticidi, i fungicidi nel campo dell’agricoltura hanno permesso di sconfiggere la fame in molte zone del mondo; i moderni medicinali in campo farmaceutico hanno permesso di debellare molte malattie, contribuendo all’allungamento della vita media dell’uomo; la produzione di nuove leghe e di materiali compositi non-metallici ha permesso la realizzazione di mezzi di trasporto, terrestri, navali ed aerei, più rapidi, più economici e più efficienti; la produzione dei propellenti per motori a razzo ha permesso la conquista dello spazio extraterrestre e la messa in orbita di numerosi satelliti che permettono pressoché istantanee comunicazioni intercontinentali e la realizzazione di sistemi di locazione che ancora pochi anni fa erano ritenuti fantascientifici (è oggi possibile a chiunque localizzare la propria posizione sulla superficie terrestre con un’approssimazione di qualche metro, oltre a determinare elevata accuratezza la velocità e la direzione verso cui eventualmente ci si muove); la produzione su larga scala di fibre e tessuti sintetici a basso prezzo ha risolto ogni problema di vestiario (al di fuori di quello che travagliano coloro che vogliono assolutamente seguire ogni moda); la produzione di metalli estremamente puri (quali il germanio e il silicio) e l’applicazione dei fondamentali principi della chimica teorica hanno permesso la realizzazione della moderna tecnologia elettronica; la conoscenza dei principi che governano la formazione e la rottura dei legami chimici e la capacità di determinare la struttura di assai grosse e complicate molecole hanno contribuito allo sviluppo della moderna biochimica e alla comprensione dei principi che governano i complessi sistemi biologici.

 Riassumendo, per porre rapidamente fine all’inevitabile panegirico, le tecnologie chimiche, necessariamente poche e rudimentali nei tempi più antichi, sono andate assai lentamente aumentando di numero fino all’epoca moderna. Ma solo con la nascita della chimica come scienza, all’inizio del secolo scorso, i processi chimici, e il numero delle sostanze e dei nuovi materiali con essi ottenuti, hanno iniziato ad aumentare sempre più rapidamente, crescendo in modo esponenziale negli ultimi 50 anni.

 La straordinaria influenza esercitata dalle varie attività chimiche sul progresso civile viene evidenziata assai bene dalla strettissima interdipendenza che si riscontra tra crescita della popolazione mondiale e crescita delle conoscenze chimiche, come si vede nel seguente diagramma. La curva nera continua rappresenta l’andamento della popolazione dal 1650 a tutt’oggi: l’umanità ha impiegato milioni di anni per colonizzare faticosamente alcune zone nei diversi continenti; ha impiegato comunque circa 2000 anni per far crescere la propria popolazione globale da qualche centinaio di milioni di individui presenti sul globo in era precristiana a poco più di un miliardo nel 1850 (solo circa 140 anni fa), poi è iniziata una crescita tumultuosa che, a ritmi frenetici, ha recato negli ultimi tempi ad un raddoppio ogni 35-40 anni circa.

 Nonostante il fatto che, nei secoli passati (ma ancora oggi in molte zone del mondo) quasi tutte le donne fossero pressoché sempre pregne dai 15 ai 40 anni, e il numero delle gravidanze si avvicinasse molto ad una media di 20 per donna, gli elevati tassi di mortalità prenatale e infantile prima, la fame, le pestilenze, le guerre poi per quelli che sopravvivessero abbassavano il tasso di crescita della popolazione a valori irrisoti; i progressi, conseguenti allo sviluppo delle conoscenze chimiche, ottenuti soprattutto in campo agricolo, zootecnico, farmaceutico e medico giustificano l’andamento della curva.

 Le linee tratteggiate rappresentano tre possibili scenari futuri. Uno riflette il punto di vista di quelli che credono fermamente nelle sorti magnifiche e progressive dell’umanità, o che hanno una fiducia illimitata nella divina provvidenza: la crescita della popolazione mondiale può continuare con il tasso attuale di un raddoppio ogni 35 anni, ossia circa v3 raddoppi in un secolo, che porterebbe la popolazione mondiale a più di 40 miliardi di individui nel 2100 e più di 350 nel 2200. Per un numero considerevole di motivi, alcuni facilmente intuibili, questo scenario ha ben poche probabilità di avverarsi. Un secondo scenario riflette un punto di vista ottimistico: l’umanità saprà trovare presto un giusto equilibrio tra le disponibilità delle risorse e il numero della popolazione, in modo da arrivare ad uno stato stazionario. Ciò implica tuttavia un serio controllo delle nascite su scala mondiale, controllo assai facilmente attuabile con metodi chimici, ma che può sollevare molte perplessità e incontrare notevoli resistenze sul piano etico e religioso.

 Il terzo scenario riflette invece un punto di vista pessimistico, ma forse più probabile: si va avanti passivamente con l’attuale tasso di crescita fino al superamento di un certo livello di guardia: dopodiché, guerre o pestilenze planetarie, o altri più subdoli ma inevitabili flagelli porteranno rapidamente il numero della popolazione a livelli più confacenti a quelli sopportabili dal pianeta Terra.

 I motivi che rendono impossibile continuare con questo tasso di crescita risiedono nella ovvia limitatezza delle risorse non rinnovabili, come carbone fossile, petrolio gas combustibili, delle quali si manifesteranno inevitabilmente le penurie a scadenze non troppo lontane, sia nella continua diminuzione della quantità di risorse rinnovabili disponibili; per queste ultime si prevede nei prossimi 50 anni un depauperamento di e complessità tali da non avere precedenti nella storia dell’uomo (basti pensare a ritmo con cui, per varie ragioni, procede la deforestazione del pianeta). È molto importante ricordare che la disponibilità di risorse rinnovabili sono collegate tra loro, sulla base di relazioni non lineari e retroattive, in sistemi interdipendenti di elevata complessità: l’eccessivo prelievo di una singola risorsa può recare al superamento di una soglia critica e provocare problemi ambientali del tutto imprevedibili.

 Le attività umane influiscono sulla disponibilità delle risorse rinnovabili in vari modi: un modo è quello secondo cui è meglio la gallina oggi che l’uovo domani, ossia è quello di mangiarsi il capitale consumando o degradando le risorse con una velocità superiore a quella con cui esse possono rigenerarsi; un altro è quello legato alla crescita demografica, che non può che far diminuire la disponibilità delle risorse pro capite, con la conseguenza generare fortissime tensioni sociali e causare conflitti.

 Voglio rammentare a tale proposito solo un paio di esempi. Il Bangladesh non soffre di degrado del suolo e le inondazioni annuali del Gange e del Brahmaputra depositano strati di limo che assicurano fertilità delle vaste pianure coltivabili. La popolazione del Paese assomma tuttavia 120 milioni, e al ritmo attuale di crescita si raddoppierà prima dei prossimi 40 anni; le terre coltivabili, circa 800 mq pro capite, sono tuttavia già adesso abbondantemente al di sotto del fabbisogno, tanto che negli ultimi 40 anni più di 15 milioni di persone sono emigrate nelle zone limitrofe dell’India, causando feroci conflitti con le popolazione locali che hanno provocato decine di migliaia di morti.

 Una vera e feroce guerra è scoppiata alcuni anni fa tra El Salvador e l’Honduras, dove una crescita demografica del 3,5% annuo, corrispondente ad un raddoppio della popolazione in soli 20 anni, accompagnata da inconsulte deforestazioni (per la vendita del legname) e conseguenti erosioni dei terreni coltivabili scoscesi hanno considerevolmente ridotto la disponibilità pro capite del terreno coltivabile, provocando quelle tensioni tra le popolazioni confinanti che hanno condotto la guerra. Le estese deforestazioni provocano per vari motivi, non ultimo il taglio degli alberi per la loro vendita sui mercati esteri, come oggi avviene in modo esteso nel Sud-Est asiatico, nell’Africa occidentale, nell’America del sud, produce elevati e facili guadagni nel breve termine, ma provoca assai gravi conseguenze nel lungo periodo: la deforestazione riduce la capacità del terreno ad assorbire acqua durante le precipitazioni intense, con conseguente erosione e formazione di piene improvvise che danneggiano ponti , strade, sistemi di irrigazione e molte altre infrastrutture. Il materiale eroso si deposita negli alvei dei fiumi riducendo la capacità di produrre energia idroelettrica, e provoca l’interramento dei bacini artificiali e dei canali irrigui.

 La scarsità delle risorse idriche si farà sempre più sensibile in tutto il mondo e contribuirà notevolmente sia ad aggravare le attuali tensioni politiche, sia a crearne di nuove, in certi Paesi le disponibilità idriche sono già ora disperatamente scarse: ad esempio in Giordania sono di circa 700 litri/persona giorno, che si ridurranno a circa 230 entro i prossimi 30 anni, in Libia e in Arabia Saudita sono di circa 400 litri/persona giorno, che si ridurranno a circa 150 entro lo stesso termine. Si tenga presente che tali disponibilità comprendono le considerevoli quantità d’acqua richieste per gli usi agricoli e industriali, e che ne rimane quindi ben poca a disposizione di ogni individuo non dico per lavarsi, ma anche solo per bere e cucinare. Per confronto, rammento che l’acqua a disposizione dei cittadini dell’antica Roma, esclusa quindi quella utilizzata per l’irrigazione, era di  circa 270 litri/personagiorno. necessità delle conseguenze chimiche per mantenere costante il livello delle risorse rinnovabili, assicurando un maggior riciclo dei materiali utilizzati.

 Ora, come tutti sanno, nonostante tutte le sue benemerenze, nonostante il sostanziale e insostituibile contributo che ha recato al miglioramento della qualità della vita di tutti i popoli civili, la chimica ha nell’opinione pubblica una assai cattiva immagine. Nel diagramma seguente sono riassunti i risultati di una recente indagine condotta negli Stati Uniti su come venga recepito dell’opinione pubblica il contributo dato al buon vivere da alcuni beni e servizi essenziali. Vi è una evidente correlazione tra il grado di famigliarità, di dimestichezza con lo stesso bene, e ciò non deve meravigliare: quanto meno si conosce una cosa, tanto meno la si può giudicare utile. Nemmeno i farmaci, il che è tutto dire, occupano una buona posizione in tale diagramma (ma ciò si può comprendere pensando al numero considerevole di farmaci inutili buttati sul mercato a solo scopo di lucro e ad alcuni gravissimi incidenti occorsi in passato, come nel caso della talodimide); tuttavia i fertilizzanti, i fitofarmaci, i prodotti chimici, i pesticidi risultano all’opinione pubblica poco meno dannosi dell’energia nucleare. La cattiva immagine che i prodotti chimici, e la chimica in generale, assumono nell’opinione pubblica non è però dovuta soltanto alla scarsissima conoscenza che la maggior parte della gente ha di questa materia, ma in parte non trascurabile al notevole impatto di certi avvenimenti sull’immaginario collettivo: per rimanere nell’ambito delle vicende italiane ricordo che due famosi “disastri chimici” (che peraltro non hanno provocato morti), quello di Seveso, che ha provocato la diffusione in una zona densamente popolata di una sostanza estremamente nociva come la diossina, e quello di Manfredonia, che ha provocato la dispersione di notevoli quantità di arsenico. Tali avvenimenti provocano necessariamente nell’animo umano sentimenti di angoscia e di paura: il fatto che molti prodotti chimici siano estremamente velenosi o possano provocare in modo subdolo gravi danni non può che incutere terrore nelle persone.

 Del resto, basta assai poco per deteriorare l’immagine della chimica: da un lato, come avviene per tutte le attività umane, l’avidità e la sete di guadagno di pochi possono provocare in questo campo conseguenze deleterie in un gran numero di persone; dall’altro, l’ampia disponibilità sul mercato di prodotti chimici potenzialmente pericolosi, a disposizione di tutti, utilizzati sovente in modo improprio o in quantità di gran lunga eccedenti quelle necessarie, come succede sistematicamente nel campo dei fertilizzanti agricoli, dei fitofarmaci, dei pesticidi, provoca un’ampia e continua diffusione sul territorio di prodotti capaci di provocare deleteri e vistosi danni all’ambiente.   

 Inoltre, con l’inizio dell’era industriale l’uomo ha cominciato a prelevare dall’ambiente quantità sempre più grandi di materie prime per far fronte a una domanda di beni in crescita esponenziale, conseguente alla crescita esponenziale della popolazione. La trasformazione delle materie prime naturali in prodotti utili genera necessariamente non solo una grande quantità di sottoprodotti inutili e molte volte nocivi, ma rende sempre più problematico, a causa della vastissima gamma delle diverse sostanze utilizzate, il riciclo dell’enorme massa di prodotti lavorati divenuti inservibili per guasti, per obsolescenza o semplicemente per aver esaurito la loro funzione. Nasce di conseguenza il grave problema dell’inquinamento ambientale che affligge tutti i Paesi industrializzati. Inquinamento che può essere limitato da una maggiore capacità di riciclo.

I primi seri danni provocati all’ambiente dalle attività chimiche risalgono a un’epoca pre-industriale. Dal 1500 AC circa, fino al 1500, ossia per ben 3000 anni, il ferro era stato prodotto in modo artigianale con il medesimo procedimento; si riducevano gli ossidi di ferro con carbone di legna in piccole fornaci, capaci di produrre pochi chilogrammi di ferro per volta: poiché non era possibile raggiungere temperature troppo elevate da fondere il metallo, esso si otteneva in masse sinterizzate, con un basso contenuto di carbonio (0,1-0,3%). Il ferro così ottenuto era il cosiddetto ferro dolce, facilmente fucinabile e lavorabile a caldo (tutti gli oggetti di ferro erano di “ferro battuto”). Nel 1500 vennero costruiti in Belgio i primi “altoforni” (alti per modo di dire, rispetto a quelli attuali, in quanto raggiungevano al massimo i 5 metri di altezza). Questa nuova tecnologia, del tutto analoga a quella odierna, introdusse una vera rivoluzione nel modo di lavorare: era nata la prima fabbrica moderna, che richiedeva un lavoro continuo 24 ore al giorno per 7 giorni alla settimana, assicurato da turni diurni e notturni di operai, e che richiedeva l’apporto di energie assai più potenti di quella muscolare sia per movimentare i materiali, sia per azionare i grossi mantici necessari ad insufflare l’aria nelle tubiere dell’altoforno. L’unica fonte di energia sufficientemente potente era allora quella dei mulini, e per tanto le fabbriche sorsero necessariamente sulle rive dei fiumi. Il carbone necessario alla riduzione del materiale rimaneva ancora tuttavia la vecchia carbonella, ossia il carbone di legna; il carbone fossile non poteva infatti essere utilizzato per il suo contenuto in zolfo, che, sciogliendosi in piccole quantità nel ferro, lo rende estremamente fragile anche a caldo. La produzione in continuo richiedeva tuttavia grandissime quantità di carbone, e quindi l’abbattimento di grandi quantità di legname: nel 1600 e nel 1700 il governo inglese dovette a più riprese costringere molte fabbriche alla chiusura forzata per un certo numero di anni, in modo da permettere la ricrescita delle foreste per ovviare ad insopportabili penurie di legname da costruzione.

 Solo a parte dal 1800 cessò completamente dell’utilizzo della carbonella negli altoforni, sostituita dal carbone coke ottenuto per distillazione secca del carbone fossile. Tutto lo zolfo contenuto in quest’ultimo viene infatti allontanato nel processo di distillazione, che lascia come residuo carbonio grafitico pressoché puro.

 Un altro deleterio impatto sull’ambiente, e sull’opinione pubblica nei confronti della nascente industria chimica, si ebbe verso la fine del 1700 con i primi impianti di fabbricazione  del carbonato sodico mediante l’abominevole processo Leblanc. In tale processo si otteneva in un primo stadio solfato sodico per trattamento a caldo del cloruro di sodio con acido solforico, in un secondo stadio la riduzione del solfato con carbone in presenza di calcare recava a carbonato sodico, che veniva infine estratto per lisciviazione dalla massa di reazione e cristallizzato. Nel primo stadio si liberavano grandi quantità di acido cloridrico, che si lasciavano tranquillamente diffondere nell’aria con i ben immaginabili effetti sull’ambiente circostante, e l’ultimo stadio produceva massive quantità di fanghi costituiti da larga parte da solfuro di calcio, i quali appestavano per ampio raggio l’aria intorno alle località dove venivano ammucchiati a causa della liberazione, per idrolisi e reazione con l’anidride carbonica dell’aria, del velenoso e puzzolentissimo solfuro d’idrogeno.

 Solo nel 1863 venne imposto per legge ai fabbricanti l’obbligo di assorbire in acqua l’acido gassoso liberato nel primo stadio, ma per fortuna già due anni prima era sorto il primo impianto di fabbricazione del carbonato con il non inquinante processo Solvay, e per tanto il processo Leblanc venne ben presto abbandonato, ma certamente deve aver lasciato dei gran brutti ricordi nelle popolazione che ne avevano subito gli effetti.

L’attenzione verso l’ambiente è notevole aumentata da allora, ma per vari motivi i problemi causati dall’inquinamento ambientali sono diventati ancora più pressanti.

Diamo un rapido sguardo alle principali cause che oggi provocano l’inquinamento dei tre beni essenziali, comuni a tutti, ossia dell’aria, dell’acqua e del suolo, e ai possibili modi per eliminarli o limitare i danni.

 

 Oggi, la massima parte dell’inquinamento atmosferico dei centri urbani proviene dal traffico automobilistico e dagli impianti di riscaldamento domestico, e solo in parte trascurabile dagli impianti industriali. Di questo tipo do inquinamento siamo quindi tutti quanti responsabili: tutti quanti utilizziamo infatti giornalmente una qualche fonte di energia che in ultima analisi proviene da trasformazioni chimiche della materia, trasformazioni che inevitabilmente diffondono nell’ambiente sostanze più o meno nocive.

 Vediamo ad esempio cosa succede quando mettiamo in moto un automezzo, schematicamente rappresentato, dal punto di vista del chimico, nel diagramma seguente.

 L’automezzo è, innanzi tutto, un reattore chimico che genera calore: sarà poi compito dei colleghi meccanici trarre, da questo calore, la maggior quantità possibile di lavoro con elaborate ed ingegnose macchine termiche, ma senza il reattore, niente calore, niente macchina. I reagenti che entrano nel reattore sono pochi: essenzialmente aria, idrocarburi, piccole quantità di additivi e scarse quantità di impurezze, ma i prodotti della reazione sono purtroppo in numero assai maggiore di quelli che vorremmo. Accanto al vapore d’acqua e alla relativamente innocua anidride carbonica si formano infatti quantità variabili, ma per niente trascurabili, di velenoso ossido di carbonio, di idrocarburi incombusti (diversi, a causa di reazioni di craking, da quelli di partenza, e contenenti sensibili quantità di etilene. Questa è una sostanza di accelerare i processi di invecchiamento negli alberi da frutta, cosa, questa, che impedisce l’impianto di frutteti in prossimità di strade a denso traffico automobilistico.), di micidiale ossido d’azoto e di cosiddetto particolato, una polvere costituita da particelle di nerofumo, da composti inorganici del piombo se si usa benzina super e da tracce di metalli pesanti provenienti dai cilindri e dalle guarnizioni dei pistoni. Tutta robaccia velenosa, che non ammazza subito (a meno che, uno stufo di vivere, non colleghi il tubo di scappamento con l’abitacolo) in quanto si diluisce abbastanza rapidamente nell’aria, ma che in parte, in specie il piombo, quando viene respirata, va ad accumularsi nel sangue, con serie e deleterie conseguenze nel lungo periodo. C’è da rabbrividire quando si vedono giovani mamme spingere in città lungo i marciapiedi le carrozzine con i loro marmocchi, che ignari di tanta incoscienza, respirano tranquillamente, a pochi decimetri di distanza dei ei tubi di scappamento delle macchine,  aria ricchissima di inquinanti vari e fanno abbondanti provviste di piombo nel sangue.

 Naturalmente, è del tutto indifferente che al volante sieda un comune guidatore o un espertissimo chimico: in ogni caso chi gira chi gira la chiavetta d’accensione si comporta da perfetto “apprendista stregone”, in quanto mette in moto, con quel semplice e comunissimo gesto, una serie di eventi sui quali non ha più nessunissimo controllo.

 Dicevo prima della formazione, tra i prodotti della reazione, del micidiale ossido d’azoto. Questa sostanza accompagna sempre, purtroppo, i prodotti di qualsiasi combustione effettuata con aria atmosferica che, come tutti sanno, contiene pressappoco i  di azoto e  di ossigeno. Questi due elementi si combinano tra loro a dare ossido d’azoto con rese tanto più alte quanto più elevata è la temperatura della fiamma, e si forma quindi, sia pure in quantità modeste, anche quando accendiamo il gas per farci un caffè. Il destino questa sostanza è quello di trasformarsi, nel caso migliore e più innocuo, in acido nitrico in seguito alla successiva ossidazione da parte dell’ossigeno atmosferico e alla reazione con  l’acqua. Se l’acido nitrico finisce su di un terreno calcareo, niente di male, anzi tutto finisce per il meglio in quanto lo ione nitrato è un ottimo fertilizzante. Ben diversa si presenta la situazione quando l’ossido d’azoto si diffonde nell’aria nelle giornate di sole o poco nuvolose: inizia allora uno sfrenato balletto incrociato tra le varie molecole che viaggiano nell’atmosfera urbana, un sabba infernale che reca alla formazione di numerose sostanze, una più nociva dell’altra e che ho condensato nella forma più concisa possibile, nel prossimo diagramma.

 L’ossido d’azoto viene ossidato dall’ossigeno atmosferico biossido, una molecola assai reattiva, ma che viene altrettanto facilmente scissa dalle luminose nell’ossido di partenza e in ossigeno atomico. Quest’ultimo si lega con una piccola molecola di ossigeno per dar luogo a una forma allotropica dell’ossigeno elementare, il triossigeno, più universalmente conosciuto come ozono. Tutti sanno che questa è una sostanza indispensabile al mantenimento della vita sulla Terra, purché se ne stia su, nelle zone stratosferiche, a catturare i raggi ultravioletti di lunghezza d’onda più breve, che se arrivassero fin quaggiù ci riempirebbero di brutti melanomi. E tutti sanno quante preoccupazioni ci desta il famoso “buco dell’ozono” sull’Antartide, che sembra allargarsi sempre più, ma le cui cause rimangono per il momento ancora abbastanza misteriose. L’ozono su in alto è quindi un ottimo amico dell’uomo, che ci protegge dai cattivi raggi ultravioletti. Ma se scende qui in basso è tutta un’altra storia: diventa una delle molecole più aggressive e nocive tra quante si conoscono. In modeste concentrazioni può condurci rapidamente alla morte, e in bassissime concentrazioni è capace di mettere in moto catene di reazioni di tipo radicalico che sconvolgono i nostri delicati equilibri biochimici e che, nei casi più fortunati, ci fanno rapidamente invecchiare. L’ossido d’azoto in un’aria particolarmente pura e priva di altre sostanze inquinanti reca, in una bella giornata di sole, alla trasformazione catalitica dell’ossigeno in ozono, la cui concentrazione continuerebbe quindi a crescere fino a raggiungere e superare la soglia di tolleranza. L’aria delle città è però tutt’altro che particolarmente pura: sono sempre presenti quantità più o meno elevate di anidride solforosa, particolarmente, ma non solo in quelli, nei periodi invernali in cui funzionano gli impianti di riscaldamento domestico, alimentati con combustibili sempre più o meno imputi di zolfo. L’ozono ossida rapidamente l’anidride solforosa a solforica, che con l’umidità atmosferica dà luogo a microscopiche goccioline di acido solforico: si formano pertanto un aerosol fortemente acido, e quindi fortemente aggressivo, che contribuisce fortemente alla formazione di nebbie e alla diminuzione della visibilità. Se non c’è anidride solforosa, non mancano certamente gli idrocarburi incombusti, che vengono ossidati dall’ozono ad aldeidi, a chetoni e a radicali ossoacilici, che combinandosi con l’ossido d’azoto e l’ossigeno formano un’altra serie di molecole più brutte del diavolo, i nitrati di perossoacile, fortemente reattivi e altrettanto fortemente nocivi. Tutta questa roba si accumula nell’atmosfera dà luogo alla fine, particolarmente nelle zone meno ventilate, alla formazione di una bella caligine di smog fotochimico, con tanti saluti alla salute pubblica.

 L’unico provvedimento che si può adottare quando la concentrazione di inquinanti supera i livelli di guardia, è quello di bloccare tutto il traffico cittadino, come ben sanno gli abitanti di Roma e Milano. In ogni caso, anche quando non si forma uno smog visibile, le microscopiche goccioline di acido solforico, di acido nitrico e di acido cloridrico, che si forma per interazione della salsedine con gli altri acidi, in parte finiscono direttamente nei polmoni, in parte sai depositano su tutti i manufatti della città, con le conseguenze facilmente immaginabili. Le più preziose opere d’arte marmoree esposte nelle nostre città sono state da tempo sostituite da loro calchi, e lo stesso si deve fare ora con quelle di bronzo. La statua del Perseo, che aveva sfidato indenne per più di 4 secoli le intemperie in Piazza della Signoria a Firenze, ha dovuto essere recentemente ricoverato, a causa dei danni subiti, in luoghi protetti dalle ingiurie del traffico. Uno dei provvedimenti più urgenti da adottare per tutelare la salute era quello di eliminare il piombo tetraetile (che viene addizionato di benzine per accrescere il loro “numero di ottano”, ossia il loro potere antidetonante);  ciò si è fatto in parte ponendo in commercio la cosiddetta “benzina verde”, esente da piombo, ma sovente più ricca, per mantenere elevato il numero di ottano, di idrocarburi aromatici, e che richiede pertanto un più appurato controllo della combustione (se gli idrocarburi aromatici non vengono bruciati completamente, si seminano dal tubo di scappamento non solo gli ossidi di carbonio e d’azoto, ma anche molecole aromatiche cancerogene). Si rende quindi indispensabile dotare gli automezzi che utilizzano questo tipo di benzina di speciali marmitte contenenti i catalizzatori che assicurano una combustione totale degli idrocarburi incombusti ad acqua e anidride carbonica. Gli stessi catalizzatori assicurano inoltre una completa combustione dell’ossido di carbonio e la riduzione dell’ossido d’azoto ad azoto elementare (marmitte a 3 vie).

 Sembrerebbero in tal modo risolti tutti i problemi d’inquinamento legati al traffico, e così in effetti potrebbe essere se tutti gli utilizzatori di benzina verde facessero controllare ogni tanto l’efficienza della marmitta e la sostituissero non appena necessario: i catalizzatori non sono purtroppo eterni, e dopo un certo chilometraggio la marmitta deve essere sostituita. È assai probabile che tale comportamento venga scrupolosamente seguito nei vari Paesi europei, quasi certamente in quelli a nord del 46° parallelo, ma mi sembra abbastanza facile prevedere quello che succederà in Italia. Ognuno di noi può purtroppo constatare ogni giorno in quale stato di efficienza vengano mantenuti i motori Diesel, sia degli autocarri che delle vetture. Teoricamente il motore Diesel è molto meno inquinante di uno a benzina super: il gasolio non contiene piombo e, in un motore messo a punto, brucia assai meglio e quindi inquina molto meno. In realtà circolano innumerevoli automezzi a gasolio che lasciano dietro di sé pestilenziali nuvole nerastre ricchissime di particolato, di idrocarburi incombusti, di ossido di carbonio di ossido d’azoto alla faccia della salute pubblica. Molti automobilisti acquistano oggi autovetture dotate di marmitta catalitica sensibilmente più costose delle altre, unicamente per poter circolare nei centri cittadini anche nei giorni di divieto per tutti gli altri automezzi; mi chiedo se si preoccuperanno di spendere altri soldi per sostituire in tempo utile la marmitta catalitica esausta; in caso contrario la benzina verde si rivelerà un rimedio peggiore del male.

 

 L’unica reale soluzione a questi problemi consiste nell’eliminare, almeno per quanto riguarda il traffico urbano, tutti i motori a combustione interna. Le attuali conoscenze chimiche indicano infatti fin d’ora una possibile soluzione, che presenta i preziosissimi vantaggi di non essere assolutamente inquinante e di usare risorse rinnovabili come sorgente di energia.  Lo schema, nelle sue line essenziali, è indicato nel prossimo diagramma. L’energia spesa per dissociare l’acqua nei suoi elementi costituenti viene ricuperata con rese assai elevate in celle galvaniche già realizzate dall’odierna tecnologia (celle a combustibile), che riformano l’acqua consumata. In questo schema vi sono tuttavia due stadi che richiedono un’ulteriore messa a punto: il primo riguarda il rendimento energetico della trasformazione dell’energia solare in energia chimica, il secondo riguarda la capacità d’immagazzinamento dell’energia elettrica. I risultati recentemente ottenuti in tali campi sono però assai promettenti: da un lato, la produzione di polimeri fotosensibili capaci di indirizzare il maggior numero dei fotoni catturati verso siti attivi in grado di trasformare efficientemente la loro energia in energia chimica, dall’altro la realizzazione di nuovi tipi di celle galvaniche reversibili con anodi, catodi ed elettroliti solidi costituiti da nuovi materiali polimerici lasciano prevedere una realizzazione economicamente conveniente dello schema in tempi brevi. Gli accumulatori della nuova generazione, realizzati con tali materiali, avranno una capacità di carica, per unità di peso, di almeno 1 ordine di grandezza superiore a quella degli attuali accumulatori al piombo, saranno più economici e avranno vita più lunga. Potremmo allora circolare con silenziose macchine elettriche fermandoci ogni tanto, forse non più di un paio di volte alla settimana, al distributore di accumulatori invece che a quello di benzina (un accumulatore della nuova generazione da 20 kg potrebbe avere la stessa quantità di carica elettrica immagazzinata in 4 o 5 quintali degli attuali accumulatori al piombo).

 

 I problemi inerenti all’inquinamento delle acque sono maggiormente gravi: se ne parla da decenni in innumerevoli convegni al riguardo e sono stati ripetutamente emanati, in ambiti regionali, nazionali e internazionali, leggi e regolamenti sempre più restrittivi sulla qualità e quantità di sostanze di rifiuto che possono essere disperse nel suolo o nelle acque pubbliche (fiumi, laghi e mari).

 La depurazione delle acque reflue dei grandi impianti industriali non presenta problemi insolubili: la qualità e la quantità dei rifiuti prodotti da una grande fabbrica sono noti, e di conseguenza sono note le procedure da seguire per riciclarli, se risulta economicamente conveniente, o per smaltirli in modo non dannoso per l’ambiente.

 Il problema si presenta invece di assai ardua, se non impossibile, soluzione nel caso dei reflui prodotti dalla piccola e media industria, soprattutto quando, come succede per motivi storici nel Nord d’Italia, tutti i rifiuti di una vastissima gamma di industrie diverse, da quelle lattiero-casearie a quelle galvanotecniche, da quelle zootecniche a quelle tessili e tintorie, da quelle conserviere a quelle delle vernici, tanto per fare alcuni esempi, vengono immessi in scarichi comuni o addirittura nelle fognature urbane.

 I problemi di depurazione, per la massima parte facilmente risolvibili a costi contenuti qualora si potessero utilizzare per le singole industrie i necessari trattamenti specifici, diventano necessariamente più ardui da risolvere, e le soluzioni reali richiedono comunque costi maggiori da risolvere, e le soluzioni reali richiedono comunque costi maggiori, quando si devono depurare reflui contenenti le più disparate sostanze: organiche biodegradabili e non, sostanze inorganiche  delle più varia natura, dai nutrienti come i fosfati, i nitriti, i Sali ammoniacali, ai veleni quali i cianuri, e solidi sospesi di diversissime specie e dimensioni.

 Anche nel caso abbastanza semplice delle acque reflue urbane, esenti da scarichi industriali, occorrerebbe tener separati dagli altri i reflui provenienti dalle cliniche e dagli ospedali, per sottoporli a uno specifico trattamento di depurazione. Sono state infatti scoperte recentemente delle trote ermafrodite in acque inquinate da reflui urbani. Gli studi condotti al riguardo hanno dimostrato che alcuni estrogeni naturali e analoghe sostanze di sintesi prodotte dall’industria farmaceutica causano effetti vitellogenici sulle trote maschio: la vitellogenina è una proteina del sacco vitellino prodotta, in condizioni normali, escusivamente dalle trote femmina. Il guaio è che questa vitellogenesi indotta nei pesci viene provocata da estrogeni dell’ordine di 1 ng/l. È questa una concentrazione ai limiti della sensibilità dei più moderni strumenti d’indagine, e per apprezzarne meglio il valore basti ricordare che essa corrisponde a quella di 1 g di sostanza disciolta in un milione di mc di acqua, ossia 1 g disciolto in un laghetto di 360 m di diametro e della profondità media di 10 m.

 

 L’inquinamento del suolo è un altro grave problema, anche qui causato soprattutto dalla popolazione civile (ma sarebbe più corrette chiamarla incivile, visto il suo comportamento medio della sua attività quotidiana). Non possiamo prendere qui in considerazione i rifiuti solidi industriali, che richiedono trattamenti peculiari più o meno complessi e costosi, ma sempre realizzabili, e limitiamoci quindi a considerare i problemi inerenti allo smaltimento dell’immensa mole di rifiuti solidi urbani, al quale siamo tutti direttamente interessati.

 I metodi attualmente impiegati a tale scopo sono essenzialmente due: il primo, quello più abbondantemente usato, è semplicemente la versione, un po’ più in grande, del metodo utilizzato dalla massaia sfaticata che, per tener pulito il salotto, scopa la polvere sotto il tappeto, noto come metodo delle discariche. È come opinione comune che i rifiuti urbani seppelliti in tal modo e alternanti con starati di terra per impedire la diffusione di nauseabondi composti volatili debbano subire in tempi abbastanza brevi intensi processi di decomposizione batteriologica; negli Stati Uniti sono stati tuttavia ricuperati, per estrazione con apposte sonde dalle profondità di vecchissimi siti discarica, pezzi intatti e perfettamente leggibili di giornali vecchi di almeno 50 anni, nonostante sia la carta un materiale biodegradabile per eccellenza.

 L’altro metodo, quello dell’incenerimento, si traduce sempre in un deleterio spreco di risorse e assai spesso a qualcosa che assomiglia più a una truffa nei riguardi dei cittadini, che pagano fior di tasse per la costruzione e la manutenzione degli impianti, che ha un effettiva soluzione del problema.

 In realtà, quand’anche si raggiungessero nei forni di incenerimento temperature tali da assicurare la completa ossidazione di tutte le sostanze organiche, comprese le assai resistenti e pericolose diossine, e si riuscisse ad abbattere, con gli adatti e costosi dispositivi necessari allo scopo, tutte le sostanze volatili nocive (come il cloruro d’idrogeno, gli ossidi di zolfo e d’azoto) e le ceneri volatili contenenti metalli fortemente velenosi (come ad esempio il cadmio e mercurio), verrebbero comunque distrutte in maniera antieconomica notevoli quantità di materiali facilmente riciclabili, come ad esempio il vetro, la carta, le sostanze plastiche, il ferro e l’alluminio.

Ma la maggior parte degli esistenti impianti di incenerimento, come alcuni che in passato ho avuto occasione di esaminare da vicino, sono ben lontani dal possedere requisiti necessari ad assicurare il loro corretto funzionamento.

  Lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani non può oggi venire seriamente ed economicamente risolto senza il fattivo contributo di ogni cittadino. La soluzione, facilmente realizzabile con nessuna spesa, ma solo con la buona volontà e l’attenzione che ogni persona civile dovrebbe avere verso gli interessi comuni, consiste nella raccolta differenziata dei vari tipi di rifiuti urbani: se ognuno di noi si preoccupasse di raccogliere separatamente i materiali vetrosi, quelli cartacei, quelli plastici, quelli metallici (scatole di alimenti e lattine di bevande), e infine i residui alimentari in 5 distinti contenitori comuni avremmo risolto facilmente sia il problema del ricupero di materie prime essenziali, con un notevolissimo risparmio energetico, sia quello dello smaltimento dei rifiuti.                                               Per i primi 4 tipi di materiali esistono già efficienti tecniche di ricupero, con ovvi e notevoli vantaggi economici (le scatolette e le lattine metalliche sono di due tipi: quelle di banda stagnata e quelle di alluminio, facilmente separabili tra loro mediante vagli magnetici). L’ultimo tipo di materiale costituito essenzialmente da sostanze organiche biodegradabili, può venire efficacemente trasformato,  anche qui con metodi ampiamente collaudati, in un “composto” inodoro utilizzabile come fertilizzante e correttivo del terreno in campo agricolo.

 

 Spero di essere riuscito a porre nel suo giusto rilievo con questa breve, chiacchierata, il fondamentale e insostituibile ruolo esercitato dalla chimica in tutte le attività umane e per tanto il suo inevitabile impatto sull’ambiente, è vero che ognuno di noi trae enormi benefici dalle conquiste della chimica, ma è altrettanto vero che ognuno di noi contribuisce a far nascere “problemi chimici” con l’utilizzo scriteriato di uno o l’altro degli innumerevoli prodotti chimici con i quali veniamo quotidianamente a contatto per motivi di lavoro o di semplice svago. La conoscenza delle più importanti nozioni della chimica, sapere qual formidabili aiuti essa ci può dare, ma saper anche quali pericoli possono nascere dalla interazione di sostanze anche comuni diventa pertanto nel mondo attuale un obbligo sempre più pressante per ogni persona colta in generale, e per gli ingegneri in particolare.

  Vi ringrazio per la vostra cortese attenzione.       Adriano Sacco                           

                            

  

Adriano Sacco (1963) in Puglia