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09 marzo 2015

Mi invita a cena un cinese....mi parla di competizione e meritocrazia

 

Esperienza unica quella di incontrare un professionista radicatosi nel nostro (si fa per dire!) Paese ma di nazionalità cinese, con il quale familiarizzo al punto tale da ricevere un invito a cena, con la finalità di parlare....di che? Certamente l'unica motivazione è quella di capire, da una parte e dall'altra, il perchè ci si trovi a condividere un'Italia già insufficiente per gli Italiani.

Inevitabilmente per prima si parla di scuola e di metodi. Ricevo la prima strapazzata quando chiedo cos'è che lui ritiene manchi da noi. Mi spiega che mancherebbe da noi l'adozione del principio della meritocrazia, del premio che spetta alle "eccellenze", principio su cui invece sarebbe basato il loro modo di affermarsi per acquisire posizioni sempre più appetibili vincendo una competizione che è molto grande, non solo dal punto di vista del gran numero di persone che tentano di fare scalata.

A questa prima considerazione segue quella della inesistenza, in questo nostro Paese, di un modo attraverso il quale il giovane individuo possa acquisire idea chiara delle sue potenzialità intellettuali: questo viene attribuito al potere di giudizio troppo ampio che il docente possiede in Italia e comunque nella realtà occidentale. La conseguenza sarebbe quella che un giovane studente, in questo povero Paese che è l'Italia, si troverebbe di fatto non a competere oggi su basi di oggettiva capacità, ma con l'intermediazione di armi con cui lo studente stesso non può risultare vincente. Il grado di disponibilità, per non dire chiaramente la "sottomissione", sarebbe una delle carte vincenti per acquisire merito, e ciò a scapito di oggettiva capacità intellettiva.

Chiedo umilmente quale sia uno dei denominatori comuni di capacità dello studente nato in Cina: mi risponde con un esempio. Mi dice che il calcolo matematico, per cominciare, nell'ambito del  risultato "1000" lo studente cinese lo fa mentalmente.

Mi sovviene a questo punto di notizie giunte in merito al danno psicologico di questa imposizione dell'io a cui milioni di persone risultano votate: la selezione stretta sembra sia fondamento di insorgenza di depressione con conseguenze non banali. Ma preferisco non esprimere parere, e continuare ad acquisire notizie.

Imparo che la programmazione è stato fondamento, e lo è ancora, di diffusione nel mondo. Al momento della presa coscienza di grande insufficienza economica, si sarebbe deciso di adoperarsi per  "far tutto quello che altri non fanno" in termini di mestiere. Sarebbero stati raggiunti in tal modo livelli di introito di danaro, in quel Paese, altrimenti neanche ipotizzabili. Ora si sarebbe invece dato luogo al processo di "diffusione" nel mondo.

 Non ho il coraggio di chiedere quale possa essere la terza fase di affermazione, e la risposta mi giunge inaspettata.

Introducendo l'argomento della proliferazione familiare, mi vien detto che attualmente il 9% degli abitanti d'Italia è costituito da gente di altra nazione. Se gli italiani, come sta accadendo, continussero a limitare le nascite ad 1 figlio/famiglia e gli altri continuassero a rispettare le loro abitudini (3-5 figli/famiglia), in 20 anni potrebbe accadere che gli Italiani non siano più i padroni di casa in quanto numericamente "inferiori"......

 

Non tento neanche di opporre argomenti a vantaggio della povera Italia e della sua mentalità: abbiamo anche deciso di gestire l'EXPO con la scusa di imporre l'alimento "italiano". Ma come potremo chiamarlo "italiano" se l'industria continua ad alienare tecnologie e marchi e se rischiamo di risultare in un futuro non lontano neanche rappresentati come maggioranza numerica?
La soluzione non è certo quella di proliferare per competere numericamente nè quella di introdurci in un sistema freddamente meritocratico, nè quella di far di conto mentalmente......