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24 maggio 2014

Elezioni......? Meglio la 'polis' greca

il prof Angelo Cariello (4° da sin. in basso) con la II D del liceo classico 'Flacco' (Bari 1955)

 

 

Mi guardo bene dal fare il politico, il mio povero mestiere è solo quello di insegnare ed operare in chimica degli alimenti ma ricordo quello che diceva il mio professore di greco, Angelo Cariello (di Bitonto), in merito alla socialità ed alla "polis". Ritrovo casualmente vecchi appunti di lezione del liceo proprio in questi giorni in cui si parla tanto di sinistra, di destra, un poco più a destra, un poco più al centro.... con una gradualità di colori non nuova, come quella dell'arcobaleno della cui invenzione non possiamo certo vantarci ma di cui sappiamo fare solo la brutta copia. Ma se nell'arcobaleno dei colori v'è poesia e speranza, almeno quella della fine di un temporale, nell'arcobaleno della partitocrazia non v'è da riporre alcuna speranza di intervento a vantaggio della socialità.

Il carattere "sociale" della "polis" greca era una realtà che non sappiamo, in troppi, immaginare neanche nelle linee più essenziali, tanto oggi si è invischiati in un politicismo che travolge tradizioni e trascura la storia, inneggiando ad una presunta evoluzione che è di dimensione abnorme ed inadeguata alle nostre reali potenzialità culturali. Non ci interessa riflettere, ad esempio, sulle oggettive difficoltà di gestione di un computer o di un sistema informatico qualsivoglia da parte dei molti, e sollecitiamo invece la comunità intera ad uniformarsi alle manie evolutive volute da pochi. Ciò significa abbandonare alle ortiche i fondamenti di quello su cui si fondava la "polis".

Nella "polis", in primis, mancava la figura dell'autorità, che è stata inventata poi al momento dell'involuzione, e copulata poi con il termine "statale" nel momento in cui si è concretizzata, sempre da pochi, la voglia di esercitare supremazia, travisando della "polis" il significato ed il valore: siamo oggi poi giunti a ritenere che a risolvere le problematiche di una comunità debba essere il gioco della forza. Nella "polis" si riteneva inutile un potere esecutivo, visto che di fatto era inconcepibile la radicalizzazione di una differenza fra governanti e governati: il controllo dell'ordine non era nella "polis" costituito come "forza", era invece vigente il principio del diritto e quello della tolleranza. L'iniziativa del singolo era tale da sostituire qualsiasi idea fosse sorta in tema di volontà di organizzazione di forza che potesse usare la coercizione come strumento.

La "polis" era in effetti una "città della ragione" ove lo scambio di pareri, l'opposizione di idee e la dialettica costituivano procedura per vivere secondo ragione, con un ordine concordato dalla comunità nella sua espressione più vera ed aperta. Per chi non ne avesse idea, le "polis" apparvero come entità indipendenti ed autonome nell'VIII secolo a.C. Fu Alessandro Magno poi ad approfittare dei regimi di "non forza" adottati nelle "polis" per sottometterle e distruggerle adottando i mezzi classici dei regimi militari. Ma mentre si inneggia con film "colossal" alla potenza militare di Alessandro, mettendo in evidenza anche i suoi fatti propri in tema di affetti diretti o distorti di cui poco ce ne cale, non si fa altro da parte di improvvisati gestori della cultura organizzata, se non smantellare giorno per giorno i mezzi attraverso i quali si può acquisire cultura sociale basata su principi, che come quelli propugnati nelle "polis", possono condurre ad autonomia del pensiero e conseguentemente a socialità spontanea e non indotta con la forza.

Non v'è mezzo migliore di soggiogamento dei popoli, di quello che si attua attraverso lo smantellamento della cultura, così diceva Angelo Cariello. E piansi con lui, una volta terminati gli anni del liceo, i primi interventi di demolizione dell'insegnamento del latino. Credendo ancora nella libertà ed in coloro che in tre anni di liceo indossavano (da professori) un unico vestito ed un'unica cravatta, scrissi inviperito una "lettera" sulla Gazzetta del Mezzogiorno in tema di essenzialità dell'insegnamento del latino.

Frequentavo il secondo liceo classico quando fu deciso di istituire da parte dell'autorità scolastica una specie di "palestra" in cui avremmo dovuto dare il meglio di noi stessi svolgendo un tema sul significato e sul futuro prevedibile della CECA. Credetti di poter esprimere liberamente il mio parere e mi espressi inneggiando invece alle "polis" come entità autonome rette da principi di rispetto della individualità e autonomia del pensiero, che trovavano soluzione in una socialità di valore superiore alla quale tutti concorrevano per il bene collettivo, ciascuno nell'ambito della singola polis, ovviamente. Mi vidi appioppare da una commissione non ben definita ma creata allo scopo, esterna al mio liceo ed al solito "incognita", una insufficienza grave che suonò come monito a non più esprimere liberamente le mie idee.

Ma quel che v'è di più grave è che per avallare un degrado socio-economico dei più indiscussi si è stati capaci di inculcare negli animi la convinzione dell'utilità di esprimere ancora il proprio pensiero attraverso una semplice croce da apporre a fianco di un simbolo. Posseggo certificati di nascita del '900 in cui la croce veniva apposta sovente da molti e molti che non conoscevano l'alfabeto, ma soltanto il peso di una zappa onorata ogni giorno dal sudore. L'ufficiale di stato civile apponeva poi di proprio pugno l'avallo dell'identità giustificando il tutto con la dizione "...che non sa scrivere". Invito a riflettere sull'affermazione che si sia andati tanto avanti. Ma in tema di "polis" ci sarebbe tanto da riflettere. Rimandiamo alla prossima puntata.

Nella "polis" non si subiva, questo è l'essenziale e non venivano considerate essenziali le elezioni.

Ma per concludere in tema di "subire" includo in questo scritto pesante ed indigesto, non illuminato peraltro dal crisma di una gran testata, il racconto di quanto accaduto all'uscita da un ufficio postale in cui mi ero recato ieri a pagare l'ennesima bolletta.
Mi si è avvicinata una vecchietta che ha chiesto se avessi potuto per favore ulteriormente chiarire quello che l'impiegato, secondo lei, non era stato capace di spiegare. Mi ha mostrato un libretto di risparmio di qualche migliaio di euro e ha detto, in mia lingua d'origine: 

- "....so' sciute pe pegghià l'interess e m'hann frecate sidice eur sop'a quarande.....m'hann ditt ca je na legge....non sacce.... m'ann ditt nu nome ca nan m'arrecorde", e continua: 

- "jè vere .....pot'ess? me se addisce, segnerie!, ci è stu crestiane ?"

- Signora, è un professore.......- le rispondo timidamente (come sempre)

- "Cape de cazz....! E ce non eve "professore" ce faceve?! " e se n'è andata sconsolata scuotendo la testa.