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3 aprile 2020

Sperimentare per il possibile riutilizzo delle mascherine, l'attività del microonde

 

Nello scrivere questa nota ho dovuto far ricorso ad ogni mezzo di prevenzione per invettive, insulti o rivalse mentali che l’espressione di un parere spesso provoca  in questo Paese.

Inizio quindi con le premesse, come si usa fare in un Paese dove non sempre si va al dunque immediatamente, ma solo dopo aver ricevuto il benestare/bollino/marchio CE.

 
Premessa

Da anni trascorsi in verifiche di trattamenti industriali sul campo e nella preparazione di protocolli di verifiche analitiche, svolte sia per finalità didattica che applicativa, e sul cui “metodo” nulla v’è stato mai da obiettare in quanto tutto derivato dal buon senso di Décartes, sono giunto alla conclusione che “provare e riprovare” non è ancora messaggio da archiviare. Ciò non può offendere alcuno, laddove credo che incitare a darsi da fare non è di per sé e non può costituire messaggio da castigare.

Le molte esperienze condotte dallo scrivente sulle applicazioni labo e industriali delle microonde hanno più volte dimostrato che l’attività di questo tipo di onde elettromagnetiche è estremamente differenziabile se parametrata allo scopo ben definito cui l’applicazione si tende che miri.

Solo per non trascurare  di voler introdurre il lettore comune al problema in questione, si sappia che da anni la letteratura internazionale ha ribadito il concetto dell’efficienza degradativa delle microonde nei riguardi di alcuni sistemi alimentari in parallelo al giusto effetto utile dimostrabile in varie applicazioni industriali. Dimostrare ciò non è finalità di questo scritto, visto che non si vuole né rivendicare paternità di pensiero né di null’altro, ma soltanto “sollecitare” alle sperimentazione.


Proposta


L’occasione che si presenta è quella attuale della carenza di “mascherine”, sul qual tema mi si permetta di dire esista una confusione di idee e di progetti ricondicibili a lucubrazioni su riconversione di aziende per la produzione, opportunità di accaparramento da parte di attori politicamente più o meno capaci, comportamenti strani di fornitori esteri e chi più ne ha più ne metta.

Manca, evidentemente, una centralizzazione della gestione e sarebbe opportuno ci si rendesse conto di quanto segue:

1)    Necessità di pensare a rendere autonoma la produzione nel Paese, attraverso anche il consorziamento di vari capaci produttori, ed unificando processi e materiali. Questa non è autarchia, è investimento ragionato, cui non si pensa ancora di giungere. Il processo industriale, una volta definiti i materiali, non è cosa che ingegneristicamente fa paura ad alcuno. Invece che stare a pietire verso il mondo, in sostanza, precettiamo alcune industrie di buona disponibilità e creiamo un consorzio autonomo di produzione a controllo nazionale.

2)    Necessità di far partire una sperimentazione atta a verificare quale possa essere l’effetto debellante delle microonde su quello stupido virus, in modo da rendere possibile il recupero e riutilizzo ragionato delle mascherine, con un protocollo operativo da far adottare anche in famiglia o da far adottare a centri destinati allo scopo. Non si riesce ancora a identificare, nelle parole di chi parla di “carenza”, il minimo pensiero rivolto al “recupero possibile” in perfetta efficienza. Occorrerebbe che qualcuno che sbandiera numeri a caso sugli incentivi alle famiglie, dimostrasse di saper fare un semplice conto economico sull’opportunità dei “recuperi” delle mascherine, specie se affidabili a centri privati organizzati allo scopo, sia gestibili a livello familiare.

 

A prescindere dalle levate di scudi di chi, in onore del “si fa prima” o “si fa meglio” parlerà di ingestibilità della proposta, mi piacerebbe vedere quale gestore della nostra vita possa opporsi all'idea di far realizzare un conto economico che comprenda il costo di sperimentazione e i vantaggi di riutilizzo corrispondenti al progetto di recupero delle mascherine, una volta resa accurata l’informazione  su quali sono i materiali atti a subire trattamento di bonifica. Ma visto che si dice dover subire questa sciagura per tempi lunghi, si pensi anche alla possibile cetralizzazione della produzione piuttosto che a far volare droni.

L’enfatico contenuto di questa nota termina con un suggerimento del protocollo da far seguire per la sperimentazione:

a)     In laboratorio adeguato, capace e protetto dalle provvidenze di rito, far eseguire esperienze (bastano poco più di 50 test) che verifichino il tasso di letalità del virus per trattamento a 300  - 600 vatt e 2,45 GHz in condizioni di inquinamento indotto su tessuto standard non deteriorabile in ambiente umido (vapore), 

b)    Nello stesso laboratorio di cui sopra far eseguire la verifica di assenza di virus in mascherine utilizzate in ospedale (bastano poco più di 50 test)  in modo random, adottando le condizioni identificate in a) come risultanti più adeguate.

c)    Eseguire la stessa sperimentazione su mascherine inquinate in modo guidato.

d)    Eseguire uno studio di compatibilità dei materiali al trattamento a microonde.

 Questa nota è destinata a quanti, di buona volontà, credono nella sperimentazione come fonte di idee, realizzabili o non realizzabili che siano.

Il giudizio di significatività di ogni sperimentazione in tal senso resta naturalmente affidato all'autorità costituita in materia, sulla base di risultati documentati e certificati da laboratorio adeguato e naturalmente resi di pubblico dominio.

Aspetto una risposta.......documentata per favore. Grazie, disponibile a collaborazione.

Prof.Fernando Tateo
Ordinario di Scienze e Tecnologie Alimentari (UniMi)

348.7155835
fernando.tateo@unimi.it