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31 marzo 2020

Editoriale sul momento che viviamo


Forse con un certo dispiacere chiamo questo scritto definendolo "editoriale".
Si scrive un editoriale quando su un argomento si ha largo spazio di veduta o quando si vuol dire quqlcosa di veramente compiuto.
L'editoriale è però anche ciò che si scrive volendo abbracciare molti più lettori di quanti di norma se ne posseggono. Questo è il modo con cui posso credere di parlare con molti, molti, molti.......potenziali lettori. 
Non è il momento delle critiche, ma non mi illudo che questo sia il momento in cui ci si vuol tutti bene. Vi è solo una categoria che ci vuol bene ed è quella di coloro che lottano per noi, gli addetti ai servizi sanitari, senza distinzione.
Quello che non mi va giù è l'abuso di parole che si fa commentando tutto, in modo sconsiderato. Secondo me non serve fare appeal con i servizi che mettono a nudo le tristezze di singole persone che soffrono, costringendole a rispondere a domande. E' un modo inutile di fare ancora cronaca nera. Il dolore non si commenta, il dolore si lascia che abbia il suo decorso, non serve e fa danno il mostrare ospedali, interni di camere di rianimazione, feretri e gente che piange. Ma non lo si vuol capire: la cronaca deve esser relegata ai fatti umani che non toccano il dolore, ma ai fatti umani contro i quali v'è soluzione. Al dolore non v'è soluzione, è solo dolore.....e i racconti non servono se non a ingigantire il danno che si fa, facendo perdere quello che resta: la speranza di chi guarda un servizio sperando che tutto vada meglio...e invece non è così.

Si dice che si vuol far provvidenza a coloro che hanno qualche anno in più. Non è questo il modo di risollevare l'umore degli anziani. mostrando loro quanti anche non anziani soccombono. L'anziano non ha modo di consolarsi guardando le maggiori sciagure degli altri, e soffre soltanto. Ma sembra che il bisogno della cronaca sopravanzi tutto, con che utile? C'è qualcuno che sappia rispondere? 

Mi chiedo se al mattino il gestore di una rete televisiva si chieda "cosa" vuol trasmettere, ed il fine per cui trasmettere. Mi chiedo cosa veramente sia nell'animo di taluni conduttori e di talune conduttrici, e l'utile di tutta la gestualità che accompagna la conduzione di un "servizio". L'accaparramento di "nomi" da far comparire ed interrogare pare sia l'operazione fondamentale; alla fine sembra si faccia il gioco delle tre carte di napoletana memoria. Gli operatori sanitari sembrano sconcertati nel dover commentare in modo pacato situazioni che tranquille non sono, Ma non si pensa a chi ascolta? Chi ascolta viene trascinato nel panico e basta, ed alla fine della serata risulta vittima di tutto quanto si è detto, pur in modo mitigato. L'anziano va a dormire sconcertato, pensa al domani con minori certezze di un giovane, soffre per se e per gli altri. Ma qualcuno ci ha mai pensato? La vita non è soltanto respiro, è qualcosa di molto di più, è condivisione. E il politico di turno sciorina invece la sua capacità di far prevenzione proponendo di procrastinare le date di possibile "libertà" di respiro fuori casa, che è la cosa per cui l'anziano più soffre. A molti non è stato possiile fino ad oggi insegnare che il silenzio è un'arma con la quale si combattte il malumore e la depressione degli altri.
Non è finita qui. Continuo domani, accennando per ora a quanto faccia senso il sentire "PLIN....PLIN" fra una notizia macabra ed un'altra. Lascio anche immaginare la felicità che trasmettte un brutto uccellino che parla come un'umano in falsetto proponendo riequilibrio del calcio attraverso la scelta di un'acqua "minerale " piuttosto che un'altra.