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Non è Natale per tutti

Al di là di tutti i sermoni sulla rinascita che il Natale offre al popolo ed ai cosidetti "grandi" cui il popolo si appella in nome della speranza che qualcosa cambi e che vi sia Natale per tutti, v'è invece una semplice soluzione con cui potremmo capovolgere le sorti del mondo: eliminare le strutture che formalizzano l'esistenza di vincitori e vinti.
Se ci pensate bene, fra due che litigano, ciò che è di troppo è il commento di coloro che commentano sulla lite e che "formalizzano" la lite formando le fazioni, che diventano poi stabili proprio attraverso l'estensione della lite al mondo intero.
A latere, la lite formalizza l'esistenza di pochi che vengono investiti dell'incarico non di placare la lite, ma di statalizzare un risultato che è di fatto un parere che "vince" sugli altri.
Il risultato è che la lite fra due provoca a catena una lite fra fazioni, pur se partita da una lite fra due che non si sopportano e che in assenza di impiccioni si recherebbero al bar più vicino annegando nel Prosecco ogni diatriba, dopo una scazzottata alla western.
Quale è l'idea nuova che il Natale dovrebbe suggerire? L'abbandono della parola "lite" e di tutto ciò che una lite comporta. Ad alto o a basso livello, c'è una "livella" che Totò ci ha trasmesso essere l'essenza del vivere: l'attesa di un mondo migliore, senza liti di potere, senza interesse per le mazzette, senza mascherine, quelle che abbiamo sempre portato anche in assenza di virus.
I litigiosi e gli accidiosi li aspettiamo tutti nell'aldilà, in un inferno dantesco in cui le liti si concretizzano in fuoco eterno. Per iniziare a far pulizia in vita dovremmo togliere di mezzo gli impiccioni, quelli che della lite vivono e in cui sguazzano senza pietà, quelli che per poche lire difendono ed accusano, che parteggiano senza tener presente che scrivendo e parteggiando sanno di non saper scrivere nè una storia del tipo "Promessi sposi" nè una "Divina Commedia". I parteggiatori e loro seguaci sappiano che dare in pasto qualcosa significa andare in Piazza del Duomo, tirar via una coperta sporca e scoprire che al di sotto c'è qualcuno che soffre, prenderlo e condurlo a casa propria per dargli calore e pane, magari anche birra, se la preferisce.
Ma nessuno degli impiccioni che intervengono in una lite sa fare questo. L'accidioso resta a casa propria a covare odio, a dar fuoco alla lite, a far sì che la lite conduca alla conclusione che si è affidata ad altri, perchè crede di dare a bere di aver agito per suo compito e di dover affidare ad altri il compito d'impiegare una mannaia per distruggere, uno dei due litiganti, certamente quello meno forte, anzi quello meno ricco di quell'appoggio costituito da quelle carte che una volta si utilizzavano in toilette ed oggi neanche più e sono destinate solo al riciclo, nel migliore dei casi.
Togliamo di mezzo gli impiccioni, crediamo nel mondo della lotta a cazzotti in una piazza aperta in cui non esista chi si ponga su uno scranno più alto, come accade nelle partite di tennis, in cui neanche l'arbitro crede di individuare il vero.
Stringiamoci intorno alla verità. Chiudiamo ogni lite, in una lite non viene fuori vincente nessuno dei litiganti, si producono soltanto perdenti.
Buon Natale, a tutti coloro che capiscono cosa vuol dire
....svegliarsi al mattino e trovare un mondo più santo, senza fazioni e senza impiccioni.

Cosa può insegnare una famiglia di imprenditori....la famiglia ”Brazzale” di Asiago

A notte fonda, sono le 2 di martedi 19 gennaio, termina su Rete 4 una puntata di "Pensa in grande".
Sarebbe stato un regalo per la vita di molti vedere quanto trasmesso da una grande famiglia di imprenditori accomunati da una volontà: quella di trasmettere ad altri la voglia di vivere e di pensare, di superare ogni ostacolo per imporre le proprie idee in crescita continua. Molto raramente al mondo d'oggi ci tocca la fortuna di ricevere spinte verso l'alto: assistiamo invece troppo spesso a lezioni di didattica del disaccordo, proprio in televisione.
Nel meraviglioso contorno di Asiago, la famiglia Brazzale vive un sogno e desidera trasmetterlo: accogliamo tutti questa spinta all'attività senza fine!
Abbiamo ascoltato cose che sembrano non interessare molti: il ricordo forte del passato di famiglia, la stima e l'amore incondizionato per i genitori, l'amore per il lavoro non condizionato soltanto da necessità, ma incrementato nel suo significato dalla voglia di crescere e realizzare a tutti i costi.
Un così grande insegnamento ci è stato trasmesso attraverso il racconto delle tappe di crescita di un'impresa in continua espansione in un settore del food che dovrebbe essere riconsiderato come "primario": quello dei derivati del latte, primo alimento di vita, ancora da riscoprire nella sua intera potenzialità.
La famiglia Brazzale ci ha trasmesso una gran lezione che non si ha la fortuna di ascoltare sempre nelle aule istituzionali ove si fa didattica. La lezione è stata svolta sul tema: credere e crescere credendo nella forza intellettuale, non soltanto disponendo semplimente di tutto, cavalcando quanto già disponibile.
Prof.Fernando Tateo
348.7155835

Grazie a Riccardo Muti per il Concerto di Capodanno

Buon Anno !!!!
Il Buon Anno ce lo ha dato Riccardo Muti con il suo concerto da Vienna.
E' stato capace di distogliere l'attenzione dalle poltone vuote per rivolgerla su di sè, sorridendo e mostrando l'allegria di chi trasmette gioia.

Ancora un editto....e basta!!!

Costantino ne emise uno solo, ma rimase nella storia.

La scuola: che brutta fine!

Ci mancavano le lezioni a distanza....
Ai miei tempi le lezioni a distanza si facavano per diventare elettrotecnici......c'erano le scuole Elettra....e vi accedevano le persone di buona volontà.
Ora è quasi che non si possa fare a meno di passare a contattare gli studenti attraverso quei canali di aggregazione di ombre. Bene che ci siano, ma il pericolo è che diventino le regola futura. Sentire parlare della abolizione degli esami di terza media......mi fanno ricordare il '68!
Il mondo sta dando i numeri.Caduti gli aiuti europei, forse ci salva solo il lotto........
Forse è il risultato della coercizione in casa.... senza aiuto morale di alcuno. Non tutti conoscevano il divano, oggi mi rendo conto che avrei dovuto comperarne uno nuovo quasi quarant'anni fa....non sapevo esistesse veramente il divano o le poltrone. In casa mia non ce n'è una sola!
QUESTA MATTINA, DURANTE UNA DI QUELLE RIUNIONI FRA GENTE DI CULTURA CHE DOVREBBE PENSARE PRIMA DI PARLARE (ERO COMPRESO ANCHE IO), HO SENTITO PARTE DI UN DISCORSO CHE SAREBBE STATO FATTO DA GINEVRA A TUTTA L'EUROPA NEL 1946 DA PARTE DI UNO STATISTA CHE AVEVA INTRAVISTO LìOPPORTUNITà DI CREARE UN CONSIGLIO D'EUROPA. HO CAPITO CHE GLI STENTI AVEVANO DOVUTO LEDERE L'EQUILIBRIO GLICEMICO ANCHE DEGLI STATISTI, NEL 1946 NON C'ERA PANE....
il problema è che con tutto il parmigiano reggiano che abbiamo dovremmo poter resistere in condizioni di autarchia,,,, e con tutte le acque della salute di cui disponiamo potremmo andare tutti a........bagno, senza chiedere permesso a nessuno stato limitrofo...ma pare che ci manchi qualcos'altro.......forse ci mancano i clichet da 10.000 lire o hanno abolito in italia le macchine da stampa, dopo le ultime adottate da Totò e Peppino, o anche c'è qualche politico che risvegliatosi dal letargo della professione universitaria ha trovato il modo di risollevarci.......sperem!!!!! dicono a milano ma non so ancora cosa voglia dire!

Editoriale sul momento che viviamo

Forse con un certo dispiacere chiamo questo scritto definendolo "editoriale".
Si scrive un editoriale quando su un argomento si ha largo spazio di veduta o quando si vuol dire quqlcosa di veramente compiuto.
L'editoriale è però anche ciò che si scrive volendo abbracciare molti più lettori di quanti di norma se ne posseggono. Questo è il modo con cui posso credere di parlare con molti, molti, molti.......potenziali lettori.
Non è il momento delle critiche, ma non mi illudo che questo sia il momento in cui ci si vuol tutti bene. Vi è solo una categoria che ci vuol bene ed è quella di coloro che lottano per noi, gli addetti ai servizi sanitari, senza distinzione.
Quello che non mi va giù è l'abuso di parole che si fa commentando tutto, in modo sconsiderato. Secondo me non serve fare appeal con i servizi che mettono a nudo le tristezze di singole persone che soffrono, costringendole a rispondere a domande. E' un modo inutile di fare ancora cronaca nera. Il dolore non si commenta, il dolore si lascia che abbia il suo decorso, non serve e fa danno il mostrare ospedali, interni di camere di rianimazione, feretri e gente che piange. Ma non lo si vuol capire: la cronaca deve esser relegata ai fatti umani che non toccano il dolore, ma ai fatti umani contro i quali v'è soluzione. Al dolore non v'è soluzione, è solo dolore.....e i racconti non servono se non a ingigantire il danno che si fa, facendo perdere quello che resta: la speranza di chi guarda un servizio sperando che tutto vada meglio...e invece non è così.
Si dice che si vuol far provvidenza a coloro che hanno qualche anno in più. Non è questo il modo di risollevare l'umore degli anziani. mostrando loro quanti anche non anziani soccombono. L'anziano non ha modo di consolarsi guardando le maggiori sciagure degli altri, e soffre soltanto. Ma sembra che il bisogno della cronaca sopravanzi tutto, con che utile? C'è qualcuno che sappia rispondere?
Mi chiedo se al mattino il gestore di una rete televisiva si chieda "cosa" vuol trasmettere, ed il fine per cui trasmettere. Mi chiedo cosa veramente sia nell'animo di taluni conduttori e di talune conduttrici, e l'utile di tutta la gestualità che accompagna la conduzione di un "servizio". L'accaparramento di "nomi" da far comparire ed interrogare pare sia l'operazione fondamentale; alla fine sembra si faccia il gioco delle tre carte di napoletana memoria. Gli operatori sanitari sembrano sconcertati nel dover commentare in modo pacato situazioni che tranquille non sono, Ma non si pensa a chi ascolta? Chi ascolta viene trascinato nel panico e basta, ed alla fine della serata risulta vittima di tutto quanto si è detto, pur in modo mitigato. L'anziano va a dormire sconcertato, pensa al domani con minori certezze di un giovane, soffre per se e per gli altri. Ma qualcuno ci ha mai pensato? La vita non è soltanto respiro, è qualcosa di molto di più, è condivisione. E il politico di turno sciorina invece la sua capacità di far prevenzione proponendo di procrastinare le date di possibile "libertà" di respiro fuori casa, che è la cosa per cui l'anziano più soffre. A molti non è stato possiile fino ad oggi insegnare che il silenzio è un'arma con la quale si combattte il malumore e la depressione degli altri.
Non è finita qui. Continuo domani, accennando per ora a quanto faccia senso il sentire "PLIN....PLIN" fra una notizia macabra ed un'altra. Lascio anche immaginare la felicità che trasmettte un brutto uccellino che parla come un'umano in falsetto proponendo riequilibrio del calcio attraverso la scelta di un'acqua "minerale " piuttosto che un'altra.

Sono statti capaci di far perdere la speranza, non solo la pazienza!

Se qualcono può credere di aver creato, con la cagnara politica che ci ha circondato da qualche mese, delle aspettative, si sbaglia di grosso.
Non è questo il modo di incrementare l'interesse per la politca, è proprio il modo di convincere a non volerne sentir parlare.
I dibattiti televisivi sono stati estenuanti....giornalisti e conduttori chiaramente schierati da una parte o dall'altra, bastava leggere la sigla del canale TV per capire dove si volesse arrivare, senza neanche la benchè minima suspense.......
Gli argomenti ossessivamente gli stessi, conduttori e conduttrici troppo spesso preoccupati nel riuscire a far si che la puntata si potesse concludere con la soddisfazione del finznziatore di canale, tutti purtroppo preoccupati di sostenere una posizione politica premeditata:.....
Anche questa volta non abbiamo imparato nulla.......ho rimpianto i comizi di Berlinguer, di Moro, di Almirante, di De Mita....e di tanti altri.....dove almeno si salvava una cosa indispensabile.........il cuore di chi parlava, che si notava battesse forte.
Abbiamo assistito a tutto......ad affermazioni fatte con il solo scopo di vantare in pubblico risultati palesemente non raggiunti, dichiarazioni di guerra aperta, e da ultimo dovevamo assistere alla patetica conta di presenti in piazza, quqsi che la piazza possa rappresentare previsione di consenso........ma non si pensa al fasullo consenso di coloro che assistevano alla dichiarazione di guerra agli Stati Uniti?
La politica, caro mondo la si fa dialogando con il proprio io, in quattro mura di casa o fra i banchi di scuola, senza ostentare nulla, pensando veramente al futuro, e oggi facendo anche tesoro del passato, studiano storia, geografia, latino, greso ed oggi anche inglese!!!!
Fernando Tateo
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Tolo Tolo........superati i limiti del brutto inutile.

Che un film debba servire a dimenticare, vivendo due ore di problemi altrui, è più che comprensibile. Si fa anche di peggio per dimenticare i propri problemi quotidiani.
Ma che si possa assistere fino alla fine di un film-polpettone come quello regalatoci da Checco Zalone proprio a Capodanno è proprio volersi male.
Mi viene il dubbio di pensare che Checco Zalone non abbia mai visto "Ladri di biciclette" o "Roma città aperta" e neanche "Guardie e ladri" o neanch "La vita è bella"....sembra che viaggi su un binario a sè, senza storia.
Io penso che nessuno pretendesse da lui un'opera magna: tutti s'attendevano una terza dimensione, ma senza tradire le magnifiche idee che aveva espresso nei precedentii film, ove le problematiche diun'Italia persa trapelavano con garbo ed anche con comicità. Lo strappo di un passaporto mi sembra opera solo di cattivo gusto, troppo spinta per un comico che ha deciso di non far più ridere.
E' tutto un problema di scuola: a noi si spiegava che il teatro aveva ai tempi la funzione di fare "catarsi", serviva a "corrigere mores", oggi non capisco se a Checco Zalone qualcuno lo abbia mai detto.
Plaudo sempre al suo modo di fare cassetta, di cogliere l'intimo spensierato di un certo pugliese, di saper creare brani musicali intelligenti: ma faccio preghiera perchè lasci stare il film impegnato, e preferisco dirlo nel suo linguaggio: "nan jè cose pe' jedd".
Tra l'altro avrei preferito non vedere utilizzare l'affetto contratto da un bambino come punto di forza: lo ha fatto Charlie Chaplin, lo ha fatto Totò, e non sto a citarne altri, che facevano davvero piangere. Lui non ha fatto piangere, non ha fatto ridere, ed ha voluito uscire fuori dal suo seminato, già ricco di altri modi di fare.
Riempirà le sale, buon per lui: ma non per chi sperava di vederlo al pari di quanto fatto in altre occasioni. Consigli? Chi non ha mai riempito neanche un cinema parrocchiale non può permettersi di dare consigli, ma pareri sì......eccol: Tolo Tolo non è neanche un film "panettore", è un film polpettone, con intonazioni sul tragico, senza volerlo. A meno che l'intento non fosse proprio quello di mostrare il lato tragico della storia: ma in questo caso si sarebbe preferita una posizione decisa, quale che potesse essere, con tanto di critica aperta verso chicchesia. In realtà gli F 24 e l'IRPEF non hanno nulla a che vedere con le cicogne.
Fernando Tateo

Incominciamo a scrivere la lettera di Natale
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Lungomare a Bari
CARO GESU BAMBINO,
solo tu ormai puoii porre rimedio alle sconcesse ideologiche a cui assistiamo!
Come sempre sono fiducioso che ci darai una mano, e non soltanto una mano, ma tutto te stesso.
Ci mancavano anche le riunioni oceaniche ad incrementare la confusione degli italiani: non si sa più a chi credere. Ma non credevo entrassero in scena anche i puritani......e credo che anch'essi attendano un opportuno piazzamento politico: giustamente stanno a guardare prima di schierarsi....per ora si dichiarano apartitici, non potrebbe essere diversamente.
Io francamente, ogni volta che si inneggia al numero di partecipanti di una riunione "oceanica", vado con la memoria a quella immensa folla che fu costretta ad ascoltare la notizia della dichiarazione di guerra agli Stati Uniti.
Non abbiamo perso il vizio: per ostentare forza, quale che sia il colore preferito, si tenta di fare una riunione oceanica in una piazza. Ma non ci si rende conto che è un sistema già superato?....o meglio non ci si rende conto che tutte le grandi "piazze" si sono dissolte come neve al sole? Il bello è che le concentrazioni oceaniche sono tragicamente legate all'attività di sistemi forti, dico bene o c'è qualcosa che mi sfugge?
Il bello è che ogni assembramento oceanico si vende essere "volontario" e non coatto. Sotto questo punto di vista gli organizzatori degli assembramenti di benpensanti di oggi hanno pensato bene di non ostentare un colore "politico": in questo sì che hanno innovato, ed è questo che lascia imbarazzati gli italiani, che si chiedono ancora quale sia il movente di un assembramento di "tutti contrari alla violenza".
Il movente ostentato è quello della opposizione all'attuale modo di far politica, se ben ho capito. Ma francamente non ho capito se i benpensanti ultramoderati che occupano oggi le piazze assistono o meno ai dibattiti televisivi che è ben evidente siano per lo più gestiti dagli intellettuali che si fregiano essere da sempre i portatori dell'uguaglianza. In tutti i dibattiti televisivi il malcostume dell'odio è evidente sia imperante. Perchè allora i benpensanti "oceanci" di oggi non si oppongono chiaramente al modi di far politica da parte dei media?
Ve lo dico io perchè: perchè sarebbero costretti a prender dura posizione contro un definito ceto di intellettuali.
Uno schieramento sarebbe in questo momento "letale" per il movimento: verrebbe immediatamwente "connotato".
Meglio invece attendere l'evoluzione dei fatti, e prendere posizione nel momento decisivo....e.quale sarà questo momento? Ecco come si colloca una piazza: nel limbo, in attesa di creare altri personaggi mito, quasi non ne avessimo mai visti.......anche la marcia su Roma di fatidica memoria si credette fosse un assembramento di poveracci, ma mentre quegli straccioni "marciavano" convinti, gli organizzatori veri e propri erano a bere champagne nelle vere stanze della politica, non per strada e non certo su Piazza Venezia.

Angela Finocchiaro non ha perso il filo, lo ha trovato

A proposito dello spettacolo "Ho perso il filo" di Angela Finocchiaro al Teatro Manzoni di MIlano (in scena fino all'8 dicembre).
Dopo lo spettacolo del 30 novembre......
Non è facile ridere dpo aver riso, in diverso modo, con Stanlio e Ollio, Totò, Tognazzi, Gasman, Fantozzi e De Sica, Renato........
Non è possibile ridere invece con l'improvvisazione ed i tentativi pur encomiabili dei molti propinatici dalla Televisione come "comici": non è una questione di età dello spettatore, in quanto lo scrivente pur avendo superato i 18 anni, è disponibile anche a ridere anche per il modo con cui si fa politica, quindi con tutta la disponibilità alla risata.
Invece sento di scrivere poche ma sentite righe per ringraziare Angela Finocchiaro per avermi restituito il piacere di ridere pensando, cosa che non avveniva da tanto. Il suo spettacolo al teatro Manzoni, "ho perso il filo", mi ha restituito la speranza che non tutto è perso: c'è ancora qualcuno, come lei, che imbastisce un serio, pensoso, in chiave culturale-umoristico, filo di pensieri partendo dal Minotauro di Cnosso.
Lo spettatore di ogni età, l'ho verificato ieri sera intervistando amichevolmente qualcuno, ha capito che si può anche ridere senza calar giù le mutande, ed utilizzando il cervello, da parte di chi recita e di chi assiste.
Chiari i messaggi pur nel sorriso, garbato e complesso il dialogo con il "muro", dimensionata al giusto la critica per le cose del mondo, insomma.......bravissima Angela Finocchiaro e tra l'altro, veramente pensante. Finalmente...........
Fernando Tateo
348.7155835
fernando.tateo@unimi.it

La xilella nel Salento, non si arresta: pubblicato un testo da leggere e su cui meditare.

Si segnala l'avvenuta pubblicazione di un volume dal titolo "La Puglia degli Ulivi - Dopo la Xilella" a cura di "Agriculture - Fondazione Onlus" con sede a Castellana Grotte in Via Giotto, 24 (www.fondazioneagriculture.org). L'Autore è Pietro Tateo, un esperto delle colture di Puglia, che a pag.11 afferma: .....un ulivo monumentale, fino a ieri, poteva essere condannato alla morte dall'abbandono delle buone pratiche agricole, dall'incuria, dall'uso maniacale dei pesticidi, dalla cieca ingordigia dell'uomo e poco dopo l'inizio del terzo millennio, anche dal batterio della xylella entrato in Puglia attraverso le piante ornamentali americane importate illegalmente, che hanno causato un'epidemia destinata a durare nel tempo.....oggi un ulivo potrà morire soprattutto per mano dello Stato .....".
La pubblicazione contiene 66 domande sulla vita e sulla morte della pianta sacra del Mediterraneo, a cui l'Autore risponde puntualmente ed in modo competente.

Il pacco del giorno

Contiene il responso della consultazione privata da cui si dice possa dipendere la sorte di un Paese.

Governo nuovo....in che?

Qualcuno crederà che colui che scrive in questo sito web voglia affrontare l'argomento "politica" nel senso attualmente inteso su quotidiani e televisione: non è così. Non si intende aggiungere nulla a quello che già si fa: una radiocronaca di ipotesi in cui si citano quelli che sarebbero gli attori di una rappresentazione teatrale che a "miseria e nobiltà" non ha nulla da invidiare.
Quello espresso è il sunto di quanto ritengo sia diventata la "gestione della cosa pubblica": una improvvisata commistione di parole e di scene trasmesse da attori che vere scene non ne hanno calcate mai e che non leggono quanto già scritto intorno al governo di un popolo da parte di più di 4000 anni e da una miriade di veri critici e cronisti che scrivevano in lingue, ahimè !, non note alla più parte degli attuali gestori del linguaggio politico di oggi.
Non condivido, è questo che si vuole in realtà dichiarare, la noiosa creazione di termini usati "ad effetto" che di effetto non ne hanno. Abbiamo iniziato, da ca due anni a questa parte ad inneggiare all'idea del "governo del cambiamento" che di effetti non ne ha avuti in misura adeguata ad una linea politica vera e propria, e siamo finiti al blateraggio della "discontinuità", presentata addirittura come contenuto essenziale della proposta di un gruppo politico che sfortunatamente è discontinuo in tutto.
Per parlare di discontinuità positiva occorrerebbe prima definire cosa si intende per "continuità" e dimostrare che nella continuità si annida il gran mare del danno che si è abattuto recentemente sul popolo italiano. Con tutto il rispetto, per parlare di discontinuità come "simbolo di una politica" nuova, occorrerebbe scrivere un trattato che esprima cosa sia la dinamica della continuità e che specifichi i danni da essa prodotti. Ciò presupporrebbe di poter dimostrare come in poco più di un anno si sia realizzato un disastro attribuibile a continuità.....
Lo scrivente identifica il termine "discontinuità", per riferirci agli avvenimenti che coratterizzano l'attuale attuale crisi di governo, nel comportamento di chi ha instaurato per la prima volta un criterio di lotta, di tipo verbale assolutamente inusuale. Certo nella inusualità di espressione e di modo nell'aggredire un ministro e suo "vice" , si può identificare una discontinuità di comportamento. I modi "non accdemici" adottati da un universitario, quelli sì che si può ritenere costituiscano "discontinuità" . Se quelli adottati recentemente in occasione di un discorso ufficiale tenuto da un universitario sono i nuovi modi a cui dovremo assistere nel futuro, si può capire quanto sia stato atto grave l'aver trascurato da molti anni dai governi italiani la cura per la pubblica istruzione. Posso dirlo da universitario, senza alcuna tema di poter essere confuso come uomo di parte (non sono grillino, non sono leghista, nè comunista, nè fratello d'Italia), "quei modi non sono accademici" e preludono alla instaurazione di gravi dubbi su quanto ci si possa attendere da "direzioni bis". Anche in un comune consiglio di Facoltà, ove non si discutono cose di gravità paragonabile, non sono consueti gli attacchi diretti in quel modo. Mi riferisco al modo "accademico" da adottare nei litigi fra gente di cultura: e non si eccepisca che fra accademia e politica ci siano differenze in termini di buon gusto.
Una considerazione su cui fare attenzione: non sento litigare salla sedia di ministro della pubblica istruzione. Anche in questo prossimo governo quel ministero continuerà ad essere occupato da un ingegnere in teorie spaziali o da un grande esperto in logiche di mercato? Mi sarebbe piaciuto veder litigare sulla opportunità di scelta di un esperto in programmazione della ricerca scientifica, o almeno in didattica. Ma, ciò che è grave, è che i giovani che tanto vengono citati come destinatari di un mondo migliore, siano sempre gli ultimi a fare opposizione. Certo!, si offre loro lo scenario di universitari cooptati a fare tuttì'altro che il loro vero mestiere per cui sono remunerati.

Una festa fuori luogo (i giochi del 2026)

Bisogna proprio avere una bella "faccia tosta" per avere il coraggio di festeggiare, sotto ripresa televisiva, l'avvento dei giochi del 2026. Autorità che saltellavano e sorridevano.....a me che guardavo quella scena neanche la sollecitazione delle ascelle avrebbe prodotto un sorriso. Non sono nè un grillo nè un grullo, sono uno che intuisce quanto sia facile dare il contentino ad un povero: basta omaggiare un povero con una medaglia perchè lo stesso povero si scrolli di dosso la fame, salvo a risentirla più incombente il giorno dopo.....Ma l'ingenuità degli italiani è veramente proverbiale! In realtà non si tratta solo di ingenuità, ma di soggiogamento alla cultura dell'inutile! Chi è quel benpensante che non si rende conto del fatto che, al giorno d'oggi, togliersi di dosso quella spesa è davvero una fortuna e che votare l'Italia a quell'impegno significa scaricarsi di dosso una fregatura? Ma quale "ritorno" concreto si ritiene ci si debba attendere? Lo stesso ritorno che è stato prodotto dall'Expo? Bene, se è così, non abbiamo bisogno di economisti per quantificare il danno, si fa da soli....Sentivo la pelle d'oca mentre vedevo zompettare vari personaggi in preda alla felicità....ma prodotta da che? Dalla reiterata possibilità di dover gestire ancora una volta i vari incarichi di conferimento di "da fare". Questa volta non dovremo più inneggiare a quella porcheria di "albero della vita" ma ad altra cretina invenzione che diverrà altro mausoleo abbandonato in altra squallida periferia. Prepariamoci a incontrare nei luoghi più in vista di Milano altri testimoni da baraccone, creati con lo stesso cattivo gusto che ha dominato quando si è tentato di inculcare nella mente di alcuni malcapitati l'idea che si dovesse rivitalizzare l'immagine del buon gusto alimentare italiano, riuscendo invece a rivitalizzare l'immagine di una serie nutrita di cuochi che con le tecnologie alimentari d'Italia non hanno nulla a che fare. Ma vi pare il momento di inneggiare al 2026 mentre tanti che han perso lavoro non hanno certezza di fine mese? Ma la vogliamo smettere?

Una poesia di Carlo Porta (1775 - 1821), poeta milanese, sul tema della ”giustizia”.

Carlo Porta pare ci abbia lasciato solo qualche anno fa! Sono invece passati 198 anni....
Avete visto sia cambiato qualcosa?
La giustizia de sto mond
la someja a quii ragner
ordii in long, tessuu in redond
che se treuva in di tiner.
Diniguarda a mosch , moschitt
che ghe barzega on poo arent;
purghen subet el delitt
malappena ghe dan dent.
All'incontra i galavron
sbusen, passen senza dagn,
e la gionta del scarpon
la ghe tocca tutta al ragn.
Carlo Porta
Traduzione
La giustizia di 'sto mondo-
assomiglia aquelle tele di ragno
ordite in lungo e tessute in rotondo
che si trovan nelle tinaie.
Scampi Iddio mosche e moschini
che vi capitino dentro,
purgan subito l'infrazione
non appena gli van dentro.
All'incontrario, i calabroni
bucan, passan senza danno,
ed il costo dello strappo
tocca tutto e solo al ragno.

Il pacco del giorno 16 ottobre

Più che un pacco...è una balla...l'abolizione del numero chiuso a Medicina!

Di tutto si parla fuorchè di formazione

Fa raccapriccio sentir parlare, in varie trasmissioni ed in vari giornali, di analisi del perchè ci si ritrovi a fare da fanalino di coda dell'Europa (così almeno sento dire) e perchè il numero di coloro che in Italia fra 15 e 29 anni non hanno nè in corso un piano di studio nè un lavoro è davvero impressionante.
Se affermassi di poter dire che il perchè è facile da identificare farei inviperire tutti i parlamentari, visto che si ritiene che solo da parte loro è lecito sentenziare.
Ma se mi permetto di dire qualcosa in proposito senza pretendere di aver veramente identificato il "perchè", ma solo permettendomi di dire la mia, credo che una decina di auditori in Italia potrei sperare di recuperarli.
Secondo lo scrivente, abbiamo soltanto dimenticato chi siamo e dimenticato di avere il diritto di parola.
Chi siamo? Siamo un popolo di gente che aveva da porre come biglietto da visita quello della detenzione della cultura. Non se ne sente mai parlare, e si sente invece recriminare sempre (alla maniera di calimero) su quello che non abbiamo rispetto agli altri. Avevamo da vendere "cultura" e giovani colti, formati in scuole tenute in povertà ma in onore di sapere. Abbiamo voluto copiare gli schemi di formazione di gente che aveva tendenze diverse e finalità culturali diverse: avanti con le lauree a tutti, avanti con la semplificazione degli studi, avanti con il tecnicismo, avanti con il diritto allo studio livellato sul minimo, ed ecco il risultato. Si è regalata l'illusione del potere della laurea, e nei singoli settori si sono dette delle bugie: che l'industria chimica italiana aveva un futuro, che era opportuno non mungere le vacche ma farle fuori perchè in sovrannumero, che l'olio d'oliva dovessero usarlo solo i terroni come me e che invece di grano si dovessero piantare girasoli, che dovessimo considerare come raggiungimento di posizione quello che corrispondesse al raggiungimento di potenzialità d'acquisto di una Ferrari, e che tutti gli emigrati al nord dovessero fare i dirigenti.
Avevamo quindi da vendere cultura (e con questa le arti, il prosieguo di una grande ingegneria di Leonardo, la valorizzazione dell'agricoltura, la creazione di centri d'accellenza che non perdessero tempo a riempire scartoffie per i progetti europei, ecc.): invece abbiamo relegato la scuola all'ultima delle posizioni di interesse. Si sente parlare solo di finanziamenti a pioggia, spostando le nuvole con artifizi da genio italiano, ma di rivalutazione della cultura, di autonomia della cultura non se ne parla più.
Vogliamo capirla che noi, in Italia, siamo nati con un denominatore comune, che è quello del cervello funzionante e con la capacità di far crescere gli olivi sulle pietre oltre che menar d'aratro in modo magistrale? Peraltro in un ambiente che potrebbe dar pane e companatico purchè rispettato a dovere senza gasdotti od oleodotti che di "dotto" non hanno nulla!
In poche parole: abbiamo rinengato le origini e abbiamo vuluto immetterci in economie che nulla hanno a che vedere con la nostra. Possedevamo una scuola e ne abbiamo rinnegato il valore, invece di potenziare a livello superiore le scuole che troppi spregevolmente hanno indicato come "tecniche", senza rispettare e valorizzare gli studi umanistici e delegando tutto alle università....che abbiamo poi livellato sul basso copiando principi culturali d'oltralpe.
Rischiamo di vederci trasportare il vallo Adriano sulle Alpi o più giù ancora..... e ci preoccupiamo, invece di tentar di unire le forze dei braccianti agricoli e dei giovani ed anche dei vecchi (finchè ce la fanno) per ricostituire un sistema culturale vero, efficiente come quello delle Polis!

....fare la stroria.... con 11 analfabeti? Ecco cosa sono i miti creati oggi

Siamo ritornati all'epoca (che sarebbe proibito rievocare) in cui il popolo veniva appagato da quattro cialtroni che tentavano di tenere alto il morale attraverso saggi ginnici nelle piazze, con il calcio che annegava i dolori della fame, con chi piantava grano in piazza del Duomo.
Il triste modo di acculturare oggi gli italiani è divenuto quello del dare in pasto gratuito il campionato del mondo in TV. Ma non basta.
Mi chiedo perchè non hanno pensato di raccattare soldi dagli invasati di questo "detto sport" facendo pagare cara la trasmisasione su schermi delle "partite" da parte gestori di esercizi diversi. La limitazione della visione di un "campionato del mondo" di fatto arginerebbe anche parte dei danni creati da questo tipo di informazione.
Si sentono proferire frasi quali "in cerca della storia", riferite ad analfabeti plurimilionari che calciano su pallone e su avversari, che sputano in continuazione sul campo di calcio, e che ci godiamo al completo perchè anche gli operatori televisivi prediligono le riprese "ingigantite" , proprio di chi sputa. Non dimentichiamo neanche il livello di cultura dei commentatori ufficiali, in grado di sciorinare i dati sull'altezza di tutti i calciatori e il loro prezzo di acquisto.....questa sera il più stupido di quelli che terrebbero a essere classificati come "telecronisti" parlava del ritorno vittorioso in viaggio aereo di un magnate che aveva concluso l'acquisto di un altro straniero destinato ad una squadra italiana.
I poveri italiani ascoltano, i più rispettosi della miseria cambiano canale, i giovani sentono parlare in continuo del "prezzo" pagato per l'ennesimo analfabeta che ha più degli altri la capacità di usare la testa per infilare un pallone in rete pittosto che usarla per imparare la storia d'Italia. Più la testa è adibita alla funzione di mazza da baseball, più si è pagati....alèh !!!! Facile fare lezioni di questo genere!
Ma dove sono tutti quei "moralisti" che vengono intervistati in trasmissioni tenute ormai per lo più da belle donne, e che parlano di tutto fuorchè della opportunità di non divulgare "sozze notizie" sull'acquisto dell'ennesimo juventino?.....quali sono le sozze notizie? Presto detto: come si fa ad immaginare di poter dire in pubblico che un tiracalci guadagnerà quattro o sei milioni l'anno, e che le così dette "società" hanno disponibilità di sperpero di cento milioni per acquisire un modello del niente.....?
Quelli che dovrebbero essere gli addetti ai lavori, quelli che amministrano la cosa pubblica, non pensano mai agli studenti che accellerano fino all'incredibile la corsa verso il superamento degli esami perchè non possono permettersi alcuni, ed altri non ne capiscono l'utilità, di sostenere gli esami a tempo debito pagando la "rata" del fuori corso?
Dall'altra parte, tutti i giovani con il telefonino fra le mani, anche a lezione, mentre un poveraccio si sgola per sciorinare dati e notizie che frutteranno quel che sappiamo. Fra un pò di anni la posizione di sgobbatura del collo diventerà carattere essenziale degli italiani, segno distintivo di un lassismo incontrollato.
Ma il campionato del mondo va avanti, fra commenti chilometrici su incapaci che non sanno dire nulla, sempre ignoranti come una volta......quando però guadagnavano cifre non mai normali, ma non da capogiro. Ho l'onore di ricordare Menti, Gabetto, Bagigalupo, il papà di Mazzola odierno ed altri.
Ed intanto, mentre il Brasile torna a casa, milioni di poveri si disperano, sempre in Brasile. Anche a luro hanno fatto credere che un gruppo di 11 uomini in nulla migliori degli altri, possa rappresentare una Nazione.
La fortuta ha voluto che questa volta l'Italia non abbia fatto parte di quelle squadre che hanno sperperato danaro in abbondanza per prendere a calci un pallone. E c'è stato anche chi ne ha provato dispiacere.....ma dove siamo? Vorrei chiedere agli addetti a quei lavori quali messaggi in parallelo al calcio/mercato: io credo che l'interesse più grande sia quello di divulgare ai giovani l'idea che "è importante nascere usando la testa solo per infilare un pallone in rete".
Se tutti avessimo avuto, come alcuni compreso il sottoscritto, professori veri, saremmo tutti noi impegnati a prendere oggi a calci sia i calciatori sia gli allenatori, evitando di farli stazionare su un suolo Italiano che è povero, avere capito?, è veramente povero. E chi non sa cosa sia la povertà non ha capito niente, niente di niente....come diceva il mio prof.Cariello, compianto povero docente dell'Orazio Flacco di Bari, che da grande "grecista" ci confessava di non aver mai potuto visitare la Grecia, perchè non aveva stipendio che glielo avesse potuto permettere.
Fernando Tateo

Quando non sanno che dire, dicono ”spread”

Differenza di rendimento fra titoli di stato italiani e tedeschi.....sono quindi loro il termine di paragone, chiaro?
Il termine "spread", divenuto(mi) antipatico perchè usurato dall'abuso fattone da chi calò a ciel sereno nella vita italiana, non richiesto con voto da alcuno degli stessi italiani, regalando danni "accademici" di cui paghiamo ancora i danni prodotti, oggi è ridiventato di moda.
Il termine si è materializzato nella figura di uno spaventapasseri, piazzato nel bel mezzo di discorsi in cui non si sa che dire. E' divenuto l'ultima spiaggia su cui approdare quando si vuol affermare che "gli altri ci guardano male", e nel caso d'oggi quando il governo che si intravede formarsi non è di quelli varati dalla tradizione, risultando quindi antiparico alla nazione che non ha da insegnare niente a nessuno prima che siano trascorsi anni sufficienti per dimenticare.
Che ci sia stato un cane a poter dimostrare che il potere dello spread sia tale da condizionare la vita di uno di quei tanti che dormono per strada o che hanno perso il posto di lavoro....!!!! Si parla solo di danni a livello incontrollabile, di dannii futuribili, causati dall'antipatia per qualcuno che si dovesse permettere di dire che l'Euro è una moneta che ci ha ridotto in condizione di servitù.
A mio parere, il poter varcare diverse frontiere senza dover fare il cambio in un gabbiotto nei pressi di una dogana, non ripaga del fatto che si finisca comunque per pagare in alcuni casi con vantaggio in termini in potere d'acquisto ed in altri casi senza alcun vantaggio. Non è cambiato nulla, per chi vive di lavoro, se non la forma della moneta, ma con l'aggravante di un tasso di rincaro che fa spavento. Ciò naturalmente per chi lavora, per gli altri non è così: ma si faccia caso, se varchiamo certe frontiere ci rimettiamo anche le mutande......è ovvio! c'è lo spread...... e l'euro fa comodo a chi ha tentato di fare dell'Italia un satellite, e continua ad erodere potere, potere, potere........
Questo lo scrive un economista nel senso che chi scrive, nonostante abbia fatto economia fino ad oggi, non è riuscito ancora a fare risparmio

Il pacco del giorno

tiè....goditeli
Si possono ricevere o prelevare da altri anche 11.000.000 di voti. Ma a che servono se non sai che farne?

...che si faccia o meno.....fa lo stesso

Quello che a quel tempo mi si spiegò fosse stata ragione di punizione fu l'ingenuità di aver creduto a coloro che facevano finta di partecipare ad una "causa giusta".
Vorrei personalmente che risorgessero padri simili, proprio i padri di tutti i votanti, che ci dessero lezione una buona volta sulla inutilità di credere alle manfrine raccontate in mome del popolo italiano da pochi personaggi capaci di polarizzare l'attenzione su se stessi senza averne alcun merito se non quello d'aver ricevuto un voto.
Mi è stato anche insegnato che la cravatta e la giacca si indossa quando queste due cose si sanno portare con disinvoltura: ma non si rende conto il popolo italiano che si è votata anche gente che indossa la giacca in modo peggiore di quanto sappia fare un attaccapanni? Non parliamo della cravatta: il portarla sembra essere motivato dal fatto di dover sostituire il collare prescruitto dall'ortopedico dopo un colpo di frusta.
Ma il bello di tutto sta nei contenuti: si spiffera ogni motivazione di "cambio", cambiare la Costituzione, cambiare le ragioni che motivano uno stipendio, abolire i pensionati perchè non servono più, e così via....Ma che ci fosse qualcuno dei votati a parlare del degrado della scuola, della cultura e della necessità di intervenire su questa proprio per un mondo meno ricco ma migliore, DA RICOSTRUIRE....macchè!!!!!
Redditi di cittadinanza e prebende in busta paga si ritengono più funzionali.....

Un convegno di grande valenza culturale al Museo Lombardo di Storia dell'Agricoltura

Il 14 aprile u.s. presso il Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura che ha sede nel Castello Bolognini di Sant’Angelo Lodigiano si è tenuto un convegno su “Agrimensura e disegno tecnico nella genesi del paesaggio padano”- Sotto il patrocinio della Fondazione Morando Bolognini, della Società Agraria di Lombardia, dellì’Accademia dei Georgofili, e con il contributo della Regione Lombardia, l’incontro è stato organizzato e coordinato da un gruppo di studiosi di storia dell’agricoltura e docenti dell’Università degli Studi di Milano quali Osvaldo Failla, Tommaso Maggiore, Luigi Mariani e loro collaboratori, ai quali si porge il più sentito ringraziamento per aver fatto rivivere a tutti i partecipanti uno de quelle giornate che lasciano non soltanto il segno del ricordo ma il rimpianto per una non più comune frequenza di avvenimenti a sfondo puramente culturale e ricchi di socialità oggi veramente divenuti rari.
Hanno tenuto dotta conferenza nella prima parte dell’incontro: Gianluca Mete del Museo Laus Pompeia, Paolo Tedeschi dell’Università degli Studi di Milano Bicocca, Tommaso Maggiore dell’Università degli Studi di Milano e Luigi Degano per la Fondazione Giangiacomo Morando Bolognini. Nella seconda parte del convegno hanno presentato relazioni Anna Rizzi con Osvaldo Failla e Luigi Mariani, Rita Brunetti con Edoardo Rovida e Lucia Corti con Franco Roma.
Il primo dei temi affrontati è stato quello della geomorfologia e popolamento del territorio rurale in età antica (Gianluca Mete): le logiche adottate dalle popolazioni in età romana e successive nella costruzione di centri urbani oggi divenuti popolose città moderne, sono state descritte con riferimenti attenti alla morfologia dei territori e delle risorse idriche. La disquisizione altamente tecnica sul tema ha generato nell’uditorio un’attenzione particolare per la “non casualità” di localizzazione dei centri urbani già in età remota.
Informazione puntuale sulla costruzione e aggiornamento dei catasti è stato il tema svolto da Paolo Tedescxhi, con riferimento puntuale al periodo teresiano ed ai successivi : il riferimento competente alle riforme fiscali ha lasciato ben intendere quale sia stata l’attenzione nei tempi trascorsi ed ormai lontani per una definizione razionalmente e socialmente attenta e differenziata della rendita padronale. Ricco di interesse è stata la puntuale descrizione che in epoche trascorse consentiva di distinguere fra aratorio, aratorio adacquatorio, aratorio vitato, ronco (frutteto), prato, prato vitato, ecc. Il tutto con chiaro riferimento all’attenzione posta per una giusta attribuzione di imposta.
Tommaso Maggiore ha descritto invece le attente modalità alle quali soggiacevano nel passato le operazioni di inventario delle proprietà rurali e dei fondi rustici ai fini di acquisto, affitto e riconsegna. Si è potuto recepire quanta attenzione fosse posta in dettagli descrittivi utili ad evitare contenziosi in fase di riconsegna, pur in assenza della strumentazione moderna e degli strumenti di grafica descrittiva d’oggi.
I temi dell’agrimensura e del disegno tecnico sono stati infine svolti nelle relazioni della seconda parte della giornata, mentre da Luigi Degano, presidente della Fondazione Morando Bolognini è stata fatta una descrizione del patrimonio archivistico del Castello.
La visita di gran parte del Museo, in occasione della quale il Tommaso Maggiore ha svolto il compito volontario di “presentatore” competente di vari comparti, ha chiuso la giornata di studio:mirabile è stata, in particolare, la presentazione del ricco “Museo del Pane”.
La presente nota si spera possa dare un contributo alla conoscenza di una realtà artistica che sicuramente meriterebbe più attenta attenzione anche in termini di presa coscienza del ricco patrimonio del territorio. La visita del Castello Bolognini e del Museo, corredata dalla presa d’atto d’esistenza una Fondazione ricca di beni non solo artistici viene posta all’attenzione di quanti amano il bello e la cultura.

Cosa possiamo aspettarci ancora...

Ormai abbiamo visto quasi di tutto: governi improvvisati, partiti politici improvvisati nei programmi e nelle idee, laureati sortiti da triennalismi improvvisati, aziende improvvisate da imprenditori altrettanto improvvisati, dirigenti d'azienda improvvisati......presentatori improvvisati, attori improvvisati, comici improvvisati, cantanti improvvisati...ecc. ecc.
Ma il termine "improvvisato" ha un significato univoco e ben definito?
Io penso che si possa parlare di improvviosazione tollerabile in senso compiuto solo quando ci si riferisce ad una prestazione musicale nel corso della quale uno strumentista abbandona il tema previsto dalla partitura e rispettando solo l'insieme e la sequenza degli accordi previsti dal tema, presenta all'ascoltatore una diversa versione del tema stesso. Di norma, al termine di una sequenza di improvvisazioni svolte sullo stesso tema da più strumentisti, il compklesso musicale ripropone il tema previsto dalla partitura, quasi a voler ricordare che il tema d'inizio non è stato abbandonato ma è stato soltanto "interpretato".
L'improvvisazione, nel caso classico del jazz preso prima come prototipo di situazione "propositiva" vissuta da un musicista, è quindi lontana da sregolatezze: il tema è, all'orecchio dell'ascoltatore esperto o anche semplicemente attento, sempre riconoscibile anche durante l'improvvisazione più spinta, perchè basato su una malodia (gli accordi) che non si modificano, in rispetto di quanto l'ideatore del "pezzo" ha scritto in partitura.
L'improvvisazione a cui si assiste troppo stesso quotidianamente è invece avulsa da qualsiasi regola di base: non è ricerca di una diversità di interpretazione di un tema che debba guidare il tutto, per esempio quello del rispetto delle regole di quella educazione culturale che si racconta spesso di aver raggiunto negli anni.
In conseguenza di ciò, possiamo aspettarci di tutto; dall'uso della fatidica parola "rottamazione" a quella che si identifica come "preclusione" al dialogo: ma che impressione si prova quando si assiste al comportamento "spocchioso" di una serie di personaggi, da noi voluti come gestori della cosa pubblica, che non rispondono o rispondono in modo sgarbato alla domanda di qualcuno che è lì a tentare di ricevere una dichiarazione o un "pensiero"?
Per me quella spocchia è proprio segno di "improvvisazione di mestiere", molto lontana dall'armonia che dovrebbe guidare la gestione della "COSA PUBBLICA": manca il rispetto di due "accordi" che si chiamano "educazione" e "cultura".

Elezioni? Non è una campagna elettorale, è una vergogna!

A pochi giorni da un voto, siamo sommersi da bombardamenti mediatici che fanno soltanto vergogna: non c'è ombra di un ideale perseguito, c'è soltanto un insieme di promesse presentate come premio di un voto, come premio da concretizzare il giorno dopo quello delle voto.
Personalismo e pressappochismo anche sui bilanci, sputati per aria con cifre incontrollabili da noi poveri ascoltatori; sembra di giocare a poker con un mazzo di carte che ha 20 assi, ognuno presenta un poker con quattro assi di cuori!
Ma tornando la sera a casa, tutti questi promotori del bene d'Italia, nessuno escluso, pensano al dopo?
Ne abbiamo visti tanti, il giorno dopo, a vantare vittoria, e poi?
Viaggiavo ieri nelle campagne del mantovano: peccato che tutti i promotori del bene d'Italia fossero a Roma o a Milano o in luoghi simili. Ma lo sanno cosa è l'Italia? L'italia è un insieme di povera gente illusa dipoter partecipare ad un banchetto, domani, in cui ci sia almeno il pane.
Viaggiavo ancor prima nelle campagne del leccese: terre abbandonate, contadini inesistenti e tanta povera gente, senza speranza.
Passeggiavo stasera in via della Spiga, in via del Gesù, in Montenapoleone, e cercavo la soluzione: ma la soluzione non è in quelle strade, chi le vive è molto lontano da Mantova o da Lecce, vive in Maserati. Un poveraccio che conosco invece, a sera, si rinchiude in un'auto vecchia con il suo cane, e trascorre la notte lì, in via Giuseppe Colombo......
Mi si chiederà se ho tanto tempo da dedicare al passeggio: non ne ho, me lo sono ritagliato perchè illuso di aver diritto anch'io a qualche giorno in occasione del Carnevale Ambrosiano. Ma Ambrosiano o meno, il Carnevale lo festeggiano solo alcuni o lo possono festeggiare solo alcuni. Io preferisco tornare a lavorare e a spegnere la televisione una volta giunto a casa, per paura di imbattermi in veggenti che non hanno neanche la palla per prevedere il futuro. E ho anche paura di votare, quando sarà...., non vorrei esser vittima anch'io delle promesse infinite, non voglio rischiare di crederci: i miei maestri mi insegnavano che la vita di un chimico è quella della ricerca continua dell'intimo della materia, e quella di un chimico analitico dicevano fosse tutta incentrata sul dubbio perenne da porre sulla significatività di un dato ottenuto da un'analisi.
Figuriamoci che fiducia possa io riporre in numeri lanciati per aria senza senso alcuno, o discussi in termini di differenza fra 1,0 e 1,5. Ma tanta gente che ci imbonisce, ha mai studiato cosa significa "gestione del dato analitico"?

Lo scempio di un capolavoro: la Bohème all'Opéra Bastille di Parigi

La fine del 2017 in teatro? All'Opèra di Parigi? Mi son permesso di pensarci da tanto e di soddisfare finalmente un desiderio da anni ed anni contenuto, un progetto realizzatosi proprio il 31 dicembre 2017.......
Assisto all'ennesimo segno di degrado dell'informazione: all'acquisto del biglietto (stranamente scontato del 30%) non c'è chi mi dia notizia del fatto che si sarebbe poturo innestare il libretto di Giuseppe Giacosa in una rapresentazione quanto meno indebita della Boème, ambientata per la prima parte nell'interno di un 'astronave di pessimo gusto e per la seconda parte su un malfatto paesaggio lunare, con tanto di tute da astronauti indossate dai cantanti.
Raccontare il tutto mi farebbe impiegare tempo inadeguato per descrivere una "travisazione" del genere.
Le rimostranze più vive le rivolgo a tutti coloro che hanno avuto il coraggio di fondere il proprio nome con quello di Giacomo Puccini nella locandina descrittiva dello scempio: direzione musicale, direzione della messa in scena, costumi, design, luci, video, coreografia, drammaturgia.
Mi spiace per l'Orchestra e Coro dell'Opèra Nazionale di Parigi, che forse non ha alcuna colpa, visto che c'è stato un direttore che si è prestato all'operazione.
In occasione della prossima visita a Torre del Lago mi permetterò di visitare la casa di Puccini, ancora una volta, lasciando per lui almeno un fiore a testimonianza del fatto che c'è qualcuno ancora che non ha perso il cervello e che è in grado di deprecare l'operato di chi vende uno spettacolo usando il nome di Boème per attirare molti o pochi che si ritengono inconsapevolmente catapultati in un vortice di cattivo gusto.
fernando.tateo@unimi.it

A PROPOSITO DI NATALE

BUON NATALE!!!!!!!
In barba a coloro che hanno perso il senso del Natale come momento di perdono e di vita nuova, riporto uno scritto pronto per la pubblicazione già da qualche anno, e che ho voglia di trasmettere solo ora proprio in considerazione della evidente attuale degradazione di politica, didattica, rapporto sociale....e chi più ne ha più ne metta., a cui ci tocca assistere.
Spero soltanto che Gesù Bambino ci aiuti a conservare quel pò di stima della nostra identità che ci possa ricondurre almeno ad una moneta che sia nostra......la Lira.....
I papà ed i nonni che non conoscono più "Biancaneve e i sette nani" o "La Bella addormentata nel bosco" e che non sanno che raccontare a figli e nipotti, raccontino la storia che troveranno nel testo che segue. Almeno per ricordare che il Presepe non è ancora cosa finita.
Al buio, in soffitta o comunque in altro ripostiglio più o meno nobile, i pupi di un presepe hanno come tutte le cose e gli uomini del mondo, un futuro imprevedibile: in posizione di riposo coatto, in piedi o sdraiati o a testa i giù, sono comunque soggetti ad una sorte non solo dettata da chi li ha riposti. C'è infatti chi li ripone con tanta attenzione, c'è chi nel riposizionarli li lascia cadere. Aspettano un anno, ma non son certi d'occupare la stessa posizione più o meno strategica che ciascuno di essi occupava rispetto alla grotta del bambin Gesù nella sortita precedente; il mestiere non cambia ovviamente da un anno per l'altro che si tratti di pizzaiolo,di panettiere, di calzolaio e via andare, la posizione economico-sociale non cambia. Fortuna per essi è almeno quella di non vedere posizionarsi nel presepe, fino ad oggi, anche medici ed avvocati: dai mali e dalle liti almeno i pupi sperano d'esser fuori, almeno nella stragrande maggioranza dei casi.
Ho visto, in un caso, un presepe "di settore": i pupi erano tutti dentisti. Non immagino abbiano, se riposti come gli altri, avuto riposo facile, ammassati l'uno a fianco dell'altro al buio: avranno avuto coesistenza difficile, visto che quel presepe non è stato più allestito l'anno successivo.
Ma neanche nel mondo dei pupi da presepe v'è certezza di sopravvivenza: soggetti ad esser riposti spesso in tutta fretta, qualcuno di essi, non costruito in materia plastica o comunque resistente a urti e cadute, finisce per risultare malconcio, con un braccio in meno o con una base tale da renderne precaria la stabilità o con altra degradazione strutturale...Per questi, solo la grande affezione di un bimbo o l'attenta cura d'un genitore salverà il pupo dalla spazzatura e garantirà la ricomparsa l'anno successivo fra i nuovi arrivati e fra le vecchie conoscenze.
Per un anno in riposo coatto, abbiamo detto già: ma che direbbero se potessero parlare? Intanto noi crediamo che parlino davvero, basta crederlo. Io credo che parlino di quello che hanno visto l'ultimo anno durante la loro presenza nella stanza più bella dedicata al presepe, o nel punto più "caldo" di una casa povera, o in una chiesa.
- Ehi tu! - dice un pastore al pizzaiolo - mi senti? Eravamo vicini questa volta, e devi aver visto ed ascoltato quello che ho visto io... il papà urlava mentre ci metteva giù su prati e montagne e si lamentava "ma ti par giusto far questa fatica ogni anno?", l'hai sentito? diceva a sua moglie che "tutta questa fatica per far festa quando festa non c'è?".
- Ma la moglie - dice il pizzaiolo - rispondeva a tono, l'ho sentita io dire: "la festa non c'è, caro mio, perche non basta metter giù i pupi e fare il presepe, bisogna aver l'animo di farlo e l'animo di .viverlo.....".
- E la lavandaia: "ve lo dico io a cosa pensavano in famiglia.... solo all'apertura dei pacchi-regalo, tantissimi...assurdo se pensate che per comperare noi discutevano sul prezzo....."
Chi scrive ha saputo di una famiglia di pupi, che in una casa d'un bimbo malato, rischiava di non comparire come negli anni passati sul "set" del presepe. Vi racconto cosa ho sentito dire dai pupi in merito a quanto accadeva in casa.
Uno dei re magi, quello che in genere porta nelle mani un sacchetto di monete d'oro, con la voce di chi soffriva veramente a sentir quello che accadeva, raccontava all'altro che portava incenso:
- La mamma non ha più speranze, ha chiesto al babbo se ha soldi sufficienti per chiamare un medico di quelli "buoni", e lui dice che non ce la fa...Lui, il babbo, dice che con un tempo così è dubbio che qualcuno lo chiami al lavoro...
- Peccato, risponde un pecoraio, non possa regalare al medico tutte le pecore che ho....l'anno scorso non me le hanno neanche messe tutte sul presepe... e ne venderei più d'una.....pur di far star bene quel bimbo....
- Insomma siamo tutti d'accordo? Ci facciamo vendere tutti in blocco? Non siamo tanti ma qualcuno ci pagherà......e il ricavato andrà a questa famiglia che ci vuol bene - disse la statuina della Madonna.
Si sentì un gran sussulto ed un coro di "siii!" nella scatola di cartone che conteneva pupi e decori natalizi. Ma la vocina d'un pizzaiolo si introdusse tristemente sollevando un gran problema:
- Come si farà a suggerire di venderci? Io saprei indicare chi ci comprerebbe in blocco, ma come facciamo, visto che siamo relegati in soffitta e non ci ascolta nessuno? Avevo sentito che il macellaio aveva fatto proposta di comprarci, lo scorso anno.......
- A questo ci penso io! disse una voce diversa, che veniva dal di fuori.....sembrava venisse da tanto lontano, ma tanto.......
I pupi si sentirono sballottati già pochi istanti dopo: il contenitore in cui avevano stazionato fermi fino ad allora era stato prelevato con decisione dalla donna che disse al marito:
- Dai cura al lettino, io torno subito, vado a vendere i pastori in blocco, vedrai che ce la facciamo: c'è il macellaio che me l'ha proposto di comprarli lo scorso anno, sapeva che erano di cartapesta e non di plastica, sapeva anche che erano di tanti anni fa, a lui piace l'antico......ricordi quella volta che ci ha anche venduto la carne antica e che stemmo tutti male?
- Bell'idea, ma non pensare a tirar troppo, basta che ti dia un centinaio di lire.... Compreremo dei pastori di plastica e il bimbo sarà contento lo stesso......
- Ma certo! Sta tranquillo e intanto chiedi a quel sant'uomo di Giuseppe ......il sagrestano..... che ti suggerisca il nome d'un medico di buon nome che sappia non solo prender soldi, ma pensarci anche su' .......ma aspetta che prima io ritorni, non si sa mai.....
Il contratto fu fatto in fretta e furia e la donna ritornò a casa felice di disporre di quanto avrebbe dovuto disporre per pagare il medico....e ne avanzarono per comperare altri pupi, e far felice il suo bimbo con un bel vestito nuovo per il Natale......dimenticavo di dire che della malattia non se ne sentì più parlare.
Eh si! Sembra che quel che combinano i pupi, pur così immobili come sembrano, sia inimmaginabile.
Fernando Tateo
348.7155835
fernando.tateo@unimi.it

Ricordo di una ”terza liceo classico” Q.Orazio Flacco - Bari

Invito ai ricordi !!!!!!!! Terza D del 19.... del Liceo Classico Q.Orazio Flacco - Bari
Se qualcuno degli studenti della sezione D del liceo classico Q.Orazio Flacco di Bari si riconosce nella foto qui di seguito riprodotta, ova compaiono al centro iin basso ll Preside Pazienza (a sinistra) ed il Prof.Salvatore Fajella (matematica e fisica) a destra, è invitato caldamente a metttersi in contatto con il n. 348.7155835 e con la mail fernando.tateo@unimi.it.
Si riconoscono, tra gli altri, i futuri: Prof.Armenio (UniBa), il Dr. Veneziani, il Prof.Nitti, l'Avv. Pesce, l'Avv. Conte, il Dr Poliseno (mio compagno di banco), il Dott. Uva, il Dr. De Benedictis, il Dr. Apa, il Dr. Cappellini, ed anche il Prof. Tateo (UniMi) e molti altri....

Qualcuno continua ad affermare che l'Italia è un Paese sviluppato

Sembra che molta gente, e di quella che si dice che conti, viaggi soltanto in auto percorrendo vie agghindate per l'occasione della visita programmata: niente di diverso da quello che succedeva negli anni in cui la miseria dominava ma pannelli giganteschi coprivano il pressappochismo architettonico di palazzi altrettanto malmessi.
Non è certo questa una considerazione di tipo nuovo: ma quando la smetteremo di inneggiare ai discorsi sullo sviluppo economico tenuti in aule fastosamente preparate per l'arrivo degli stessi personaggi? E quando la smetteremo di trasmettere in televisione gli stessi discorsi? Forse dovremmo eleggere l'italia intera a Paese di Carnevale, convincendo Putignano, Viareggio, Ivrea, ecc. a cedere le armi in onore di un Carnevale globale e perenne che si svolge nell'Italia intera come "contenitore unico".
Il problema è che l'Italia Unita non sembra mai esistita, benchè i libri di storia si affannino a presentare i confini comprendenti una serie di territori che storicamente hanno avuto padroni di variegata qualità.
Finalmente a fare considerazioni pertinenti sul tema è comparso un "commento" di Renato Besana su "Libero" di Venerdì 8 settembre 2017. Correggendo un motto che Massimo D'Azeglio pare non abbia mai proferito, si legge nel testo del Besana una corretta considerazione:
"gli italiani sono una nazione cui per secoli mancò l'occasione di fare l'Italia" ed ancora "siamo una comunità in cerca di uno stato".
L'autore ricorda che "....quello messo in piedi dal Risoergimento non ci somiglia. In esso dal suo nascere, si mescolarono e si contrapposero in una serie di conflitti irrisolti questrione nazionale e questione sociale". E ricorda ancora che Vincenzo Cuoco "aveva scritto nel suo saggio sulla rivoluzione napoletana che la coltura di pochi non aveva giovato alla nazione e così il resto della Nazione quasi disprezzava una coltura che non l'era utile e che non intendeva".
"Da quel punto", dice l'Autore, "non siamo progrediti e anzi non si possono che registrare arretramenti".
Mi fa particolare tristezza vedere inneggiare in televisione all'esistenza di una pregevole industria pugliese, e non registrare il vero stato di difficoltà in cui versa il meridione intero. Quelli che contano oggi non mi scriveranno perchè io possa invitarli ad andare in visita in mille luoghi di degrado di cui loro non parlano ma che solo l'uomo comune conosce.

Un concerto x 130000

Mi diceva qualcuno come la senzazione del veder passare gli anni venga spesso accompagnata dall'insorgenza di una generale insopportazione o almeno difficile sopportazione delle più plateali espressioni della gioventù: bacio in pubblico, stravaganza nel vestire, ed altre simili.
Non rilevo ancora l'insorgere, in chi scrive, di tali segni di intolleranza verso espressioni che passano tuttora per "giovanili": che non si potesse andare a scuola, una volta, con dei jeans volutamente strappati in punti "chiave" chedo che non fosse il segno di intolleranza di principio verso i giovani, ma che fosse il risultato di giusta valorizzazione di quanto potesse significare "disporre" di pantaloni magari sdruciti, ma accuratamente rammendati da madri capaci ed orgogliose dell'ordine impartito ai propri figli.
Abbiamo anche imparato quindi a non far caso per il dilagare di "chiamiamole mode" del tipo esemplificato prima, anche se l'invenzione dei pantaloni rotti mi sembra cretina in partenza: è di fatto offensiva nei riguardi di quei genitori che oggi possono consentire ai propri figli di mostrare pantaloni integri dopo averne loro utilizzati di rotti in gioventù.
Quello che non credo possa si possa però accetttare supinamente è l'ostentazione sempre maggiore di risultati stupidi: in RAI-TV, fra i successi vendutici come tali, vè anche la notizia dei raggiunti e superati 130000 presenti al concerto di un tale che non mi sembra abbia scritto il Concerto per Violino in B-Dur KV 207, nè abbia composto la Rapsodia in Blue nè abbia la voce e il composto comportramento di uno dei Bitels, nè sappia indossare ancora il cappello dalla parte giusta.
Nella stessa serata si è presentata come "raggiunta" la soglia di un certo numero di migranti affamati, e si è presentato il solito scamiciato che ci arringa "ma in camicia bianca" sui risultati della sua presa di potere di qualche anno fa.
Ma quanto di più insulso è intanto presentare, a fini culturali, cosidette "interviste" fatte a giovincelli invasati non direttamente paganti del biglietto d'ingresso a concerto, che pronunciano ululando frasi del tipo "tutta la vita!", "non è un concerto, è la storia!" pur non serbando fra i ricordi che la storia comprende anche Robespierre, la fine di Maria Antonietta e quel Luigi che era noto non aver l'abitudine di lavarsi.

Non credo si possa parlare di ”voto”: soli cantano e soli suonano.

Non sono del parere che 2 milioni di "dichiarazioni di preferenza" prodotte in manifestazioni interne ad un partito politico significhino qualcosa per un Paese, quale che sia il partito che organizzi una manifestazione che non ha secondo me diritto di denominarsi "votazione".
Non mi sembra neanche logico montare gazebi per strada, se questi sono destinati a far "esprimere una preferenza" da parte di un gruppo definito connotato politicamente.
Se un gruppo connotato politiamente vuole fare esprimere un parere di preferenza in merito ad una una terna di individui appartenenti allo stesso gruppo, l'operazione è certamemnte lecita, ma non riguardando la totalità dei cittadini, non è logico neanche adottare il termine "votazione" per l'operazione in questione . Intanto il montaggio di gazebi simula l'imbandimento di una "kermess" che interessa potenzialmente tutti, e se questo non è, l'operazione assume il carattere di ostentazione pubblicitaria di qualcosa di poco chiaro. Cosa c'entri poi la "democrazia" in questa operazione, sarà necessario spiegarmelo.
Che poi la televisione permetta che si facciano tante ostentazioni di "vittoria" a seguito di "espressioni di preferenza" per chi si vuole guidi un definito "partito politico" mi pare molto strano: non mi disturba certamente, ma la cosa non ha alcun significato di ordine sociale.
Votazione significa qualcosa di diverso, secondo me: è l'esprimere un parere convinto da parte di una popolazione di variegato colore politico, con la conseguenza di dover accettare, da parte di tutti, che "chi vince", in rispetto di un principio che si chiama "principio della maggioranza", assuma la guida della cosa pubblica. Quando non è in ballo un interesse generale, e quando si esprimono preferenze nell'ambito di una cerchia limitata di persone appartrenenti tutte ad uno stesso colore politico, la manifestazione assume il carattere più o meno simile a quella di una convocazione di condominio. Ai gazebo, se si istituissero manifestazioni di tipo condominiale in pubblico, potrebbero logicamente accedere solo i condomini. E gli altri? No di certo. Di conseguenza le riunioni di condominio si tengono nelle sale parrocchiali rionali, o nel ridosso dell'abitazione comune, non cerrto sulle piazze.
Ma in Italia cosa sono 2 milioni di abitanti? Anche dal punto vista puramente numerico rappresentano molto poco. Lo scrivente non invidia certo chi dice di aver "vinto", che in genere scorina frasi insulse di vanto per il proprio saper fare.
Si parla di "voto", a livello di cosa comune, quando una comunità allargata esprime preferenze nell'ambito di temi opposti che interessano una "vera" comunità, non quando i contendenti appartengono ad uno stesso colore politico e chiedono che si esprima preferenza per uno fra più fittizi contendenti dello stesso colore politico.
Ma forse lo scrivere per commentare le farse non è operazione utile ad alcuno: in teatro basta ridere durante una rappresentazione, non ha alcuna logica farne commento dopo. In tal senso chi ha commentato la farsa odierna, come chi scrive, ha proprio perso tempo.
Frattanto, Milano è ancora piena di gente che dorme per strada, ed invece di montare gazebi per fittizie votazioni, basterebbe montare tende per coloro che si chiamano barboni solo perchè posseggono una barba e non posseggono una casa. Ed invece di star li piazzati per una ripresa televisiva, i "vincitori" farebbero bene a fare una culturale passeggiata nei pressi della Stazione Centrale, alla stessa ora in cui posano compiaciuti davanti alla macchina da ripresa televisiva.
Per rispetto al benevolo lettore che può non aver inteso il significato di "soli si cantano e soli si suonano", aggiungo che nel gergo pugliese tale frase si usa per commentare l'azione di chi opera con disinteresse di quanti potrebbero esprimere parere non conforme, diciamo così!

Forza Le Pin che ce la fai !

gerani su un balcone nel 1943
Non è necessario stravincere o vincere: basta dimostrare che la protesta esiste. I Paesi diversi dal nostro sanno protestare, noi no.
Mentre Milano si riempie di grattacieli, brutti e di proprietà incognita, nelle strade del centro c'è chi dorme sotto le gallerie, per terra.
Mentre nelle alte sfere si discute di etica, di diritto o meno di staccare la spina, il popolo si accontenta di messaggi inutili e di promesse sulle riforme.
Ma dove sono coloro a cui è deandato il compito di gestire la cosa pubblica? Sono in riviera per il week-end o a Lampedusa?
Perchè superando quella che una volta era una vera frontiera, per esempio a Ventimiglia, si ha subito entrando in Francia la sensazione di entrare in un Paese civile senza gente che perde tempo a imbrattare muri? Nel nostro Paese non siamo neanche capaci di proibire la vendita incontrollata delle bombolette spray! In Francia probabilmente i potenziali imbrattatori di muri si dedicano piuttosto all'opera meritoria della igienizzazione delle toilettes nei punti di rifornimento delle autostrade.
Siamo così insulsi da gridare al successo per aver imposto la dicitura d'origine sui lattiero.caseari. D'altra parte sarebbe necessario ci si dimnostrasse con quali mezzi si proibisca la trasgressione: attraverso una filiera cartacea? Non più tardi di ieri mi hanno portato in tavola una "ricotta" acquistata al mercato rionale, compatta a tal punto da risultare adatta solo a fare funzione di intonaco da muro. Era prodotta di certo con latte in polvere, e forse anche tedesco, quel che è peggio. L'etichetta? Inesistente nelle mani di chi mi ha propinato la "ricotta". La porzionatura? Fatta estemporaneamente per strada, al mercato.
Guardiamo oggi la televisione? Proposta una nuova dieta da parte di un improvvisato già consolidato "nutrizionista" da strapazzo, presentato con due personaggi che avrebbero dovuto occupare la posizione di "critci". I due personaggi, bontà loro, non hanno l'immagine e il sufficiente carisma per fare opposizione ad un furbo di quattro cotte che continua a raccontar castronate. Il risultato è quello di far crescere l'appeal proprio di chi racconta novelle nutrizionali.
Ore di televisione impiegate a discutere sulle cineserie di Milan ed Inter. Ma ci siamo assicurati che tutti abbiano a tavola un piatto di minestra mentre si trasmette la bravata della Juventus contro il Barcellona attraverso un "catenaccio" degno delle peggiori squadre di periferia? E poi: quale era la squadra italiana? Qualcuno mi taccia di ignoranza: "quella non è l'Italia, è la Juventus! mi dicono".
Ma come si fa a godere, in una Milano, della vista di quattro alberelli posizionati sui terrazzini di un palazzo a più piani quando la gente muore di fame?
Vorrei guardare in viso quel così detto "architetto" per chiedergli se il cuore, insieme alla laurea, l'ha sotterrato sotto uno degli alberelli.
Erano molto più belli i gerani da nulla che la mia mamma curava sull'unico terrazzino di un paese del sud, nel 1943, con meraviglia di tutti gli occupatori inglesi che avevano riempito di filo spinato il centro del paese. Quei gerani non costavano se non la fatica del trasporto dell'acqua, con secchio, dalla fontana rionale fino ad un primo piano. Quella funzione l'ho assolta anche io, e me ne vanto.
Forza Le Pen ! Dimostra almeno l'esistenza di un mondo che protesta! Non importa vincere........
Aggiornamento del 1 Maggio 2017: bene, Le Pen, hai almeno costretto gli altri a pensare che la Francia deve fare i conti anche con coloro che sono con te !!!!!!!

Il pacco del giorno

UN GASDOTTO IN REGALO ALLA PUGLIA, AL SUO MARE, AI SUOI ULIVI
Un "grazie!" di cuore al mittente

Ricordo di Alfonso Maria Liquori (1926 - 2000)

Ritrovo in Internet un servizio storiografico dedicato al Prof.Alfonso Maria Liquori.
Ordinario di Chimica Generale ed Inorganica nell'Università di Bari, fu mio amato docente: da vero uomo di Scienza di qualità d'una volta aveva un carisma indiscutibile ed una capacità superiore di trasmissione dei concetti, che rendeva accessibili a tutti con la semplicità dell'uomo grande.
Il prof.Fernando Tateo (Università degli Studi di Milano) dopo molti anni, lo ricorda con affetto.

Il Prof. Michelino Calabrese non c'è più
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Michele Calabrese (quarto da sinistra) e gli attori di ”Arcobaleno 1955-56”
Cari Lettori, scusatemi se uso una pagina del sito per dare una notizia che probabilmente non interessa molti di voi.
Devo farlo per il gran dolore che provo nel comunicare che da ieri non c'è più Michelino Calabrese (Mola di Bari): è andato via con i suoi scritti ed i suoi testi sotto il braccio,con il suo andamento un po triste, con i suoi tanti dolori e incomprensioni di cui è stato vittima, con il suo entusiasmo mai sopito per il teatro. Riuscì ad invitare anche Eduardo De Filippo a visitare il suo paese per un evento culturale da lui promosso.
Professore di lettere presso il liceo scientifico, ha usato la sua vita per il bene culturale del suo Paese: ha amato tutti, i ragazzi più abbandonati cui impartiva lezioni senza lucro, gli amici cui offriva la sua pacata parola di comprensione nei momenti più difficili, il suo dialetto di cui ha scoperto e studiato i più reconditi contenuti, la musica e il teatro che ha promosso nel suo paese da sempre per tentare di combattere l'atteggiamento chiuso e retrivo del mopndo che gli stava di torno.
Era entusiasta di tutto, delle "recite teatrali" parrocchiali in cui ha introdotto anche me da ragazzo, della sua "rivista musicale "Arcobaleno" di cui scriveva non solo i testi ma in cui inseriva improvvisati attori, in cui inseriva "orchestre" create sulla sola scorta del voler sortire dalla noia, della collaborazione che ha sempre dato a tutti coloro che gli chiedevano di collaborare in imprese grandi e piccole di oridine culturale .Studioso di storia locale, aveva conoscenza di tutte le sevizie culturali che il popolo subiva da parte di "nobili" che avaveno per "mestiere" la gestione del sopruso e della violenza verso la classe più povera, in epoca trascorsa.
Ritenendo di dargli onore, ricopio qui di seguito il testo che Michelino Calabrese scrisse su mio invito per un libro da me pubblicato con Editore Cacucci dal titolo "Gli Insonnii rivisitati. La musica nuova di Niccolò van Westerhout" (2010)
"......Van Westerhouth nacque dunque e Mola, piccolo borgo con poco più di diecimila anime nel 1857, alla vigilia della proclamazione del Regno d'Italia (nel plebiscito per l'annessione si contarono 1920 "SI" e nessun "NO") e si trovò quindi a vivere in una terra oberata di problemi che in sintesi si possono condensare in una sola parola: la miseria. Nella sua città natale, uscita da poco dal dominio feudale, il divario economico fra i ricchi possidenti ed i nullatenenti era abbastanza evidente, ancor oggi è possibile vedere questa situazione osservando l'assetto urbanistico di quello che viene chiamato centro storico: grandi palazzi nella piazza e nelle strade principali cui sono addossate le catapecchie e i tuguri della povera gente, quelle povere dimore dove periodicamente faceva capolino il colera. Le strade, in genere viuzze tortuose, erano quasi tutte prive di pavimentazione;le strade di accesso alla campagna erano ricoperte periodicamente dalla brecciolina, sicchè d'estate erano polverose, d'inverno fangose. Ne sapevano qualcosa i bambini che generalmente passavano la maggior parte della giornata in strada. La popolazione traeva sostentamento dall'agricoltura o, sia pure in quantità ridotta, dalla pesca. Gran parte della popolazione era dedita all'artigianato, ma non mancavano le piccole industrie come la concia delle pelli, la fabbricazione dei ceri, o del sapone, industria che era famosa anche nei dintorni ove era diffuso il detto "...Ma và a fare il sapone a Mola.....", espressione che costituiva ingiuria.
E'importante ricordare che spesso gli artigiani avevano un doppio mestiere per arrotondare le entrate: per esempio il riparatore di sedie faceva il banditore pubblico, il barbiere faceva il paraninfo, uomini di ogni erà, tempo permettendo, praticavano la pesca nelle piccole cale della costa o frugando fra gli scogli per catturare i crostacei che vendevano nella piazza del paese. Molti erano suonatori dilettanti o facevano parte della banda musicale cittadina che, è bene ricordarlo,non ha mai raggiunto un buon livello come quello dei più famosi complessi musicali dei paesi vicini (per esempio Conversano)...........Anche nei proverbi molesi è documentata la scarsa impoprtanza del complkesso bandistico locale. "A banne de Maule, zètere e murtcidde", si diceva, e cioè "la banda di Mola era adatta solo per impegni di poco conto come gli sposalizi ed i funerali dei bambini".
(continua)

Lettera di Natale 2016 !

LETTERA DI NATALE
Caro Lettore,
nel momento in cui si vorrebbero dire tante cose, per augurio Natalizio, lo sconforto si impadronisce di chi oggi vorrebbe esprimere solo l'augurio per l'avvento di un mondo migliore. Si, perchè un mondo migliore non è nè la conseguenza della staticità nè dell'innovazione ma il risultato della cooperazione o della rivoluzione culturale.
Staticità o innovazione possono essere certamente modi diversi per incentivare al miglioramento dello stato sociale, ma senza intervento della cooperazione concreta fra fazioni pur radicalmente opposte, i risultati sono quelli del danno per i proseliti comunque di una delle due (o più) fazioni contrapposte.
Si vuol vendere, fra i vantaggi di una democrazia, quello della "libera" espressione di voto e della imposizione del potere da parte di una "maggioranza". Intanto, la logica di definizione di una maggioranza "oggettivamente intesa" cade nel momento in cui si discute sull'aggettivo che gli uomini così detti di potere riescono a imporre: "relativa", "assoluta", con "premio di maggioranza" ecc. sono aggettivi che sottendono giochi a cui non siamo destinati ad intervenire. Nè, quale che sia il tipo di maggioranza da considerare, può dirsi "giusto" il criterio stesso di provocare la scissione fra vincenti e perdenti. E' il principio stesso della vittoria di una maggioranza che è eticamente discutibile, se a seguito dell'imposizione di una decisione da parte di chi "ha vinto" non fa seguito una ridiscussione del problema con gli altri che si considerano comunemente soccombenti. Di qui ad imporre la logica della "cooperazione" ci mancherebbe poco, ma così non avviene, perchè ci si culla sempre sull'adagio dell'inevitabile detto atavico: "è stato sempre così". Quindi si è finiti al punto di considerare "inevitabile" il dualismo, senza pensare che l'avvento dei forti regimi ha sempre avuto come causa fondamentale l'ingovernabilità, causata troppo spesso da dualismo non mitigato da ragionevole cooperazione fra fazioni idealmente opposte.
Sarebbe il caso, intanto, che a questo proposito quelli che si considerano nostri regnanti vadano a rivedere il significato di "maggioranza" espresso dal Rosmini.
Ricordo che già i mirei docenti del liceo classico (Leonida Altomare, Angelo Cariello, Salvatore Fajella) inoculavano in noi il concetto di fondamentale importanza della "istruzione" come bene fondamentale per la gestione della nostra vita e della vita degli altri. Ricordo anche che la difficoltà di gestione della vita culturale del Paese condusse addirittura Benito Mussolini nel 1923 a non far da sè ed a cooptare un filosofo dell'epoca, Giovanni Gentile, a occupare il ruolo di Ministro della Pubblica Istruzione. Non bastava un politico a gestire un ministero di quel genere, anche secondo una mente discussa e discutibile come quella di B.M., e la "riforma Gentile" introdusse quei valori di meritocrazia che si attendeva da anni fossero la base del miglioramento della conoscenza che potesse provocare quel salto di qualità di cui avevamo bisogno.
La fine di Giovanni Gentile fu quella che ci si poteve aspettare ad opera di una masnada di malavitosi che mal digerivano la persona che per capacità personali, dedizione allo studio e cultura, aveva "titolo" in un mondo da migliorare culturalmente. Certo, l'opposizione del mondo ignorante, come sempre, fu "vincente", e quel signore fini' stupidamente assassinato: ciò fu fatto evidentemente a monito della migliore opportunità di "non disporre di menti capaci", considerate sempre disturbatrici della quiete dell'ignoranza!
Come lettera di Natale, quest'anno basta l'espressione del proposito di non dimenticare mai quel che accade....quando si sà!!! In questo senso, occorre fare delle scelte....... Chi non sa non disturba.....ma salva la pelle.
Quanto ai propositi per il futuro, sempre oggetto di lettera di Natale, v'è quello che si possa nutrire sempre la speranza che si possa comunque vincare quando si perde....l'abbiamo imparato molto di recente, e sia di monito.
Nella baraonda del Natale, Gesù mio, fà che gli uomini siano in grado di guardare anche alla miseria che ci circonda in tutta Milano ed in tutta Italia e che evitino in futuro di armare baracconi inutili e costosi ove imbandire pasti da fiera a vantaggio solo di cuochi che, come al solito, dettano anche pareri in nutrizione e scienze alimentari, naturalmente senza avere titolo alcuno in scienza e meriti. proprio come si usa oggi!
Buon Natale!!!!!!!!!

Io voterò ”NO” - aggiormamento al14 dicembre 2014

No alle modifiche inutili di una Costituzione che si vuol far passare per "antica" ma i cui contenuti non sono ancora noti a tutti
No ad una campagna elettorale condotta per una votazione non condizionata da quorum, comunque dannosa perchè condotta con il tentativo di divisione del nostro Paese in votanti Si e NO
No a chi motiva artatamente la sua campagna elettorale con una non documentata motivazione di "risparmio", non significativo per un Paese impoverito che si permette, in epoca di miseria, di inventare gli sprechi di un expo!
No ai demagoghi! Ne abbiamo già conosciuto uno che dichiarò addirittura guerra agli Stati Uniti, pur disponendo di soldati affamati e senza scarpe e che ce l'aveva con il Parlamento.
No a tutti i bugiardi, quale che sia la categoria ed il partito politico a cui appartengono.
No a chi vende la demagogia nell'assistenza ai rifugiati d'ogni ordine e grado e poi lascia gli stessi dormire per strada e morire d'inedia.
aggiornamento al 14 dicembre 2014
in breve..........
NO a farci rappresentare ancora allo stesso modo, dalla stessa gente priva di "savoir faire" e incapace di capire cosa volesse significare NO!

A Zagrebelsky: un grazie per averci ricordato almeno cosa è l'educazione.

uno olivo sdoppiatosi in crescita (in terra di Puglia)
Si può argomentare in tanti modi sull'incontro televisivo di LA7: lo si può fare in chiave eminentemente politica, ma non è questo il luogo in cui inneggiare ad una vittoria scontata della cultura giuridica contro l'accanimento istituzionale in favore di un "mutamento a tutti i costi" di cui sembra alcuni vogliano fare il vessillo dietro il quale si debbano celare i veri problemi.
Per dire la verità, non mi sono divertito ad assistere ad un incontro in cui ho visto invertirsi i ruoli: mi sarei aspettato che chi vuol mutare avesse dovuto introdurre ragioni concrete che fossero utili a spiegare agli italiani quale possa essere la conseguenza di un mutamento di poteri parlamentari e senatoriali sull'economia nazionale in dissesto. Ho visto solo nelle riunioni condominiali porre all'ordine del giorno l'oggetto vero del contendere all'ultimo posto dell'ordine del giorno. Ma in tali riunioni da condominio ciò si fa sperando che la maggior parte dei condomini stanchi di lavoro si allontanino a metà seduta lasciando il posto ai facinorosi che hanno già in precedenza costituito un gruppo e che voteranno senza scontri la novità del giorno.
Francamente non credo d'aver capito come una riforma su cameralismo o bicameralismo possa influire in concreto sul PIL o sulle tasse o sull'immigrazione: forse il cameratismo avrebbe potuto far qualcosa, e se a ciò si vuole affidare la risoluzione di una situazione di miseria dovremo aspettare che il bicameralismo diventi monocameralismo per poi sfociare in cameratismo di nuova maniera.
Per principio, penso che riuscire a dividere gli italiani su un si o un no sia l'operazione più riuscita da parte da chi non vuol parlare di cose serie. Se vittoria può essere considerata quella di riuscire a distogliere l'attenzione da problemi più seri, tanto di cappello a chi è riuscito a dividere ancora una volta gli italiani più di quanto già lo siano per altre ragoni. Ma non credo che ci si possa tener calmi con una una vittoria di questo genere, che vittoria non è. Eravamo intanto riusciti a essere tutti d'accordo sul fatto che non si dovesse sputare per terra, e invece la TV non fa altro che mostrarci energumeni del pallone che fanno tal gesto sotto l'occhio attento della telecamera, che finisce per santificare milionarii maleducati invece che impiegare lo stesso tempo per andare in giro a registrare la vita dei poveracci che non siamo stati capaci di convincere sull'opportunità di valorizzare la propria terra, restando dove si è nati e ricevendo aiuto culturale che l'italiano ha sempre saputo offrire, con il lavoro delle mani e del cervello.
Non mi meraviglia intanto che si voglia dividere gli italiani almeno in due parti: le elezioni e i referendum servono proprio a distogliere l'attenzione da altro, in questo caso dalla miseria e dal dissesto economico.
Ma tornando all'incontro di LA7, grazie all'incontro stesso abbiamo avuto modo di considerare che chi avrebbe dovuto dare spiegazioni sull'opportunità di mutamenti si sia invece dedicato a cercare "buchi" nell'avversario: quello che si èvoluto dipingere come avversario era invece una persona pacata, educata e preparata che nulla aveva dell'avversario, avendo dedicato molto più tempo a studiare che a far politica. Ho ammirato l'educazione di cui ha dato lezione il prof. Zagrebelsky nel confronto, frutto di una vita trascorsa probabilmente "volando" in aula con gente che imparava.
Grazie prof. Zagrebelsky, non potendo dire sfrontatamente che il si ed il no sono il mezzo per distogliere gli italiani dalla considerazione di una insufficiente politica delle cose concrete, ci ha almeno regalato il ricordo di cosa è l'educazione.
Lo scrivente, dovendo andare in Stazione ad acquistare un farmaco, ha dovuto interrompere l'ascolto del "dibattito": in Stazione c'erano già i barboni che si apprestavano a trascorrere la notte, qualche signora in attesa di visita, un gran gruppo di poveracci a cui non siamo stati capaci di trasmettere l'immagine di un'Italia povera, ricca solo di incontri elettorali.
fernando.tateo@unimi.it

Dilatabilità del tempo e contraibilità dello spazio secondo A.Einstein: per noi un'occasione per riflettere sul sentimento di riconoscenza

Prima che la fisica fosse sconvolta dalla “relativita”, era dominante nell’ottocento la fisica “deterministica” di Newton.
Chi, seguendo il modello del pensiero neutoniano, credeva che l’Universo funzionasse come un orologio perfetto, rifiutava di fatto che vi fosse qualcosa di casuale in ciò che la natura potesse produrre . A conforto della visione deterministica v’era intanto la considerazione del completo accordo fra quanto per i pianeti descritto dell’astronomo Keplero e quanto affermato dalle leggi di Newton.
Anche la fisica di Maxwell, nella metà fra ottocento e novecento, era “deterministica”. Nel 1865 questi aveva dimostrato, con quattro sue famose equazioni, che le onde elettromagnetiche viaggiavano con la stessa velocità della luce.
Ma di fatto le teorie di Maxwell e di Newton, solo apparentemente in accordo, non descrivevano in modo concorde “come la velocità della luce possa essere rilevata da un osservatore in movimento”. Secondo quanto deducibile dalle equazioni di Maxwell, ad un osservatore in movimento la velocità della luce apparirebbe e risulterebbe costante, mentre secondo le leggi di Newton la velocità della luce risulterebbe dipendente dalla velocità dell’osservatore. La dimostrazione del perché di tali diverse due conclusioni implicherebbe conoscenze di ordine matematico molto avanzate da parte del lettore di questa nota e non risulterebbero funzionali al tema trattato, e pertanto se ne evita l’esposizione.
A Ulma il 14 marzo 1879, nello stesso anno in cui scomparve Maxwell, nacque Albert Einstein. Fu proprio lui a risolvere il dilemma: autore non solo di questa ma di molte altre argomentazioni come quelle relative alle demolizione della teoria probabilistica dei quanti, sostenne che la velocità della luce nel vuoto fosse da considerare come costante assoluta, a prescindere da chi fosse ad effettuare la misura. Infatti la possibilità di dilatazione “relativistica” della misura dei tempi e di contrazione “relativistica” di misura delle lunghezze dimostrò essere funzione della posizione dell’osservatore. Cosi che, correndo a velocità straordinaria accanto ad un raggio di luce, un osservatore vedrebbe scappar via il raggio stesso così come lo vedrebbe dileguarsi anche stando in posizione di fermo. Le onde di luce, quindi, affermò fossero irraggiungibili.
Einstein spiegò il tutto con l’espressione E = m c2 , che sta ad affermare quanto segue: un oggetto possiede una definita sua massa quando è fermo ma con l’aumento della velocità, e quindi con l’incremento dell’energia di moto E, il valore della massa stessa subisce un incremento. Quanto più l’energia di moto si avvicina al valore corrispondente a quella della velocità della luce (c), tanto più è necessario convertire una quantità infinita di energia in massa. Risultando impossibile tale trasformazione, per i corpi costituiti da materia è impossibile raggiungere la velocità della luce.
Abbracciando il pensiero di Baruch Spinoza, per il quale Dio come sinonimo della Natura non lascia spazio al caso, Einstein cercava le “regole” che governano i fenomeni naturali. Con l’espressione “Dio non gioca a dadi con l’universo” mirava ad affermare che le regole che governano i fenomeni naturali esistono e sono immutabili ma che occorre saperle identificare e correttamente interpretarle. Così si opponeva alla teoria probabilistica dei quanti espressa da Bohr ed Heisemberg e si opponeva quindi alla interpretazione ortodossa della meccanica quantistica. La relatività di spazio e tempo, a cui si è accennato prima, forniva di fatto la soluzione “da genio”: infatti la dilatabilità della misura del tempo e la contraibilità della misura dello spazio costituivano di per se una “regola”, e come tale immutabile.
Un altro fisico di fama, Ervin Schrodinger (Vienna,12 agosto 1887), lottò insieme ad Einstein contro l’interpretazione ortodossa della meccanica quantistica: secondo la teoria ortodossa, due sistemi fisici fra loro interagenti devono essere considerati come un sistema unico intrecciato (“entanglement”) e descritto da un unico stato quantico.Secondo la meccanica quantistica, infatti, per la descrizione della posizione di una particella si ricorre ad una rappresentazione probabilistica: per affermare che una particella può collocarsi in diverse posizioni, ad esempio, la si descrive come se essa possa occupare tutte le posizioni possibili Ad ogni posizione possibile corrisponde la probabilità che, osservando la particella, essa si trovi proprio in quella posizione.
I due fisici opponevano a ciò la seguente considerazione evidente: eseguendo un’operazione di misura o di osservazione di un sistema considerato “unico”, tale sistema assume inevitabilmente uno stato determinato, e con ciò viene a cadere il principio di indeterminazione e quindi di “entanglement”.
In altri termini, la teoria del sistema fisico “indeterminato”, trasferita nel macroscopico (sistema macroscopico), conduce a risultati che si oppongono al senso comune.
Schrodinger, per dimostrare in modo “burlesco” come l’adozione di una situazione di “entanglement” conduca a risultato paradossale, descrisse un esperimento nel modo seguente:
“…..Si rinchiuda un gatto in una scatola d’acciaio insieme alle seguente macchina: in un contatore Geiger trovasi una minuscola porzione di sostanza radioattiva, così piccola che nel trascorrere di un’ora forse uno dei suoi atomi possa disintegrarsi, ma in modo parimenti probabile, nessuno possa disintegrarsi. Se l’evento si verifica, il contatore lo segnala ed aziona il relais di un martelletto
che rompe una fiala con del cianuro. Il sistema viene lasciato indisturbato per un’ora, si direbbe che il gatto è ancora vivo se nel frattempo nessun atomo si fosse disintegrato, mentre la prima disintegrazione lo avrebbe avvelenato”…..
Il testo di tale esperimento mentale di Schrodinger fu pubblicato nel 1935 in un articolo dal titolo “La situazione attuale nella meccanica quantistica”. L’esperimento conduce alla situazione paradossale, almeno fino a che non si compia un’osservazione, di dover considerare il gatto “contemporaneamente” sia vivo che morto. Per meglio acquisire il messaggio in modo compiuto, con riferimento alla critica fatta alla meccanica quantistica, diciamo che il paradosso (gatto vivo e morto nello stesso tempo) consegue al considerare il destino del gatto come entrato in “entanglement” con lo stato di una particella.
Ma perché tutto questo risulta oggetto di una nota in questo sito?
In primo luogo per esporre in modo molto semplice ed accessibile a tutti i giovani studenti ed ai meno giovani “curiosi” alcuni concetti con i quali solo gli studenti di fisica e chimica finiscono per avere dimestichezza.
In secondo luogo per invitare a considerare che non sempre la riconoscenza trova luogo, anche fra “pares” insigniti da premio Nobel. Nella fattispecie, Schrodinger doveva molto ad Einstein: fu quest’ultimo a fornire nel 1925 con suoi scritti l’idea di un’equazione che governasse il comportamento delle onde materiali, attraverso l’equazione che fece guadagnare il Nobel a Schrodinger. Fu lo stesso Einstein a proporre l’altro per il Nobel e fu lo stesso Einstein a proporre l’altro come professore all’Università di Berlino come a proporlo come membro dell’Accademia Prussiana delle Scienze. Come racconta Paul Halpern in un prestigioso volume, Schrodinger non perdeva occasione per far menzione dei legami di collaborazione con Einstein, ma giunse ad affermare che lui era riuscito laddove Einstein aveva fallito, e di aver lui riesumato le speranze di Einstein.
Non è questo il luogo in cui la diatriba fra i due possa aver cronaca. Fa storia invece, ancora una volta, il mancato sentimento di riconoscenza fra uomini: di entità infinita, così come la misericordia divina (Vittorio Danesino).

Mostra dei dipinti di Francesco Vernaleone da Maglie

Francesco Vernaleone (di padre Domenico, dei Baroni di Miggiano) nacque a Maglie (Lecce) e fu Procuratore Distrettuale delle Imposte Dirette sugli Affari per tutta la sua vita. Si denominò "pittore per se e per i suoi" e non volle mai far lucro della sua arte: partecitò a varie mostre, ma fu ogni volta opera difficile quella di convincerlo sulla opportunità di far mostra dei suoi dipinti. Non produceva per altri e non poneva in vendita i suoi quadri. Ne faceva omaggio sporadico ai suoi figli ed ai suoi nipoti, che li ricevevano non senza preghiere ripetute, delle quali si compiaceva molto. Visse a Conversano, a Palombara Sabina, a Trani, ed infine a Foggia.
Amava la natura, ed in particolare la terra pugliese con i suoi olivi che "amava" al punto di riuscire a donare loro un'immagine inaspettatamente dolce e serena, quasi in opposizione al senso di forza disordinata che è luogo comune attribuire al tronco dell'olivo. Trovava nei fiori l'immagine più pregevole e concreta del dono più bello: i suoi nipoti gli porgevano domanda, tutti, di avere in dono un dipinto dei suoi fiori.
Odiava in modo viscerale la pittura "moderna", quella che non rispettava il vero, ed identificava i pittori non classici come mistificatori incapaci di usare i colori ancorchè i pennelli ed i pastelli.
Totalmente autodidatta, disegnava indifferentemente il volto di un bimbo ed un paesaggio: prediligeva, comunque, le "nature morte".
Rispettoso di se stesso oltre misura, non gradiva gli scritti degli "esperti" di storia dell'arte che inneggiavano ai pittori da strapazzo: li considerava, senza mezzi termini, dei "pagati".
Ma il rispetto più grande lo serbava per le imposte di stato: non capiva cosa volesse dire il termine "contribuente", in quanto considerava le tasse come facenti parte dei segni più tangibili di dedizione più sublime all'autorità costituita che un abitante del pianeta potesse esprimere. Suo padre, come lui discendente dei Baroni Vernaleone di Miggiano, era stato Ricevitore delle Imposte in Maglie.
Diceva che nel mondo i lestofanti sopravanzavano di gran lunga i galantuomini, e che i lestofanti eran quelli che non pagavano le tasse o tentavano di eluderle. Credeva nello Stato come ente astratto a cui si deve, ma non amò mai i condottieri: riservava loro gli epiteti più inpensabili.
Era un anarchico dei più puri: un nonno vero.
Una particolarità assoluta: non amava i funerali e l'esternazione del dolore. I funerali, tra l'altro, dichiarava non lo riguardassero e che riguardassero solo "gli altri". Sopiva così la mia preoccupazione di nipote, che in qualche momento, avrebbe forse potuto dubitare dell'immortalità di tanto nonno. Andò via nel 1974.
Fernando Tateo (figlio di Caterina Vernaleone)
E' di seguito disponibile il richiamo ad un video, che costituisce "mostra postuma" della sua arte, una mostra tutta sua che non volle mai fare:
Fare click qui per la mostra.

Whishes to Great Britain!

Whishes for a New Great Britain!!!!!!!!!!
from Itexit
Quanto scritto sopra ha data 23 giugno. Malgrado le reiterate false notizie in merito alle previsioni che in questi ultimi giorni sono state diffuse per scoraggiare in qualche modo coloro che erano ormai schierati su "exit", la Gran Bretagna oggi 24 giugno ha scelto l'autonomia.
Quel che più dispiace è vedere lo schiaramento dei nostri media per il "remain". Ma saranno fatti nostri se una nazione dichiara di non voler stare con una coalizione europea, o sono fatti loro?
Il grave è vedere che i media non sanno a cosa più aggrapparsi per deprecare la decisione che non sta a noi commentare in alcun modo.Si è parlato addirittura dei "danni sull' "Erasmus". Ma quale inglese ha mai proibito ad un italiano, ante UE, di visitare e studiare in Gran Bretagna? Certamente non era possibile, ante UE, passeggiare per l'Europa senza vere ragioni di studio. ma chi sostiene oggi che far passeggiare i giovani da per ogni dove sia cosa utile senza che ci siano vere e proprie ragioni, sia cosa saggia, non ha capito nulla di cosa sia la cultura.
La cultura nasce dalla consapevolezza delle proprie origini e delle proprie limitazioni di fatto condizionate da una situazione economica che non si risolve andando a spasso in Paesi la cui cultura è dubbio sia adeguata alla nostra d'origine. Non è lecito per chi scrive parlare di cosa sia statio questo passeggio e cosa sia ancora oggi in nome di Erasmus. Ch ha voglia di studiare studia nel proprio Paese e non sogna di cambiar terra, sogna di rendere efficiente il proprio Paese dando il meglio di se.
Hanno vinto una guerra, i Britannici, una guerra da noi inventata ingiustamente senza scarpe. Hanno vinto una guerra contro i Paesi vogliosi di supremazia, mal guidati da dittatori senza cervello, ma fondamentalmente senza cultura. Come possiamo pretendere di dettar loro una linea di vita "insieme" se siamo stati guerrafondai? Siamo, se ci pensiamo bene, alla resa dei conti. Non abbiamo saputo guidare, e non sappiamo, da perdenti gidare chi ha vinto contro le dittature.
Si tratta fondamentalmente di presa di coscienza, da parte GB. Non di ripensamento.
Il mio paese, nel Sud, fu occupato dagli inglesi. Ci regalavano chewing-gum per farsi benvolere, ma si assisteva al defenestramento (lo facevano i soldati "vincitori") di mobili antichi che venivano fatti precipitare dai balconi di un famoso palazzo d'epoca. Per il semplice gusto di "vedere l'effetto che fa" veder precipitare un mobile da una finesta. Non si trattava di "malacultura", ma solo di giusto disprezzo per quattro poveri che invece di lavorare pensavano a sostenere un pazzo scatenato che dichiarava guerra agli Stati Uniti.
Si vive insieme solo se si è pari, e non si è solo pari perchè ci accomunano i diritti dell'uomo.
RICORDO, peraltro, CON PIACERE DI AVER VISTO IL VALLO ADRIANO!!!!!!!!!!!

La ”Swing Time Big Band” di Alberto Caiani in concerto al Teatro Osoppo il 10 giugno 2016

Questa nota serve ad esprimere il sentito ringraziamento personale che sento di rivolgere alla Big Band di Alberto Caiani, cooptata da Felix Company a tenere un concerto a Milano in un teatro di dimensioni giuste per intenditori della musica che ha firmato più della metà del '900 americano ed anche italiano. Una Big Band di 20 elementi con l'intervento di una voce solista di vero pregio, quella di Cira Flaminio.
I brani dello swing più ricercato, da "Take the A Train" a "Tuxedo Junction" a "Satin Doll" a "Sing Sing Sing" a "Pensilvania 6-5000" , a "Blue Sky"e tanti altri, in arrangiamenti fedeli a quelli di autori dell'epoca ed in molti casi vivacizzati dal buon gusto di Caiani e degli stessi musicisti, hanno creato l'atmosfera di anni in cui bastava lo "swing" a compensare tanti dolori, compresi quelli della guerra e anche delle guerre di colore.
La voce di Cira, assolutamente in tono con il modulato dell'epoca, e lontana dall'invadenza delle odierne urlatrici arrampicate, ha fatto rivivere le buone "idee" che caratterizzavano gli anni senza telefonini, quando l'amore si esprimeva regalando un disco o semplicemente ascoltandolo insieme, quando era possibile.
Il messaggio trasmesso da una "band" viene interpretato, da chi ha conservato la buona abitudine di pensare, in modo sempre molto personale. V'è chi ricorda, chi si lascia trascinare verso nuove idee, chi piange perchè qualcosa è finito, ed altro ancora. Ma ciò che una "band" dello swing trasmette senza mezzi termini "a tutti" è il significato dell'insieme, proprio inteso come "concerto" di voci e di idee: senza coordinamento in un insieme e senza il rispetto di una partitura come "guida al tema" il disastro sarebbe garantito.
Oggi tendiamo a dimenticare il valore di un risultato ottenuto con l'apporto di tutti, oggi è in voga e si ritiene vincente chi riesce a sovrastare gli altri nelle idee e nel potere, imponendo la propria volontà o la propria visione delle cose, non includendola in un insieme. Chi non sa cosa significa musica d'insieme, come quella di una big band, non capirà mai il valore della parola "concerto" e istigherà anche gli altri alla solitudine delle idee.
Ogni musicista componente di una "band" esprime di suo attraverso gli "a solo": non v'è insegnamento più bello, quello della sortita di uno dei componenti l'orchestra che interpreta un tema imposto da una partitura. Dovrà rispettare, pur "svisando" (cioè uscendo fuori dal tema della partitura), una serie di regole che non toglieranno valore alla sua personalità più intima: le regole sono "il rispetto del tempo", "il rispetto del numero di battute" in cui il suo strumento sarà solo accompagnato dagli altri, il rispetto ovvio della tonalità e quindi della melodia (insieme degli accordi): ciò insegna a capire quanto si possa esprimere di personale senza venir fuori da una regola comune, o da più regole comuni.
Il jazz, come lo swing, ha una funzione didattica che non possiamo dimenticare di trasmettere.
Grazie infinite a tutti ed arrivederci alla "swing time big band": ad Alberto Caiani, a Cira Flaminio, a Piero Cantoni, Massimo Rovati, Luigi Crippa, Piero Calaffu, Vanna Citterio, Sergio Canzi, Filippo Conti, Enea Fornoni, Sandro Gessa, Rosanna Michelini, Paolo Gervasoni, Marco Ronchi, Giovanni Bessi, Emanuele Nespoli, Maurizio Gervasoni, Alfio Consonni, Gabriele Corbelli, Valter Crippa.

Un episodio.......nei pressi di una sezione elettorale, in altri tempi, in un Paese del sud
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Residui di una 'ngegna in una campagna Pugliese
Un'anziana donna del mio Paese, nella mia Puglia del 1946, era stata accompagnata alla sezione elettorale da noti facinorosi personaggi: avevano posto ogni attenzione nell'adibire a ciò un mezzo di trasporto ed una sedia a rotelle era stata utilizzata con cura per facilitare alla donna l'ingresso nella sezione.
Avendo io atteso all'ingresso di quel luogo, in compagnia di un fratello più grande di me, l'uscita della mia mamma, mi ritrovai a dover ascoltare il colloquio intercorso fra gli accompagnatori della donna e la stessa che avevo visto entrare poco prima.
I due accompagnatori, chinati sulla donna rimessa in carrozzella, chiedevano:
- Ma sei sicura di aver votato giusto?
- Si, si, sicuro! Ma per sicurezza ho votato da una parte a sinistra e dall'altra a destra. Mi dispiaceva di fare torto a qualcuno.......
Il tutto in un dialetto che coloriva la scena, rimastami impressa più che altro dalle parolacce di stizza a cui i due accompagnatori si lasciarono andare, bestemmiando a più non posso per la vanificazione del loro impegno, ed il cui significato mi fu opportunamente chiarito da chi attendeva con me.
Spesso mi son chiesto se la consapevolezza sul significato del voto, in tutti gli anni che si sono succeduti, sia stata la stessa da parte di tanti.
Riconosciuta probabilmente la difficoltà di acquisire piena consapevolezza nelle scelte da parte di molti, forse qualcuno ha pensato non sia necessario riscuotere un largo suffragio prima di occupare talune posizioni.
Di fatto, nessuno si preoccupa nel considerare veramente limitato l'afflusso di elettori ai seggi elettorali, quale che sia la posta in gioco.

Chi piazza vespasiani a Milano ?
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Il ”vespasiano” di Piazza Duca d'Aosta
In periodo di Expo si è avuto modo di ammirare pupazzi insignificanti piazzati a San Babila a far da testimoni della mostra che avrebbe eliminato almeno un buco nero dall'Universo. Si è avuto modo di considerare che quei soldi così spesi a "copiare" le idee da altri avrebbero potuto alleviare i disagi di alcuni di coloro che continuano a dormire dietro cartoni o improvvisati sacchi a pelo nelle gallerie di MIlano.
Ma ora ci risiamo! Una mela bianca davanti alla Stazione Centrale, con graffette. A fianco, sulla stessa piazza, una frotta di poveracci senza molte speranze, di ogni genere.
Anni fa, per chi ha memoria, fu piazzato sempre davanti alla Stazione Centrale un ingombrante ed insignificante, oltre che di cattuivo gusto, impianto (non esiste altro nome atto a descriverlo) denominato "l'alba". Questa creazione, certamente derivata dalle farneticazioni notturne di un malandato artista ignoto, faceva intravedere una serie di luci povere ed inquietanti, quasi presagio di quanto ora in atto in tema di povertà. Questa invenzione fu poi rimossa, era un'incubo!
Deduco che i soldi da dedicare all'arte facciano parte di un capitolo di spesa che non si può stornare per alleviare i morsi della fame di chi ha creduto che a Milano si viva comunque. Altrimenti quella mela bianca, dall'aspetto ospedaliero, non l'avrebbero piazzata lì.
Ricordo una scena di un film di Totò, in cui lo stesso minacciava la sistemazione di "vespasiani" in punti scomodi per commercianti che non gradivano l'ingombro in questione davanti ai loro esercizi di vendita. Era quello l'artificio messo in opera da un povero per sbarcare il lunario. La mela ospedaliera, che ha tutta l'aria di un ingombrante vespasiano, rappresenta invece, l'ostentazione di potere da parte di chi decide che i soldi vanno sperperati, per aiutare chi? Forse un povero artista.....ma non sarà mica lo stesso che inventò l'alba e che poi inventò quei mostruosi personaggi testimoni dell'Expo?

........una novella

Vi racconto una novella che era destinata, insieme ad altre, alla pubblicazione. Chissà se avrò voglia in futuro di pubblicarle davvero tutte e quindi preferisco anticiparne una qui, per pochi lettori. Ogni riferimento a fatti e persone si deve intendere come puramente casuale.
Fernando Tateo
La raccomandazione
Attendeva il calar della sera, un contadino in un Paese che chiameremo M. (ve ne sono tanti di Paesi, in quella provincia del Sud, più di ottanta), e stava seduto fuor di casa sua su una seggiola destinata a risultar presente, quasi da testimone, a quanto accadeva fuori dell’uscio, occupata da vari componenti della famiglia in ore diverse del giorno. Era questa una bella maniera di stare in casa propria e di metter naso sui fatti altrui: la seggiola era il più delle volte rivolta verso l’uscio e non verso la strada, quasi a significare che l’occupante fosse soltanto fuori per goder dell’aria e non per catturare spunti di vita altrui. La sera, quelle sedie crescevan di numero, si creavano crocchi di donne ciarlone che dicevan di tutto, perché sapevan di tutto e di tutti. Mi toccò una volta di passare di fianco ad uno di questi crocchi di gente seduta per strada, nel mio Paese di origine, per sentirmi cantar di dietro le spalle: “chi lascia la via vecchia per quella nuova, sa che lascia non sa che trova……” era un messaggio a me diretto che, uso a passar per quel vicolo in compagnia di una ragazza che abitava poco distante di lì, m’ero fidato di passar per lo stesso luogo accompagnato da un’altra compagna di scuola. La frase l’ho riferita in lingua italiana, ma quella utilizzata era in realtà un’espressione rigorosamente dilettale, che non riferisco perché nulla s’aggiungerebbe in tal modo alla poesia del fatto in sé.
Orbene, il contadino era lì ad attendere il suo turno di notizie, ed era decisamente annoiato: pochi erano i passanti, i più erano indaffarati e il pomeriggio si presentava particolarmente monotono. D’un tratto vide che da una casa dabbene, giusto situata di fronte all’uscio di casa sua, ma sul lato opposto della strada, saltar fuori il personaggio che il quel Paese contava tanto perché “deputato”, a Roma!, per il partito che allora.....contava. L’uomo con fare d’urgenza era infastidito dalla presenza di un quasi testimone, in quanto la sua era una vera e propria “fuga”: lo si deduceva dalla fretta che mostrava, dall’attenzione che poneva nel chiudesi la porta alle spalle, non volendo far rumore, e dal passo assai frettoloso che aveva nel dirigersi verso l’auto posteggiata poco distante. L’uomo appollaiato sulla sedia in attesa di avvenimenti, non credeva ai suoi occhi e si chiedeva il perché di quell’urgenza: proferì il “buonasera don…..onorevole”, gridando la frase alle spalle, quasi a chiedere “ma perché non mi saluti? t’ho ben votato nell’ultima legislatura!” Nella sua voce era insita la domanda: ma che modi son codesti?
Un gesto della mano, affrettato, fu quel che guadagnò dall’ “onorevole” che intanto si era introdotto in auto e filava a tutta corsa verso il fondo della strada.
Ma non era finita. Da un uscio contiguo a quello attraverso il quale aveva guadagnato la fuga l’onorevole, dalla stessa abitazione,veniva fuori con mano minacciosa levata in alto, uno sconosciuto, di quelli che a vista si sarebbe detto “signore” ma che invece bestemmiava come non mai in direzione del fuggitivo e diceva: “ma ce ‘ommo ca sinti, sangue de la….e concludeva la bestemmia facendo nome di donna ormai in cielo da tanto e notoriamente senza peccato”.
Il contadino che aveva asistito alla scena non potè fare a meno a questo punto di interrogare il bestemmiatore, chiaramente chiedendogli cosa fosse successo di così grave. Anzi, vedendo duramente provato dalla rabbia l’uomo che aveva rincorso invano l’onorevole, il contadino si sentì in dovere di offrirgli una seggiola, prelevandola dall’interno dell’uscio di casa sua, di quelle a portata di mano per la riunione serale. “Settate quai!” proferì, e…..dimmi che cosa è successo!”.
L’uomo si lasciò andare sulla seggiola, costernato, scuotè la testa più volte e cominciò:
-
Ma sai chi è quello là ? si….quello che è fuggito.
-
Come non so chi è, abita qui da sempre, lo conosco ed è l’onorevole………fa studio il sabato, lo vediamo solo il sabato, perché ritorna da Roma, ma sai quanta gente viene a trovarlo? Ma, signoria, non eri di quelli che era nel suo studio oggi? T’ho visto venir fuori dall’uscio dei clienti, ma eri l’ultimo?
-
Per l’appunto, rispose l’uomo. Ma sai cosa mi ha fatto? Se n’ è scappato prima di ricevermi, ero venuto a chiedergli un favore, è scappato dalla porta posteriore del suo studio, non sapevo che ci fosse, io ero nell’anticamera…..
-
Ma….domandò con imbarazzo il contadino….lo conoscevi l’onorevole o eri venuto a trovarlo per la prima volta?
-
Certo che lo conoscevo: era venuto varie volte a chiedermi di intervenire con i miei dipendenti perché, insomma,….voleva il voto.
-
E allora?
-
Allora…….ero qui con un mio nipote da raccomandargli….per un posto, era la prima volta che gli chiedevo un favore, sai? Mio nipote è un chimico…..bravo e volevo che lavorasse a Brindisi……lì hanno costruito una bella fabbrica, che produce plastiche…..ma nell’attesa se n’è scappato senza neanche sentirmi! Che cosa avrebbe perso ascoltandomi? Non pretendevo che mi dicesse subito “sì, è possibile”; volevo almeno evitare di far questa figura con mio nipote che è li, che ancora a crede che di poter essere ricevuto..
Intanto, tenendo il cappello fra le mani, il buon uomo lo faceva ruotare tenendolo per le falde e si ripeteva:
- Ma perché? Sarebbe stato più facile dirmi: “vedi, non farti illusioni, io non raccomando nessuno……..”
- Ma che t’aspetti da quella gente?…..disse il contadino, “non possono mica accontentare tutti quelli che vanno a trovarli”, ed aggiungeva “sapessi, è una processione…….”
- Ma quando hanno bisogno, replicò il buon uomo, vengono sì a chiedere, prima delle elezioni…..e noi facciamo di tutto, quello che è possibile, e quello lì i miei cento voti li ha presi, e a quel tempo non scappava via.....
- E’ per non saper che dire che l’onorevole è scappato senza riceverti, e forse non sapeva veramente come dirti che non poteva sdebitarsi! – replicò il contadino.
Il colloquio continuò sullo stesso tono per non pochi minuti.
Ad un tratto un giovane uscì a sua volta da quell'abitazione da cui l’”onorevole” era fuggito; il giovane si diresse verso il suo sostenitore, e disse pacatamente “Andiamo, zio?”. L’uomo si rincuorò, non s’aspettava un così responsabile e pacato comportamento, da un giovane… per di più speranzoso fino a pochi minuti prima di trovar soluzione “politica” al suo bisogno di trovar lavoro.
Sciammene (andiamo via), sciammene…..- disse l'uomo dabbene - e grazie della comprensione! , e abbandonando la sedia con fatica …… “ci lu vidi, dico l’onorevole, dinne che da don Cici nu se fazza chiù vidire…..strunzu ca ede…!.” .

Sui ”test” di ammissione alla cultura

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Quando si adottano “regole” rivolte a condizionare la vita di un giovane, è buona norma enunciare preventivamente i principi che spiegano le ragioni per le quali le regole stesse vengono “emanate”. Le regole, quando sono soltanto imposte, non meritano la denominazione di regole, ma finiscono per assumere il carattere di “soprusi”. Quando si parla di “ragioni” occorre quindi riferirsi a considerazioni di carattere oggettivo, indiscutibili perché soggette alla verità ed alle necessità di un Paese, e che non devono avere la benchè minima probabilità di venir considerate frutto di decisioni corporative o di potere. Si rischia altrimenti di creare nel giovane il sano istinto della ribellione: quando non si ha il potere di gestire la ribellione in modo utile, come accade da parte dei giovani in condizioni “normali”, si creano i presupposti della sfiducia verso chi condiziona la loro vita. Chi provoca senso di sfiducia da parte di un giovane verso chi ha in mano le redini del potere è da definirsi almeno “guerrafondaio”, quindi provocatore di un malessere che prima o poi si espliciterà in vero e proprio “danno” per la personalità di chi soggiace.
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La decisione di sottoporre l’ingresso in un corso di laurea a un “test” è quanto meno frutto di ingenuità didattica: non c’è molto da argomentare, se si pensa che un test della tipologia di quelli che si ha modo di vedere adottati non è assolutamente in grado di selezionare. Ma cosa si pretende di poter selezionare in due-tre ore se le selezioni possibili non vengono sempre attuate nelle scuole che precedono i corsi universitari? Tra l’altro la dimostrazione della sfiducia degli stessi “programmatori” dei test verso l’effetto selezione dei corsi di studio superiori è data dalla mancata inclusione dei voti di maturità fra i parametri condizionanti l’ ammissione ai corsi universitari “a numero chiuso”. Nozionismo e certosina non didatticamente utile disattenzione per il concreto appaiono essere tra l’altro, agli occhi dei più, le “regole” adottate nella redazione dei “test”, che ricordano nè più nè meno il "lascia o raddoppia" di un tempo.
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Veniamo al concreto. Un giovane che riesce a convincere suo padre a raccogliere gli ultimi centesimi per tentare la scalata verso una laurea che gli sembra congeniale, viene spesso costretto da una graduatoria “nazionale” alla frequenza in luogo ove gli ultimi centesimi non sono sufficienti per una vita dignitosa di studente. Il meccanismo di “scorrimento” delle sedi è poi quanto di più “rinascimentale” si possa immaginare. Serve a dimostrare ad un giovane che il mondo è fatto solo di “regole”? Non è questo il modo di incentivare un giovane alla fiducia per chi decide: bisognerebbe non trasmettere per televisione, tanto per iniziare, l’incentivazione per il caso e per le riffe, e non permettere quindi le trasmissioni sui pacchi su Rai 1, o non permettere la vendita di “gratta e perdi” in ogni luogo in cui possa entrare chi di lire ne ha o non ne ha.
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Il condizionamento della volontà, anche nel caso delle iscrizioni ai corsi universitari, e quindi per la cultura, non è operazione socialmente rispondente a criteri di didattica né moderna né tradizionale. La libertà di iscrizione e di frequenza in una sede dovrebbe esser limitata dalle oggettive difficoltà di recepimento da parte della sede stessa e non risultare condizionata dal numero delle crocette apposte o non apposte nel corso di svolgimento di un test. Ci si è mai posto il problema di definire quale possa essere il numero di “risposte esatte” che sono solo frutto del caso?
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Quest'ultimo punto mi viene suggerito da un lettore ed è doveroso includerlo. Ho dimenticato di ricordare infatti che nel Sud del '900 v'era l'Università di Napoli ad accogliere dalla Puglia coloro che avessero voluto frequentare l'Università, proprio per medicina, ma non soltanto. Ma tanti che avevano intenzione e capacità non avevano una situazione economica che permettesse loro di trasferirsi per frequentare. Addirittura il Fascismo fu capace di tener conto della necessità di fondare l'Università degli Studi a Bari per evitare di penalizzare i pugliesi che avessero avuto capacità e volontà di progredire negli studi, ed anche per ridurre per quanto possibile il disagio della vita di studio in lontananza dalla famiglia, con costi insostenibili per i più. Oggi invece si è inventato, sotto la giustificazione di una garanzia di perbenismo, un perverso sistema di decentramento degli aspiranti, spediti in ogni parte d'Italia da un'altrettanto perverso automatismo che poco ha di congeniale con un programma culturale che debba mirare lontano.
Forse si è inteso sottrarre il sistema di cooptazione degli studenti aspiranti a corsi di laurea a numero "chiuso", al paventato intervento di gruppi di potere: si è invece rafforzato solo il potere di coloro che possono economicamente sostenere i costi di trasferimento alla sede di studio che il sistema "garantista" designa. Con ciò riaffermando il potere della casta di chi può.

CHI MERITA UNA LETTERA DI NATALE ?
uno che non faceva maggioranza
Quest’anno la lettera di Natale la inviamo a quelli che credono di aver ragione perché fanno parte di una maggioranza o credono di far parte di una maggioranza che di fatto non esiste.
In ordine di tempo, i primi a doverla ricevere sono tutti quanti quelli che ci hanno propinato l’Expo spendendo soldi pubblici e promettendo risultati sorprendenti sull’economia e sulla cultura globale in alimentazione.
Seguono come giustamente meritevoli di un augurio natalizio coloro che credono di costituire una maggioranza politica italiana in un Paese che non è più nostro, con strutture industriali vendute o cedute ad altri, in un modo o nell’altro.
Una lettera natalizia doverosa la meritano anche coloro che non provvedono a raccogliere i “barbun” dalle strade ma permettono che si costruiscano grattacieli da far abitare da parte di pochi.
Un’altrettanto meritevole missiva natalizia va rivolta a coloro che gestiscono la cultura attraverso i media, diffondendo telenovele e gare con i pacchi, inframezzate da puntuali informazioni sui delitti e gli stupri più attuali
Non possiamo dimenticare di inviare un doveroso messaggio natalizio a chi ha concesso che le università italiane si adeguassero al 3+2, mimando le promozioni di istituzioni destinate a ben altro.
Come non poter inviare altra lettera a tutti quei personaggi che stravolgono il significato dell’arte culinaria nazionale, inventando schiume e vellutate, diffondendone attraverso i media le così dette “formule” e vendendo le stesse schifezze in ristoranti di alto bordo?
Continuiamo? La semplice citazione dei gruppi che fanno maggioranza di un certo tipo occuperebbe tempo indefinito.
Si preferisce indirizzare allo coscienza di ognuno di noi, ma preferibilmente a coloro che credono di aver ragione attraverso “la maggioranza”, il seguente messaggio:
…..attenzione!!!! C’è stato già raccontato un episodio in cui la maggioranza ha liquidato con un giudizio sommario l’unico che poteva aver ragione…..
..…e c’è stato anche l’episodio di chi credendo di avere una maggioranza alle spalle….credeva di aver diritto a dichiarar guerra…..
Buon Natale a tutti, ed in particolare a chi fa minoranza ragionata ed eticamente cosciente!

Un anno dopo, ma Peppino Fiume è sempre con noi e sempre lo stesso....

Peppino Fiume (Putignano)
Conobbi Peppino Fiume, putignanese DOC, quando scoprii la mia discendenza putignenese da documenti dell'Archivio Diocesano di Conversano che Don Angelo Fanelli guida con la competenza e l'amore di un letterato d'altri tempi e decisi di costruire l'albero genealogico della mia famiglia "allargato" a quelle con cui la mia risulta imparentata. Il numero di telefono di Peppino Fiume mi fu regalato da Raffaele Pinto, "toga d'oro" del 2015, mio coetaneo e compagno di scuola elementare a cui va ancora il mio ringraziamento.
Persona di indole irreparabilmente buona, di serietà professionale assolutamente indiscutibile come funzionario del Comune di Putignano cresciuto nella stima dei più alti e dei minori in grado, guida dell'attività "Acli" per una vita intera, Peppino ha sempre dimostrato oltre allo spiccato senso dell'humor, una formazione da professionista nella ricerca storica e quindi per gli studi genealogici.
Al primo mio impatto telefonico con lui, disse subito: < I Tateo ? Sì, sono di Putignano! L'aiuto con piacere...anche nella mia famiglia c'era una Filomena Tateo...>
All'arguzia nel parlare ed al senso di umanità innato ha avuto la fortuna di associare una capacità d'espressione nel dire e nello scrivere che tutti gli hanno riconosciuto. Gli proposi di pubblicare un volume di "atti di vita" raccoglierndo gli scritti che redigeva per se stesso e che mi leggeva, immancabilmente durante il lavoro di collegamento logico fra documenti che mi interessavano. I suoi figli dedicarono attenzione a quegli scritti che pubblicarono a loco cura nel 2013 con il titolo di "I racconti, la memoria" (Autore:Peppino Fiume, Ed.Grafiche Vito Radio Editore, Putignano).
Preferisco per ricordarlo, immaginare che Peppino mi legga uno dei suoi scritti, uno dei più facilmente comprensibili da tutti, senza dover far richiamo allo spirito più intimo di chi vive in quel "carnevalesco" Paese di Putignano, condizione che sola consente di gustare a pieno il contenuto di gran parte degli altri scritti.
Ecco il testo de "La Vedova" (pag. 120 in "I racconti, la memoria" di Peppino Fiume)
< La statistica indica i dati del crescente aumento della mortalità degli uomini che, messa a confronto con quella delle femmine, testimonia che si va creando di conseguenza un mondo popolato da vedove.
Nei vecchi tempi, allorchè moriva il capo famiglia, la residua superstite consorte, tutta in gramaglie, osservava il lutto stretto per più di un anno, manteneva la mezza porta socchiusa e usciva di casa raramente e solo per motivi inderogabili.
Col passaggio all'era moderna anche il lutto ha subito un duro contraccolpo. Infatti adesso, dopo appena ventiquattrore dalla sepoltura, la vedova inconsolabile si reca dal sindacato per la domanda di pensione di reversibilità.
Essa, dimostrando e dando ad intendere di essere affranta dal dolore, si presenta, in alcuni casi rasentando la comicità, sorretta da qualche familiare. La trovata di farsi sorreggere dà alla protagonista l'illusione che, impietosendo vieppiù l'addetto sociale, la pensione potrebbe risultare di importo maggiore.
Superata poi con disinvoltura la formalità del trigesimo, il primo giorno utile successivo si reca dal parrucchiere per un rifacimento totale della capigliatura, avendo riguardo e attenzione al colore del capello.
Nel contempo fa visita alla modista e si fa confezionare, a spese dello scomparso, un tailleur di panno grigio-topo e aggiunge una coppola, dico meglio un cappello, tipo basco, di colore analogo al vestito con annessa veletta a pois poco appariscente.
Appena indossato il nuovo completro, si rimira più volte nello specchio, si dà un tocchettino di rossetto e parte a fare compere predligendo i negozi posizionati sul Corso principale. Conscia del suo nuovo assetto e con aria e atteggiamento presi in prestito, si mette in bella evidenza attenta a cogliere - qua e la - i primi segnali di interesse e consenso. Insomma si rimette in gioco, in corso e a concorso.
Il ricordo del marito, frattanto si affievolisce sempre più.
Mentre anticamente venivano ricordati quotidianamente attraverso la foto racchiusa in un medaglione appeso al collo, oggi i poveri mariti non si ritrovano neanche nel portamonete, sia pure con uno straccio di fototessera >
Da un anno Peppino legge i suoi scritti agli angeli.

”I Racconti, la Memoria” di Peppino Fiume (Grafiche Vito Radio Editore - Putignano)
FORZA GRECIA !......ce la fai....basta dire NO !!!!
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Non è certo molto chiaro quel che dicono, da una parte e dall'altra, per sostenere il voto del SI o del NO.
Ma per l'amore che tanti italiani hanno per la Grecia, non fa piacere vederla in queste condizioni quando l'abbiamo conosciuta come nazione che ha distribuito cultura e mostrato potenza nel mondo del passato.
Io voterei NO!!!!!!!!!!
Bene, è andata con il NO....ma ci sono già le dimissioni "volontarie" di qualcuno.
Il finale si intreccia, al solito.......
Se tutti insieme disertassimo le tribune dei campi di calcio, costringeremmo tutti coloro che prendendo a calci un pallone credono di darci ad intendere d'avere una testa, a ghiocare da soli...mica male sarebbe! Al silenzio....senza urla....senza mortaretti....si concentrerebbero di più.
Altro risultato? Invece di comperare per milioni di euro l'ennesimo personaggio che vuol darci ad intendere di avere una testa, i finanziatori di turno potrebbero istituire un fondo salva-Grecia. Se riuniamo tutti insieme i finanziatori del gioco del calcio, ne vengono fuori di milioni! Se poi incaricassimo qualcuno, che lo ha già fatto con le persone che lavorano, di mettere le mani nelle tasche di quelli che ci danno da bere d'aver una testa invece che solo dei piedi, ricaveremmo altro danaro per la Grecia.
Non è per niente bello vedere in televisione l'uomo Sipras che si reca a fare proposte per ricevere la benevolenza di altri capi di stato. E' come metterlo in ridicolo mentre sta cercando di recuperare spazio per una popolazione più che per se stesso. Non è bello e non è giusto!!!!!
Ma i così detti creditori, così politicamente attenti, non sapevano quale fosse la reale situazione di quel popolo?
In figura: i Paesi bagnati dal Meditarraneo almeno hanno almeno il mare in comune ed anche altri problemi. Che ne direste di un consorzio EuroMed?
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Adriano Sacco circa un anno fa ci lasciava - Fernando Tateo, che fu suo allievo, lo ricorda

Tesi di Laurea di Adriano Sacco (1948)
A cura di Fernando Tateo e per gentile concessione della Sig.ra Liù Sacco si riporta qui di seguito una "nota di curriculum" di Adriano Sacco ed il testo della sua ultima lezione, testo da lui intitolato "conferenza d'addio".
Note di curriculum
Adriano Sacco si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università di Milano nel 1948.
Assistente incaricato presso la Cattedra di Chimica Analitica della stessa Università dal 1948 al 1951. Assistente di ruolo presso la Cattedra di Chimica Industriale dal 1951 al 1953 e presso la Cattedra di Chimica Generale e Inorganica della stessa Università dal 1953 al 1963.
Abilitato alla Libera Docenza in Chimica Generale e Inorganica nel 1955 e vincitore di premi di operosità scientifica, banditi dall’Università di Milano, negli anni 1953, 1955, 1956, 1958, 1960 e 1962. Dall’ottobre 1960 al settembre 1961 ha lavorato in qualità di Research Associate presso il Massachusetts Institute of Technology, dove, fruendo di una borsa di studio di quel Politecnico, ha svolto ricerche in magnetochimica, spettroscopia e strutturistica nel campo dei complessi dei metalli di transizione. Vincitore, nel 1963, del concorso di Cattedra di Chimica Generale e Inorganica dell’Università di Bari, ha ricoperto in qualità di professore ordinario, la Cattedra di Chimica Generale e Inorganica presso la Facoltà di Scienze di questa Università dal 1963 al 1982. Direttore dell’Istituto di Chimica Generale e Inorganica della Facoltà di Scienze dal 1964 al 1974. Nel 1982 venne chiamato alla Cattedra di Chimica presso la Facoltà d’Ingegneria della stessa Università.
Ha pubblicato in massima parte su riviste internazionali, sui seguenti argomenti:
a)sintesi e caratterizzazione strutturale, mediante indagini magnetochimiche e di spettroscopia uv, ir, nmr, esr, di numerosi nuovi composti di metalli di transizione in bassi stati di ossidazione, con particolare riguardo ai complessi isonitrilici e a quelli con le fosfine e difosfine terziarie;
b) ricerche sulla attivazione di piccole molecole, come ossido d’azoto, biossido di carbonio, diidrogeno, diazoto, diossigeno, ossido d’azoto, biossido di solfo, promossa da complessi di metalli di transizione;
c) studio dell’attività catalitica dei complessi metalli di transizione nelle reazioni di idrogenazione e di carbonilazione di substrati organici (quali olefine, ammine aromatici, nitro e nitrosocomposti aromatici) in fase omogenea;
d) studio cinetico delle reazioni di carbonilazione e di decarbonilazione di metallo-carbonili sostituti;
e) ricerche su argomenti di chimica metallo-organica.
Conferenza d'addio
Ringrazio coloro che hanno voluto presentarmi, voi con parole così lusinghiere e per l’affettuoso apprezzamento della mia attività didattica e scientifica.
Cari studenti e Colleghi,
È con un certo rammarico mi accingo ora a tenere l’ultima lezione a coronamento di un ciclo di attività didattica comprendente complessivamente, tra Milano e Bari, poco meno di 70 distinti corsi di insegnamento, tenuti a studenti di chimica industriale, di chimica e di ingegneria.
Ho scelto per questa lezione, che nelle mie intestazioni doveva essere destinata ad un uditorio costituito essenzialmente da non-chimici (ma vedo con piacere che è qui ad ascoltarmi anche un folto gruppo di amici e colleghi, tutti valentissimi chimici) un tema di carattere assai generale, che da almeno 20 anni è soggetto di discussione e di studio in innumerevoli Convegni e Tavole Rotonde: La Chimica e l’Ambiente.
L’ho scelto non tanto per tessere un ennesimo panegirico sull’incommensurabile e insostenibile contributo da questa disciplina alla qualità della vita, quanto per porre in evidenza come ciascun individuo, e quindi anche quelli ignari di chimica, svolga direttamente, anche se in modo inconsapevole, delle attività chimiche che inevitabilmente modificano, quasi sempre in peggio, l’ambiente in cui vive.
Come tutti quanti già ben sapete, l’Uomo ha iniziato a svolgere attività chimiche ben prima che nascesse il concetto stesso di chimica: egli ha incominciato a far chimica dal lontanissimo giorno (che risale a milioni di anni fa) in cui imparò a creare e a mantenere il fuoco, ossia a dominare una fonte di energia indispensabile per trasformare la materia. Si ritiene dai più che per tutta l’era neolitica e grosso modo fino al 3000 AC, le attività chimiche dell’uomo si limitassero essenzialmente a quelle inerenti al mantenimento di fuochi, alla cottura dei vasi d’argilla e, una volta all’anno, alla fermentazione alcolica del succo d’uva e di poca altra frutta (attività chimica, questa, assai apprezzata fin d’allora). In realtà, già a partire da almeno il 4000 AC si svilupparono, particolarmente in Mesopotamia, in Egitto, in India e in Cina, numerose, e in molti casi complesse ed elaborate tecnologie chimiche che recarono, per citare solo alcune, alla produzione di vetri, di coloranti, di adesivi, di detergenti, di metalli.
Ad esempio, già 4000 anni fa gli Egizi usavano per le pulizie qualcosa assai simile alle attuali soluzioni saponose, che essi ottenevano trattando gli olii vegetali con la liscivia ricavata dalle ceneri delle piante; queste ultime contengono infatti notevoli quantità di ossidi carbonati alcalini, che provocano la reazione di saponificazione degli esteri costituenti gli olii. A quei tempi essi sapevano già usare processi di tintura oggi noti come tintura al tino e tinture al mordente, i primi venivano realizzati sottoponendo a fermentazione alcune piante, come l’indaco e il guado, in modo da trasformare i loro pigmenti colorati insolubili in una forma ridotta incolore, ma solubile in acqua: immergendo i tessuti in questo liquido di fermentazione e poi facendoli asciugare all’aria si provocava la riossidazione della sostanza organica nella forma ossidata insolubile e colorata, stabilmente fissata al tessuto (sono stati trovati tessuti di lino ancora intensamente colorati, dopo migliaia di anni in blu-violaceo (indaco) e giallo (guado) ); i coloranti al mordente, costituiti da sostanze organiche naturali colorate e solubili, come ad esempio lo zafferano, venivano fissate stabilmente alle fibre con una tecnica identica a quella che si usa attualmente: trattando i tessuti con soluzioni di allumi (minerali costituiti da solfati doppi di alluminio e metalli alcalini) si faceva precipitare sulla fibra, per idrolisi del sale, ossido d’alluminio idratato il quale è grado di legarsi stabilmente sia alla fibra, sia alla sostanza organica colorata.
La concia delle pelli, che richiede un ciclo di lavorazioni abbastanza complesso, è un altro esempio di antichissime applicazioni di tecnologie chimiche, ma è soprattutto nel campo metallurgico che l’uomo ha saputo sfruttare il proprio acume, ingegno e spirito di osservazione per realizzare quelle tutt’altro che semplici trasformazioni chimiche che recano da sostanze terrose, incoerenti, friabili e di scarsa, se non nulla utilità pratica, a quelle sostanze compatte, dure, tenaci, malleabili, facilmente modellabili e di insostituibile ausilio in numerosissime attività umane, quali sono appunto i metalli.
Una volta individuate le peculiarità meccaniche dei metalli in seguito all’occasionale ritrovamento di campioni metallici allo stato nativo, essenzialmente rame, raramente oro e argento, eccezionalmente ferro meteoritico, e in seguito alla certamente del tutto occasionale constatazione che il carbone di legna rovente era in grado di estrarre lucente lingottini metallici da certe pietre, iniziò a partire da almeno il sesto millennio precedente l’Era Cristiana una proficua attività, volta alla produzione dei metalli. Così, dopo il rame quasi puro, facilmente ottenibile per riduzione di alcuni minerali ossidati dal rame, come ad esempio la malachite Cu2(CO3)(OH)2, vennero prodotte diverse leghe di rame a partire da essenzialmente da minerali solforati come ad esempio la calcopirite CuFeS2. Qui già si rendeva indispensabile adottare tecniche molto più evolute: era infatti necessario saper controllare le proprietà ossidanti e riducenti dell’atmosfera della fornace, in quanto tale atmosfera doveva essere in grado di ridurre il rame, ma di ossidare contemporaneamente il ferro ad ossido ferrico. Questa capacità di saper conferire all’atmosfera del forno le proprietà chimiche più convenienti era sfruttata anche in altri campi: i Greci sapevano infatti conferire un bel colore rosso alle loro ceramiche cuocendo le argille ricche di ferro in atmosfera ossidante, che ossida il ferro ad ossido ferrico, o un bel colore nero intenso cuocendo le in atmosfera riducente, che dà luogo alla formazione di magnetite nera. Quegli abilissimi artigiani metallurgici seppero utilizzare via via minerali sempre più poveri, che rendevano però necessaria l’aggiunta di sostanze capaci di fluidificare le scorie. Così, mentre i manufatti di rame più antichi contenevano soltanto piccole quantità di arsenico, i cui minerali solforati accompagnano comunemente la calcopirite, e la cui presenza si rivela assai utile in quanto, in lega con il rame, conferiva al metallo una particolare durezza, l’utilizzo come fondenti di particolari minerali recò ben presto alla produzione di altre leghe: nelle zone in cui erano più facilmente reperibili minerali di stagno, come ad esempio la cassiterite SnO2, vennero prodotti i bronzi in altre, dove erano più reperibili minerali di zinco, vennero prodotti gli ottoni.
Si badi che queste trasformazioni della materia erano ovviamente condotte e nell’ignoranza assoluta delle leggi che regolano le trasformazioni stesse, e nella completa mancanza di metodi che potessero dare qualche, sia pur grossolana, indicazione sulla composizione delle miscele trattate. È ben comprensibile quindi come fossero necessari millenni di tentativi empirici e di attente osservazioni dei risultati ottenuti per poter compiere, ogni tanto, qualche piccolo passo avanti in campo tecnologico.
Ma non è mia intenzione fare qui la storia delle scoperte tecnologiche: ho citato brevemente alcuni fondamentali aspetti delle attività protochimiche umane per sottolineare come la chimica abbia sempre profondamente influito sulla qualità della vita: qualità che è tanto più elevata quanto più confortevole e meno faticoso diventa il vivere. E già nei tempi più antichi si poteva avere, grazie alla chimica, un salto notevole nella qualità della vita potendo disporre, ad esempio, di un aratro metallico anziché di un rozzo arnese di pietra e legno per dissodare il terreno e prepararlo alla semina.
La chimica come scienza, e di conseguenza la chimica come industria, nasce agli inizi del secolo scorso, e ha compiuto dei passi davvero giganteschi in questo ultimo: il primo pozzo di petrolio che tanta parte ha nella nostra vita attuale sia come sorgente di energia, sia come materia prima per la produzione di innumerevoli materiali del cui uso materiale non potremmo assolutamente fare a meno, fu scavato in Pennsylvania nel 1859.
All’inizio di questo secolo risale la prima produzione di superfosfati per trattamento con acido solforico delle fosforiti minerali, seguita poi dalla produzione del cosiddetto superfosfato triplo per trattamento degli stessi minerali con acido fosforico, e nel 1913 nasce il primo impianto di produzione dell’ammoniaca per la sintesi diretta da azoto e idrogeno secondo il processo Haber. Queste sono tappe assai importanti, poiché fosforo e azoto ammoniacale sono, come ben sapete, nutrienti indispensabili alla crescita delle piante, e rappresentano pertanto i costituenti principali dei moderni fertilizzanti di sintesi, che hanno permesso di aumentare considerevolmente la produttività dei terreni agricoli.
Voglio citare solo alcuni dei prodotti di largo consumo che si preparano a partire dalle materie prime messe a disposizione dall’industria petrolchimica. I primi processi di polimerizzazione delle olefine vennero realizzati nel 1930 dallo scienziato tedesco Staudinger, per tale motivo insignito del premio Nobel nel 1953. Nel 1935 venne realizzata per la prima volta negli stabilimenti dalla Du Pont la polimerizzazione di acidi carbossilici e di ammine che reca alla formazione delle poliammidi, ossia di sostanze strettamente analoghe a quelle esistenti in molti materiali organici naturali, come ad esempio nella seta. Nel 1938 la Du Pont iniziò la produzione commerciale del Nylon. Negli anni 30iniziò negli Stati Uniti la produzione di polivinilcloruro, noto comunemente come PVC, nell’Inghilterra la produzione delle resine metacriliche (come ad esempio il trasparente Perspex utilizzato per la produzione dei cosiddetti “vetri infrangibili”). Successivamente il premio Nobel Natta individuò i catalizzatori e le modalità operative necessarie per la realizzare una conveniente polimerizzazione del propilene, dalla quale si ottengono materiali plastici, come il Moplen, aventi caratteristiche fisiche e meccaniche assai superiori a quelle del politene. Circa negli stessi anni venne ottenuta in Germania, per copolimerizzazione di butadiene e stirene, una gomma sintetica aventi qualità superiori a quelle della gomma naturale (la cui produzione sarebbe comunque di gran lunga insufficiente a soddisfare il fabbisogno mondiale).
Perderei però troppo tempo, e quasi certamente vi annoierei, se mi soffermassi a elencare l’enorme quantità di nuove sostanze e di nuovi materiali prodotti dall’industria chimica in questi ultimi cinquant’anni. Basti ricordare che tutto quello che la chimica ha prodotto ha fortemente influito sullo sviluppo di tutte le altre attività umane: fertilizzanti, i fitofarmaci, i pesticidi, i fungicidi nel campo dell’agricoltura hanno permesso di sconfiggere la fame in molte zone del mondo; i moderni medicinali in campo farmaceutico hanno permesso di debellare molte malattie, contribuendo all’allungamento della vita media dell’uomo; la produzione di nuove leghe e di materiali compositi non-metallici ha permesso la realizzazione di mezzi di trasporto, terrestri, navali ed aerei, più rapidi, più economici e più efficienti; la produzione dei propellenti per motori a razzo ha permesso la conquista dello spazio extraterrestre e la messa in orbita di numerosi satelliti che permettono pressoché istantanee comunicazioni intercontinentali e la realizzazione di sistemi di locazione che ancora pochi anni fa erano ritenuti fantascientifici (è oggi possibile a chiunque localizzare la propria posizione sulla superficie terrestre con un’approssimazione di qualche metro, oltre a determinare elevata accuratezza la velocità e la direzione verso cui eventualmente ci si muove); la produzione su larga scala di fibre e tessuti sintetici a basso prezzo ha risolto ogni problema di vestiario (al di fuori di quello che travagliano coloro che vogliono assolutamente seguire ogni moda); la produzione di metalli estremamente puri (quali il germanio e il silicio) e l’applicazione dei fondamentali principi della chimica teorica hanno permesso la realizzazione della moderna tecnologia elettronica; la conoscenza dei principi che governano la formazione e la rottura dei legami chimici e la capacità di determinare la struttura di assai grosse e complicate molecole hanno contribuito allo sviluppo della moderna biochimica e alla comprensione dei principi che governano i complessi sistemi biologici.
Riassumendo, per porre rapidamente fine all’inevitabile panegirico, le tecnologie chimiche, necessariamente poche e rudimentali nei tempi più antichi, sono andate assai lentamente aumentando di numero fino all’epoca moderna. Ma solo con la nascita della chimica come scienza, all’inizio del secolo scorso, i processi chimici, e il numero delle sostanze e dei nuovi materiali con essi ottenuti, hanno iniziato ad aumentare sempre più rapidamente, crescendo in modo esponenziale negli ultimi 50 anni.
La straordinaria influenza esercitata dalle varie attività chimiche sul progresso civile viene evidenziata assai bene dalla strettissima interdipendenza che si riscontra tra crescita della popolazione mondiale e crescita delle conoscenze chimiche, come si vede nel seguente diagramma. La curva nera continua rappresenta l’andamento della popolazione dal 1650 a tutt’oggi: l’umanità ha impiegato milioni di anni per colonizzare faticosamente alcune zone nei diversi continenti; ha impiegato comunque circa 2000 anni per far crescere la propria popolazione globale da qualche centinaio di milioni di individui presenti sul globo in era precristiana a poco più di un miliardo nel 1850 (solo circa 140 anni fa), poi è iniziata una crescita tumultuosa che, a ritmi frenetici, ha recato negli ultimi tempi ad un raddoppio ogni 35-40 anni circa.
Nonostante il fatto che, nei secoli passati (ma ancora oggi in molte zone del mondo) quasi tutte le donne fossero pressoché sempre pregne dai 15 ai 40 anni, e il numero delle gravidanze si avvicinasse molto ad una media di 20 per donna, gli elevati tassi di mortalità prenatale e infantile prima, la fame, le pestilenze, le guerre poi per quelli che sopravvivessero abbassavano il tasso di crescita della popolazione a valori irrisoti; i progressi, conseguenti allo sviluppo delle conoscenze chimiche, ottenuti soprattutto in campo agricolo, zootecnico, farmaceutico e medico giustificano l’andamento della curva.
Le linee tratteggiate rappresentano tre possibili scenari futuri. Uno riflette il punto di vista di quelli che credono fermamente nelle sorti magnifiche e progressive dell’umanità, o che hanno una fiducia illimitata nella divina provvidenza: la crescita della popolazione mondiale può continuare con il tasso attuale di un raddoppio ogni 35 anni, ossia circa v3 raddoppi in un secolo, che porterebbe la popolazione mondiale a più di 40 miliardi di individui nel 2100 e più di 350 nel 2200. Per un numero considerevole di motivi, alcuni facilmente intuibili, questo scenario ha ben poche probabilità di avverarsi. Un secondo scenario riflette un punto di vista ottimistico: l’umanità saprà trovare presto un giusto equilibrio tra le disponibilità delle risorse e il numero della popolazione, in modo da arrivare ad uno stato stazionario. Ciò implica tuttavia un serio controllo delle nascite su scala mondiale, controllo assai facilmente attuabile con metodi chimici, ma che può sollevare molte perplessità e incontrare notevoli resistenze sul piano etico e religioso.
Il terzo scenario riflette invece un punto di vista pessimistico, ma forse più probabile: si va avanti passivamente con l’attuale tasso di crescita fino al superamento di un certo livello di guardia: dopodiché, guerre o pestilenze planetarie, o altri più subdoli ma inevitabili flagelli porteranno rapidamente il numero della popolazione a livelli più confacenti a quelli sopportabili dal pianeta Terra.
I motivi che rendono impossibile continuare con questo tasso di crescita risiedono nella ovvia limitatezza delle risorse non rinnovabili, come carbone fossile, petrolio gas combustibili, delle quali si manifesteranno inevitabilmente le penurie a scadenze non troppo lontane, sia nella continua diminuzione della quantità di risorse rinnovabili disponibili; per queste ultime si prevede nei prossimi 50 anni un depauperamento di e complessità tali da non avere precedenti nella storia dell’uomo (basti pensare a ritmo con cui, per varie ragioni, procede la deforestazione del pianeta). È molto importante ricordare che la disponibilità di risorse rinnovabili sono collegate tra loro, sulla base di relazioni non lineari e retroattive, in sistemi interdipendenti di elevata complessità: l’eccessivo prelievo di una singola risorsa può recare al superamento di una soglia critica e provocare problemi ambientali del tutto imprevedibili.
Le attività umane influiscono sulla disponibilità delle risorse rinnovabili in vari modi: un modo è quello secondo cui è meglio la gallina oggi che l’uovo domani, ossia è quello di mangiarsi il capitale consumando o degradando le risorse con una velocità superiore a quella con cui esse possono rigenerarsi; un altro è quello legato alla crescita demografica, che non può che far diminuire la disponibilità delle risorse pro capite, con la conseguenza generare fortissime tensioni sociali e causare conflitti.
Voglio rammentare a tale proposito solo un paio di esempi. Il Bangladesh non soffre di degrado del suolo e le inondazioni annuali del Gange e del Brahmaputra depositano strati di limo che assicurano fertilità delle vaste pianure coltivabili. La popolazione del Paese assomma tuttavia 120 milioni, e al ritmo attuale di crescita si raddoppierà prima dei prossimi 40 anni; le terre coltivabili, circa 800 mq pro capite, sono tuttavia già adesso abbondantemente al di sotto del fabbisogno, tanto che negli ultimi 40 anni più di 15 milioni di persone sono emigrate nelle zone limitrofe dell’India, causando feroci conflitti con le popolazione locali che hanno provocato decine di migliaia di morti.
Una vera e feroce guerra è scoppiata alcuni anni fa tra El Salvador e l’Honduras, dove una crescita demografica del 3,5% annuo, corrispondente ad un raddoppio della popolazione in soli 20 anni, accompagnata da inconsulte deforestazioni (per la vendita del legname) e conseguenti erosioni dei terreni coltivabili scoscesi hanno considerevolmente ridotto la disponibilità pro capite del terreno coltivabile, provocando quelle tensioni tra le popolazioni confinanti che hanno condotto la guerra. Le estese deforestazioni provocano per vari motivi, non ultimo il taglio degli alberi per la loro vendita sui mercati esteri, come oggi avviene in modo esteso nel Sud-Est asiatico, nell’Africa occidentale, nell’America del sud, produce elevati e facili guadagni nel breve termine, ma provoca assai gravi conseguenze nel lungo periodo: la deforestazione riduce la capacità del terreno ad assorbire acqua durante le precipitazioni intense, con conseguente erosione e formazione di piene improvvise che danneggiano ponti , strade, sistemi di irrigazione e molte altre infrastrutture. Il materiale eroso si deposita negli alvei dei fiumi riducendo la capacità di produrre energia idroelettrica, e provoca l’interramento dei bacini artificiali e dei canali irrigui.
La scarsità delle risorse idriche si farà sempre più sensibile in tutto il mondo e contribuirà notevolmente sia ad aggravare le attuali tensioni politiche, sia a crearne di nuove, in certi Paesi le disponibilità idriche sono già ora disperatamente scarse: ad esempio in Giordania sono di circa 700 litri/persona giorno, che si ridurranno a circa 230 entro i prossimi 30 anni, in Libia e in Arabia Saudita sono di circa 400 litri/persona giorno, che si ridurranno a circa 150 entro lo stesso termine. Si tenga presente che tali disponibilità comprendono le considerevoli quantità d’acqua richieste per gli usi agricoli e industriali, e che ne rimane quindi ben poca a disposizione di ogni individuo non dico per lavarsi, ma anche solo per bere e cucinare. Per confronto, rammento che l’acqua a disposizione dei cittadini dell’antica Roma, esclusa quindi quella utilizzata per l’irrigazione, era di circa 270 litri/personagiorno. necessità delle conseguenze chimiche per mantenere costante il livello delle risorse rinnovabili, assicurando un maggior riciclo dei materiali utilizzati.
Ora, come tutti sanno, nonostante tutte le sue benemerenze, nonostante il sostanziale e insostituibile contributo che ha recato al miglioramento della qualità della vita di tutti i popoli civili, la chimica ha nell’opinione pubblica una assai cattiva immagine. Nel diagramma seguente sono riassunti i risultati di una recente indagine condotta negli Stati Uniti su come venga recepito dell’opinione pubblica il contributo dato al buon vivere da alcuni beni e servizi essenziali. Vi è una evidente correlazione tra il grado di famigliarità, di dimestichezza con lo stesso bene, e ciò non deve meravigliare: quanto meno si conosce una cosa, tanto meno la si può giudicare utile. Nemmeno i farmaci, il che è tutto dire, occupano una buona posizione in tale diagramma (ma ciò si può comprendere pensando al numero considerevole di farmaci inutili buttati sul mercato a solo scopo di lucro e ad alcuni gravissimi incidenti occorsi in passato, come nel caso della talodimide); tuttavia i fertilizzanti, i fitofarmaci, i prodotti chimici, i pesticidi risultano all’opinione pubblica poco meno dannosi dell’energia nucleare. La cattiva immagine che i prodotti chimici, e la chimica in generale, assumono nell’opinione pubblica non è però dovuta soltanto alla scarsissima conoscenza che la maggior parte della gente ha di questa materia, ma in parte non trascurabile al notevole impatto di certi avvenimenti sull’immaginario collettivo: per rimanere nell’ambito delle vicende italiane ricordo che due famosi “disastri chimici” (che peraltro non hanno provocato morti), quello di Seveso, che ha provocato la diffusione in una zona densamente popolata di una sostanza estremamente nociva come la diossina, e quello di Manfredonia, che ha provocato la dispersione di notevoli quantità di arsenico. Tali avvenimenti provocano necessariamente nell’animo umano sentimenti di angoscia e di paura: il fatto che molti prodotti chimici siano estremamente velenosi o possano provocare in modo subdolo gravi danni non può che incutere terrore nelle persone.
Del resto, basta assai poco per deteriorare l’immagine della chimica: da un lato, come avviene per tutte le attività umane, l’avidità e la sete di guadagno di pochi possono provocare in questo campo conseguenze deleterie in un gran numero di persone; dall’altro, l’ampia disponibilità sul mercato di prodotti chimici potenzialmente pericolosi, a disposizione di tutti, utilizzati sovente in modo improprio o in quantità di gran lunga eccedenti quelle necessarie, come succede sistematicamente nel campo dei fertilizzanti agricoli, dei fitofarmaci, dei pesticidi, provoca un’ampia e continua diffusione sul territorio di prodotti capaci di provocare deleteri e vistosi danni all’ambiente.
Inoltre, con l’inizio dell’era industriale l’uomo ha cominciato a prelevare dall’ambiente quantità sempre più grandi di materie prime per far fronte a una domanda di beni in crescita esponenziale, conseguente alla crescita esponenziale della popolazione. La trasformazione delle materie prime naturali in prodotti utili genera necessariamente non solo una grande quantità di sottoprodotti inutili e molte volte nocivi, ma rende sempre più problematico, a causa della vastissima gamma delle diverse sostanze utilizzate, il riciclo dell’enorme massa di prodotti lavorati divenuti inservibili per guasti, per obsolescenza o semplicemente per aver esaurito la loro funzione. Nasce di conseguenza il grave problema dell’inquinamento ambientale che affligge tutti i Paesi industrializzati. Inquinamento che può essere limitato da una maggiore capacità di riciclo.
I primi seri danni provocati all’ambiente dalle attività chimiche risalgono a un’epoca pre-industriale. Dal 1500 AC circa, fino al 1500, ossia per ben 3000 anni, il ferro era stato prodotto in modo artigianale con il medesimo procedimento; si riducevano gli ossidi di ferro con carbone di legna in piccole fornaci, capaci di produrre pochi chilogrammi di ferro per volta: poiché non era possibile raggiungere temperature troppo elevate da fondere il metallo, esso si otteneva in masse sinterizzate, con un basso contenuto di carbonio (0,1-0,3%). Il ferro così ottenuto era il cosiddetto ferro dolce, facilmente fucinabile e lavorabile a caldo (tutti gli oggetti di ferro erano di “ferro battuto”). Nel 1500 vennero costruiti in Belgio i primi “altoforni” (alti per modo di dire, rispetto a quelli attuali, in quanto raggiungevano al massimo i 5 metri di altezza). Questa nuova tecnologia, del tutto analoga a quella odierna, introdusse una vera rivoluzione nel modo di lavorare: era nata la prima fabbrica moderna, che richiedeva un lavoro continuo 24 ore al giorno per 7 giorni alla settimana, assicurato da turni diurni e notturni di operai, e che richiedeva l’apporto di energie assai più potenti di quella muscolare sia per movimentare i materiali, sia per azionare i grossi mantici necessari ad insufflare l’aria nelle tubiere dell’altoforno. L’unica fonte di energia sufficientemente potente era allora quella dei mulini, e per tanto le fabbriche sorsero necessariamente sulle rive dei fiumi. Il carbone necessario alla riduzione del materiale rimaneva ancora tuttavia la vecchia carbonella, ossia il carbone di legna; il carbone fossile non poteva infatti essere utilizzato per il suo contenuto in zolfo, che, sciogliendosi in piccole quantità nel ferro, lo rende estremamente fragile anche a caldo. La produzione in continuo richiedeva tuttavia grandissime quantità di carbone, e quindi l’abbattimento di grandi quantità di legname: nel 1600 e nel 1700 il governo inglese dovette a più riprese costringere molte fabbriche alla chiusura forzata per un certo numero di anni, in modo da permettere la ricrescita delle foreste per ovviare ad insopportabili penurie di legname da costruzione.
Solo a parte dal 1800 cessò completamente dell’utilizzo della carbonella negli altoforni, sostituita dal carbone coke ottenuto per distillazione secca del carbone fossile. Tutto lo zolfo contenuto in quest’ultimo viene infatti allontanato nel processo di distillazione, che lascia come residuo carbonio grafitico pressoché puro.
Un altro deleterio impatto sull’ambiente, e sull’opinione pubblica nei confronti della nascente industria chimica, si ebbe verso la fine del 1700 con i primi impianti di fabbricazione del carbonato sodico mediante l’abominevole processo Leblanc. In tale processo si otteneva in un primo stadio solfato sodico per trattamento a caldo del cloruro di sodio con acido solforico, in un secondo stadio la riduzione del solfato con carbone in presenza di calcare recava a carbonato sodico, che veniva infine estratto per lisciviazione dalla massa di reazione e cristallizzato. Nel primo stadio si liberavano grandi quantità di acido cloridrico, che si lasciavano tranquillamente diffondere nell’aria con i ben immaginabili effetti sull’ambiente circostante, e l’ultimo stadio produceva massive quantità di fanghi costituiti da larga parte da solfuro di calcio, i quali appestavano per ampio raggio l’aria intorno alle località dove venivano ammucchiati a causa della liberazione, per idrolisi e reazione con l’anidride carbonica dell’aria, del velenoso e puzzolentissimo solfuro d’idrogeno.
Solo nel 1863 venne imposto per legge ai fabbricanti l’obbligo di assorbire in acqua l’acido gassoso liberato nel primo stadio, ma per fortuna già due anni prima era sorto il primo impianto di fabbricazione del carbonato con il non inquinante processo Solvay, e per tanto il processo Leblanc venne ben presto abbandonato, ma certamente deve aver lasciato dei gran brutti ricordi nelle popolazione che ne avevano subito gli effetti.
L’attenzione verso l’ambiente è notevole aumentata da allora, ma per vari motivi i problemi causati dall’inquinamento ambientali sono diventati ancora più pressanti.
Diamo un rapido sguardo alle principali cause che oggi provocano l’inquinamento dei tre beni essenziali, comuni a tutti, ossia dell’aria, dell’acqua e del suolo, e ai possibili modi per eliminarli o limitare i danni.
Oggi, la massima parte dell’inquinamento atmosferico dei centri urbani proviene dal traffico automobilistico e dagli impianti di riscaldamento domestico, e solo in parte trascurabile dagli impianti industriali. Di questo tipo do inquinamento siamo quindi tutti quanti responsabili: tutti quanti utilizziamo infatti giornalmente una qualche fonte di energia che in ultima analisi proviene da trasformazioni chimiche della materia, trasformazioni che inevitabilmente diffondono nell’ambiente sostanze più o meno nocive.
Vediamo ad esempio cosa succede quando mettiamo in moto un automezzo, schematicamente rappresentato, dal punto di vista del chimico, nel diagramma seguente.
L’automezzo è, innanzi tutto, un reattore chimico che genera calore: sarà poi compito dei colleghi meccanici trarre, da questo calore, la maggior quantità possibile di lavoro con elaborate ed ingegnose macchine termiche, ma senza il reattore, niente calore, niente macchina. I reagenti che entrano nel reattore sono pochi: essenzialmente aria, idrocarburi, piccole quantità di additivi e scarse quantità di impurezze, ma i prodotti della reazione sono purtroppo in numero assai maggiore di quelli che vorremmo. Accanto al vapore d’acqua e alla relativamente innocua anidride carbonica si formano infatti quantità variabili, ma per niente trascurabili, di velenoso ossido di carbonio, di idrocarburi incombusti (diversi, a causa di reazioni di craking, da quelli di partenza, e contenenti sensibili quantità di etilene. Questa è una sostanza di accelerare i processi di invecchiamento negli alberi da frutta, cosa, questa, che impedisce l’impianto di frutteti in prossimità di strade a denso traffico automobilistico.), di micidiale ossido d’azoto e di cosiddetto particolato, una polvere costituita da particelle di nerofumo, da composti inorganici del piombo se si usa benzina super e da tracce di metalli pesanti provenienti dai cilindri e dalle guarnizioni dei pistoni. Tutta robaccia velenosa, che non ammazza subito (a meno che, uno stufo di vivere, non colleghi il tubo di scappamento con l’abitacolo) in quanto si diluisce abbastanza rapidamente nell’aria, ma che in parte, in specie il piombo, quando viene respirata, va ad accumularsi nel sangue, con serie e deleterie conseguenze nel lungo periodo. C’è da rabbrividire quando si vedono giovani mamme spingere in città lungo i marciapiedi le carrozzine con i loro marmocchi, che ignari di tanta incoscienza, respirano tranquillamente, a pochi decimetri di distanza dei ei tubi di scappamento delle macchine, aria ricchissima di inquinanti vari e fanno abbondanti provviste di piombo nel sangue.
Naturalmente, è del tutto indifferente che al volante sieda un comune guidatore o un espertissimo chimico: in ogni caso chi gira chi gira la chiavetta d’accensione si comporta da perfetto “apprendista stregone”, in quanto mette in moto, con quel semplice e comunissimo gesto, una serie di eventi sui quali non ha più nessunissimo controllo.
Dicevo prima della formazione, tra i prodotti della reazione, del micidiale ossido d’azoto. Questa sostanza accompagna sempre, purtroppo, i prodotti di qualsiasi combustione effettuata con aria atmosferica che, come tutti sanno, contiene pressappoco i di azoto e di ossigeno. Questi due elementi si combinano tra loro a dare ossido d’azoto con rese tanto più alte quanto più elevata è la temperatura della fiamma, e si forma quindi, sia pure in quantità modeste, anche quando accendiamo il gas per farci un caffè. Il destino questa sostanza è quello di trasformarsi, nel caso migliore e più innocuo, in acido nitrico in seguito alla successiva ossidazione da parte dell’ossigeno atmosferico e alla reazione con l’acqua. Se l’acido nitrico finisce su di un terreno calcareo, niente di male, anzi tutto finisce per il meglio in quanto lo ione nitrato è un ottimo fertilizzante. Ben diversa si presenta la situazione quando l’ossido d’azoto si diffonde nell’aria nelle giornate di sole o poco nuvolose: inizia allora uno sfrenato balletto incrociato tra le varie molecole che viaggiano nell’atmosfera urbana, un sabba infernale che reca alla formazione di numerose sostanze, una più nociva dell’altra e che ho condensato nella forma più concisa possibile, nel prossimo diagramma.
L’ossido d’azoto viene ossidato dall’ossigeno atmosferico biossido, una molecola assai reattiva, ma che viene altrettanto facilmente scissa dalle luminose nell’ossido di partenza e in ossigeno atomico. Quest’ultimo si lega con una piccola molecola di ossigeno per dar luogo a una forma allotropica dell’ossigeno elementare, il triossigeno, più universalmente conosciuto come ozono. Tutti sanno che questa è una sostanza indispensabile al mantenimento della vita sulla Terra, purché se ne stia su, nelle zone stratosferiche, a catturare i raggi ultravioletti di lunghezza d’onda più breve, che se arrivassero fin quaggiù ci riempirebbero di brutti melanomi. E tutti sanno quante preoccupazioni ci desta il famoso “buco dell’ozono” sull’Antartide, che sembra allargarsi sempre più, ma le cui cause rimangono per il momento ancora abbastanza misteriose. L’ozono su in alto è quindi un ottimo amico dell’uomo, che ci protegge dai cattivi raggi ultravioletti. Ma se scende qui in basso è tutta un’altra storia: diventa una delle molecole più aggressive e nocive tra quante si conoscono. In modeste concentrazioni può condurci rapidamente alla morte, e in bassissime concentrazioni è capace di mettere in moto catene di reazioni di tipo radicalico che sconvolgono i nostri delicati equilibri biochimici e che, nei casi più fortunati, ci fanno rapidamente invecchiare. L’ossido d’azoto in un’aria particolarmente pura e priva di altre sostanze inquinanti reca, in una bella giornata di sole, alla trasformazione catalitica dell’ossigeno in ozono, la cui concentrazione continuerebbe quindi a crescere fino a raggiungere e superare la soglia di tolleranza. L’aria delle città è però tutt’altro che particolarmente pura: sono sempre presenti quantità più o meno elevate di anidride solforosa, particolarmente, ma non solo in quelli, nei periodi invernali in cui funzionano gli impianti di riscaldamento domestico, alimentati con combustibili sempre più o meno imputi di zolfo. L’ozono ossida rapidamente l’anidride solforosa a solforica, che con l’umidità atmosferica dà luogo a microscopiche goccioline di acido solforico: si formano pertanto un aerosol fortemente acido, e quindi fortemente aggressivo, che contribuisce fortemente alla formazione di nebbie e alla diminuzione della visibilità. Se non c’è anidride solforosa, non mancano certamente gli idrocarburi incombusti, che vengono ossidati dall’ozono ad aldeidi, a chetoni e a radicali ossoacilici, che combinandosi con l’ossido d’azoto e l’ossigeno formano un’altra serie di molecole più brutte del diavolo, i nitrati di perossoacile, fortemente reattivi e altrettanto fortemente nocivi. Tutta questa roba si accumula nell’atmosfera dà luogo alla fine, particolarmente nelle zone meno ventilate, alla formazione di una bella caligine di smog fotochimico, con tanti saluti alla salute pubblica.
L’unico provvedimento che si può adottare quando la concentrazione di inquinanti supera i livelli di guardia, è quello di bloccare tutto il traffico cittadino, come ben sanno gli abitanti di Roma e Milano. In ogni caso, anche quando non si forma uno smog visibile, le microscopiche goccioline di acido solforico, di acido nitrico e di acido cloridrico, che si forma per interazione della salsedine con gli altri acidi, in parte finiscono direttamente nei polmoni, in parte sai depositano su tutti i manufatti della città, con le conseguenze facilmente immaginabili. Le più preziose opere d’arte marmoree esposte nelle nostre città sono state da tempo sostituite da loro calchi, e lo stesso si deve fare ora con quelle di bronzo. La statua del Perseo, che aveva sfidato indenne per più di 4 secoli le intemperie in Piazza della Signoria a Firenze, ha dovuto essere recentemente ricoverato, a causa dei danni subiti, in luoghi protetti dalle ingiurie del traffico. Uno dei provvedimenti più urgenti da adottare per tutelare la salute era quello di eliminare il piombo tetraetile (che viene addizionato di benzine per accrescere il loro “numero di ottano”, ossia il loro potere antidetonante); ciò si è fatto in parte ponendo in commercio la cosiddetta “benzina verde”, esente da piombo, ma sovente più ricca, per mantenere elevato il numero di ottano, di idrocarburi aromatici, e che richiede pertanto un più appurato controllo della combustione (se gli idrocarburi aromatici non vengono bruciati completamente, si seminano dal tubo di scappamento non solo gli ossidi di carbonio e d’azoto, ma anche molecole aromatiche cancerogene). Si rende quindi indispensabile dotare gli automezzi che utilizzano questo tipo di benzina di speciali marmitte contenenti i catalizzatori che assicurano una combustione totale degli idrocarburi incombusti ad acqua e anidride carbonica. Gli stessi catalizzatori assicurano inoltre una completa combustione dell’ossido di carbonio e la riduzione dell’ossido d’azoto ad azoto elementare (marmitte a 3 vie).
Sembrerebbero in tal modo risolti tutti i problemi d’inquinamento legati al traffico, e così in effetti potrebbe essere se tutti gli utilizzatori di benzina verde facessero controllare ogni tanto l’efficienza della marmitta e la sostituissero non appena necessario: i catalizzatori non sono purtroppo eterni, e dopo un certo chilometraggio la marmitta deve essere sostituita. È assai probabile che tale comportamento venga scrupolosamente seguito nei vari Paesi europei, quasi certamente in quelli a nord del 46° parallelo, ma mi sembra abbastanza facile prevedere quello che succederà in Italia. Ognuno di noi può purtroppo constatare ogni giorno in quale stato di efficienza vengano mantenuti i motori Diesel, sia degli autocarri che delle vetture. Teoricamente il motore Diesel è molto meno inquinante di uno a benzina super: il gasolio non contiene piombo e, in un motore messo a punto, brucia assai meglio e quindi inquina molto meno. In realtà circolano innumerevoli automezzi a gasolio che lasciano dietro di sé pestilenziali nuvole nerastre ricchissime di particolato, di idrocarburi incombusti, di ossido di carbonio di ossido d’azoto alla faccia della salute pubblica. Molti automobilisti acquistano oggi autovetture dotate di marmitta catalitica sensibilmente più costose delle altre, unicamente per poter circolare nei centri cittadini anche nei giorni di divieto per tutti gli altri automezzi; mi chiedo se si preoccuperanno di spendere altri soldi per sostituire in tempo utile la marmitta catalitica esausta; in caso contrario la benzina verde si rivelerà un rimedio peggiore del male.
L’unica reale soluzione a questi problemi consiste nell’eliminare, almeno per quanto riguarda il traffico urbano, tutti i motori a combustione interna. Le attuali conoscenze chimiche indicano infatti fin d’ora una possibile soluzione, che presenta i preziosissimi vantaggi di non essere assolutamente inquinante e di usare risorse rinnovabili come sorgente di energia. Lo schema, nelle sue line essenziali, è indicato nel prossimo diagramma. L’energia spesa per dissociare l’acqua nei suoi elementi costituenti viene ricuperata con rese assai elevate in celle galvaniche già realizzate dall’odierna tecnologia (celle a combustibile), che riformano l’acqua consumata. In questo schema vi sono tuttavia due stadi che richiedono un’ulteriore messa a punto: il primo riguarda il rendimento energetico della trasformazione dell’energia solare in energia chimica, il secondo riguarda la capacità d’immagazzinamento dell’energia elettrica. I risultati recentemente ottenuti in tali campi sono però assai promettenti: da un lato, la produzione di polimeri fotosensibili capaci di indirizzare il maggior numero dei fotoni catturati verso siti attivi in grado di trasformare efficientemente la loro energia in energia chimica, dall’altro la realizzazione di nuovi tipi di celle galvaniche reversibili con anodi, catodi ed elettroliti solidi costituiti da nuovi materiali polimerici lasciano prevedere una realizzazione economicamente conveniente dello schema in tempi brevi. Gli accumulatori della nuova generazione, realizzati con tali materiali, avranno una capacità di carica, per unità di peso, di almeno 1 ordine di grandezza superiore a quella degli attuali accumulatori al piombo, saranno più economici e avranno vita più lunga. Potremmo allora circolare con silenziose macchine elettriche fermandoci ogni tanto, forse non più di un paio di volte alla settimana, al distributore di accumulatori invece che a quello di benzina (un accumulatore della nuova generazione da 20 kg potrebbe avere la stessa quantità di carica elettrica immagazzinata in 4 o 5 quintali degli attuali accumulatori al piombo).
I problemi inerenti all’inquinamento delle acque sono maggiormente gravi: se ne parla da decenni in innumerevoli convegni al riguardo e sono stati ripetutamente emanati, in ambiti regionali, nazionali e internazionali, leggi e regolamenti sempre più restrittivi sulla qualità e quantità di sostanze di rifiuto che possono essere disperse nel suolo o nelle acque pubbliche (fiumi, laghi e mari).
La depurazione delle acque reflue dei grandi impianti industriali non presenta problemi insolubili: la qualità e la quantità dei rifiuti prodotti da una grande fabbrica sono noti, e di conseguenza sono note le procedure da seguire per riciclarli, se risulta economicamente conveniente, o per smaltirli in modo non dannoso per l’ambiente.
Il problema si presenta invece di assai ardua, se non impossibile, soluzione nel caso dei reflui prodotti dalla piccola e media industria, soprattutto quando, come succede per motivi storici nel Nord d’Italia, tutti i rifiuti di una vastissima gamma di industrie diverse, da quelle lattiero-casearie a quelle galvanotecniche, da quelle zootecniche a quelle tessili e tintorie, da quelle conserviere a quelle delle vernici, tanto per fare alcuni esempi, vengono immessi in scarichi comuni o addirittura nelle fognature urbane.
I problemi di depurazione, per la massima parte facilmente risolvibili a costi contenuti qualora si potessero utilizzare per le singole industrie i necessari trattamenti specifici, diventano necessariamente più ardui da risolvere, e le soluzioni reali richiedono comunque costi maggiori da risolvere, e le soluzioni reali richiedono comunque costi maggiori, quando si devono depurare reflui contenenti le più disparate sostanze: organiche biodegradabili e non, sostanze inorganiche delle più varia natura, dai nutrienti come i fosfati, i nitriti, i Sali ammoniacali, ai veleni quali i cianuri, e solidi sospesi di diversissime specie e dimensioni.
Anche nel caso abbastanza semplice delle acque reflue urbane, esenti da scarichi industriali, occorrerebbe tener separati dagli altri i reflui provenienti dalle cliniche e dagli ospedali, per sottoporli a uno specifico trattamento di depurazione. Sono state infatti scoperte recentemente delle trote ermafrodite in acque inquinate da reflui urbani. Gli studi condotti al riguardo hanno dimostrato che alcuni estrogeni naturali e analoghe sostanze di sintesi prodotte dall’industria farmaceutica causano effetti vitellogenici sulle trote maschio: la vitellogenina è una proteina del sacco vitellino prodotta, in condizioni normali, escusivamente dalle trote femmina. Il guaio è che questa vitellogenesi indotta nei pesci viene provocata da estrogeni dell’ordine di 1 ng/l. È questa una concentrazione ai limiti della sensibilità dei più moderni strumenti d’indagine, e per apprezzarne meglio il valore basti ricordare che essa corrisponde a quella di 1 g di sostanza disciolta in un milione di mc di acqua, ossia 1 g disciolto in un laghetto di 360 m di diametro e della profondità media di 10 m.
L’inquinamento del suolo è un altro grave problema, anche qui causato soprattutto dalla popolazione civile (ma sarebbe più corrette chiamarla incivile, visto il suo comportamento medio della sua attività quotidiana). Non possiamo prendere qui in considerazione i rifiuti solidi industriali, che richiedono trattamenti peculiari più o meno complessi e costosi, ma sempre realizzabili, e limitiamoci quindi a considerare i problemi inerenti allo smaltimento dell’immensa mole di rifiuti solidi urbani, al quale siamo tutti direttamente interessati.
I metodi attualmente impiegati a tale scopo sono essenzialmente due: il primo, quello più abbondantemente usato, è semplicemente la versione, un po’ più in grande, del metodo utilizzato dalla massaia sfaticata che, per tener pulito il salotto, scopa la polvere sotto il tappeto, noto come metodo delle discariche. È come opinione comune che i rifiuti urbani seppelliti in tal modo e alternanti con starati di terra per impedire la diffusione di nauseabondi composti volatili debbano subire in tempi abbastanza brevi intensi processi di decomposizione batteriologica; negli Stati Uniti sono stati tuttavia ricuperati, per estrazione con apposte sonde dalle profondità di vecchissimi siti discarica, pezzi intatti e perfettamente leggibili di giornali vecchi di almeno 50 anni, nonostante sia la carta un materiale biodegradabile per eccellenza.
L’altro metodo, quello dell’incenerimento, si traduce sempre in un deleterio spreco di risorse e assai spesso a qualcosa che assomiglia più a una truffa nei riguardi dei cittadini, che pagano fior di tasse per la costruzione e la manutenzione degli impianti, che ha un effettiva soluzione del problema.
In realtà, quand’anche si raggiungessero nei forni di incenerimento temperature tali da assicurare la completa ossidazione di tutte le sostanze organiche, comprese le assai resistenti e pericolose diossine, e si riuscisse ad abbattere, con gli adatti e costosi dispositivi necessari allo scopo, tutte le sostanze volatili nocive (come il cloruro d’idrogeno, gli ossidi di zolfo e d’azoto) e le ceneri volatili contenenti metalli fortemente velenosi (come ad esempio il cadmio e mercurio), verrebbero comunque distrutte in maniera antieconomica notevoli quantità di materiali facilmente riciclabili, come ad esempio il vetro, la carta, le sostanze plastiche, il ferro e l’alluminio.
Ma la maggior parte degli esistenti impianti di incenerimento, come alcuni che in passato ho avuto occasione di esaminare da vicino, sono ben lontani dal possedere requisiti necessari ad assicurare il loro corretto funzionamento.
Lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani non può oggi venire seriamente ed economicamente risolto senza il fattivo contributo di ogni cittadino. La soluzione, facilmente realizzabile con nessuna spesa, ma solo con la buona volontà e l’attenzione che ogni persona civile dovrebbe avere verso gli interessi comuni, consiste nella raccolta differenziata dei vari tipi di rifiuti urbani: se ognuno di noi si preoccupasse di raccogliere separatamente i materiali vetrosi, quelli cartacei, quelli plastici, quelli metallici (scatole di alimenti e lattine di bevande), e infine i residui alimentari in 5 distinti contenitori comuni avremmo risolto facilmente sia il problema del ricupero di materie prime essenziali, con un notevolissimo risparmio energetico, sia quello dello smaltimento dei rifiuti. Per i primi 4 tipi di materiali esistono già efficienti tecniche di ricupero, con ovvi e notevoli vantaggi economici (le scatolette e le lattine metalliche sono di due tipi: quelle di banda stagnata e quelle di alluminio, facilmente separabili tra loro mediante vagli magnetici). L’ultimo tipo di materiale costituito essenzialmente da sostanze organiche biodegradabili, può venire efficacemente trasformato, anche qui con metodi ampiamente collaudati, in un “composto” inodoro utilizzabile come fertilizzante e correttivo del terreno in campo agricolo.
Spero di essere riuscito a porre nel suo giusto rilievo con questa breve, chiacchierata, il fondamentale e insostituibile ruolo esercitato dalla chimica in tutte le attività umane e per tanto il suo inevitabile impatto sull’ambiente, è vero che ognuno di noi trae enormi benefici dalle conquiste della chimica, ma è altrettanto vero che ognuno di noi contribuisce a far nascere “problemi chimici” con l’utilizzo scriteriato di uno o l’altro degli innumerevoli prodotti chimici con i quali veniamo quotidianamente a contatto per motivi di lavoro o di semplice svago. La conoscenza delle più importanti nozioni della chimica, sapere qual formidabili aiuti essa ci può dare, ma saper anche quali pericoli possono nascere dalla interazione di sostanze anche comuni diventa pertanto nel mondo attuale un obbligo sempre più pressante per ogni persona colta in generale, e per gli ingegneri in particolare.
Vi ringrazio per la vostra cortese attenzione. Adriano Sacco

Adriano Sacco (1963) in Puglia
Una tela di Finoglio dal Museo del Castello di Conversano all'Expo
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Conversano ha concesso il trasporto di una delle 10 tele del Finoglio all'Expo per una mostra di Sgarbi.
Con tutto il rispetto per le finalità culturali che Sgarbi persegue con la sua mostra all'Expo, non credo che questo sia il sistema migliore per far conoscere le ricchezze artistiche di Conversano. Che i turisti, se turisti sono, vadano anche in Puglia!
Saggia è stata invece la decisione di non far spostare da Reggio Calabria uno dei bronzi di Riace perchè fosse esposto all'Expo.
Finoglio - Rinaldo e Armida nel giardino incantato
Se il toro dovesse vincere......
Corrida in Plaza de Toros a Siviglia (Pasqua 2015)
..............guadagnerebbe un biglietto scontato per l'EXPO.
Vale quindi la pena lottare fino all'ultimo..............altrimenti all'EXPO ci va il torero.

C'è sempre modo di consolarsi
Francesco Vernaleone (Don Ciccio da Maglie) : Bosco
Apprendo che non abbiamo più neanche Pirelli. Non sono milanese ma sento uno sconforto infinito.
In compenso avremo i presidi con più poteri: anni fa i presidi li avevamo ugualmente, li rispettavamo per educazione atavica, ed il potere che avevano era soltanto quello che derivava dal loro carisma, non dal possesso di uno scettro ricevuto per istituzione.
Ma che c'entra la Pirelli con i presidi? Assolutamente nulla,ma è come doversi consolare per l'apertura di Expo mentre a Napoli i cassonetti sono sempre debordanti di immondizia non raccolta in tempo utile.
I giovani sono senza lavoro per mancata informazione sulla valenza dei "mestieri" che affidiamo puntualmente ad altri, ma acquisiscono una laurea in tre anni. Anche questo è un modo di consolarsi.
Torna la musica nelle scuole, ma la promozione dell'educazione musicale non si fa nelle scuole, si fa con la promozione degli eventi musicali a largo raggio. Quale evento dovremo "ingoiare" in parallelo per aver visto ritornare la musica fra gli insegnamenti a livello base? Si parla anche di "potenziamento" della didattica nella lingua inglese. Ma aspettiamoci, di contro, che con la scusa di una riforma si tagli ancora tempo dedicato alla lettura di Dante e Manzoni.
Sempre piu soli, alèh, ma abbiamo un telefonino costantemente presente, per le necessità più insulse.
Sulla rivista "Ulisse" (anno XXXVII, n.364 del marzo 2015) distribuita dalla non ormai tanto nostra "Alitalia" leggo le risposte ad un'intervista fatta a Riccardo Muti; alla domanda rivoltagli su "se noi ci salveremo grazie alla nostra bellezza", lui risponde: "Sa che non lo so? Sto aspettando.....Io ho già visto un'Italia in difficoltà perchè sono nato nel 1941 e quindi ho conosciuto il dopoguerra. Ma quell'Italia, benchè povera e messa in ginocchio dal conflitto bellico, era una Italia fortemente desiderosa di futuro. Ora mi sembra che siamo solo rassegnati."
Ma, ancora da grande maestro non solo d'orchestra, alla domanda "sulla soluzione" risponde:
"....la musica sarebbe uno strumento incredibile. Pensi all'etimologia del termine sun phonos (suonare insieme).....tante parti, diverse l'una dall'altra ma che muovendosi contemporaneamente e non disturbandosi fra loro, bensì aiutandosi, producono il bello con la B maiuscola......L'insegnamento della musica non è il piffero in bocca ma instillare un principio civico fondante una società partecipata e rispettosa. In un'orchestra tutti contribuiscono all'armonia totale."

Mi invita a cena un cinese....mi parla di competizione e meritocrazia

Esperienza unica quella di incontrare un professionista radicatosi nel nostro (si fa per dire!) Paese ma di nazionalità cinese, con il quale familiarizzo al punto tale da ricevere un invito a cena, con la finalità di parlare....di che? Certamente l'unica motivazione è quella di capire, da una parte e dall'altra, il perchè ci si trovi a condividere un'Italia già insufficiente per gli Italiani.
Inevitabilmente per prima si parla di scuola e di metodi. Ricevo la prima strapazzata quando chiedo cos'è che lui ritiene manchi da noi. Mi spiega che mancherebbe da noi l'adozione del principio della meritocrazia, del premio che spetta alle "eccellenze", principio su cui invece sarebbe basato il loro modo di affermarsi per acquisire posizioni sempre più appetibili vincendo una competizione che è molto grande, non solo dal punto di vista del gran numero di persone che tentano di fare scalata.
A questa prima considerazione segue quella della inesistenza, in questo nostro Paese, di un modo attraverso il quale il giovane individuo possa acquisire idea chiara delle sue potenzialità intellettuali: questo viene attribuito al potere di giudizio troppo ampio che il docente possiede in Italia e comunque nella realtà occidentale. La conseguenza sarebbe quella che un giovane studente, in questo povero Paese che è l'Italia, si troverebbe di fatto non a competere oggi su basi di oggettiva capacità, ma con l'intermediazione di armi con cui lo studente stesso non può risultare vincente. Il grado di disponibilità, per non dire chiaramente la "sottomissione", sarebbe una delle carte vincenti per acquisire merito, e ciò a scapito di oggettiva capacità intellettiva.
Chiedo umilmente quale sia uno dei denominatori comuni di capacità dello studente nato in Cina: mi risponde con un esempio. Mi dice che il calcolo matematico, per cominciare, nell'ambito del risultato "1000" lo studente cinese lo fa mentalmente.
Mi sovviene a questo punto di notizie giunte in merito al danno psicologico di questa imposizione dell'io a cui milioni di persone risultano votate: la selezione stretta sembra sia fondamento di insorgenza di depressione con conseguenze non banali. Ma preferisco non esprimere parere, e continuare ad acquisire notizie.
Imparo che la programmazione è stato fondamento, e lo è ancora, di diffusione nel mondo. Al momento della presa coscienza di grande insufficienza economica, si sarebbe deciso di adoperarsi per "far tutto quello che altri non fanno" in termini di mestiere. Sarebbero stati raggiunti in tal modo livelli di introito di danaro, in quel Paese, altrimenti neanche ipotizzabili. Ora si sarebbe invece dato luogo al processo di "diffusione" nel mondo.
Non ho il coraggio di chiedere quale possa essere la terza fase di affermazione, e la risposta mi giunge inaspettata.
Introducendo l'argomento della proliferazione familiare, mi vien detto che attualmente il 9% degli abitanti d'Italia è costituito da gente di altra nazione. Se gli italiani, come sta accadendo, continussero a limitare le nascite ad 1 figlio/famiglia e gli altri continuassero a rispettare le loro abitudini (3-5 figli/famiglia), in 20 anni potrebbe accadere che gli Italiani non siano più i padroni di casa in quanto numericamente "inferiori"......
Non tento neanche di opporre argomenti a vantaggio della povera Italia e della sua mentalità: abbiamo anche deciso di gestire l'EXPO con la scusa di imporre l'alimento "italiano". Ma come potremo chiamarlo "italiano" se l'industria continua ad alienare tecnologie e marchi e se rischiamo di risultare in un futuro non lontano neanche rappresentati come maggioranza numerica?
La soluzione non è certo quella di proliferare per competere numericamente nè quella di introdurci in un sistema freddamente meritocratico, nè quella di far di conto mentalmente......

...userai la tua fantasia..... di Nunzia Bianco Sala (Gioia del Colle)

Proseguendo nell'intento di rivivere, attraverso la rilettura attenta di versi rigati da Nunzia, momenti di grande emozione che tutti abbiamo senza meno vissuto quando abbiamo dovuto decidere se lasciarci sommergere da quello che ci circonda o ritrovare una ragion d'essere in tutto, anche nel male iperdiffuso, leggiamo "userai la tua fantasia". Incontriamo queste rime in "Poesie della Penombra" (Lacaita Editore, 1986).
Non ti lascerai andare
al grigiore del quotidiano
ravviverai le cose spente
con decise pennellate d'arcobaleno,
certe insulse facce
le animerai con gloriosi baffi di colore
spruzzerai allegri coriandoli
sulle persone rese grigie dalle convenienze
traccerai strisce squillanti
sulla luttuosa lavagna della scuola
e una bella bolla iridescente
farai fiorire sul naso dignitoso
delle persone arrivate.
Userai la tua fantasia, la tua ironia
per non morire di noia.
Nunzia Bianco Sala
Concetto nuovo ed eterno è quello d'utilizzo della fantasia per sconvolgere l'insieme di sensazioni a sfondo perdente che ci invade in occasione di presa d'atto della ineluttabilità di quanto ci circonda. La soluzione semplice, proposta in queste righe profonde coperte solo dall'ironia, è quella della riscoperta dell'intima fantasia, unica vera forza vincente in un mondo in cui si perde. Il richamo all'arcobaleno potrebbe sembrare in un primo momento assai semplicistico, ed invece esprime la gran decisione da prendere: quella di servirsi di una tavolozza proiettata nell'infinito per attingere a colori che ravvivino "cose spente". In questo è il riferimento alla disperazione che accompagna spesso le cose spente, entità che pur tuttavia possono tingersi di variegature infinite e rivivere nell'animo di chi l'arcobaleno non lo possiede ma lo utilizza in fantasia.
Impareggiabile è il ricorso d'immagine a "gloriosi" baffi che possono animare il viso di chi non esprime e rasenta l'insulso perchè nascosto da una coltre di grigio, insolito è il ricorso al coriandolo che può cancellare il grigiore delle convenienze, ardito è il richiamo alla "luttuosa lavagna della scuola", unico strumento di raccolta delle verità.
Un invito è poi ragionevolmente rivolto perchè l'individuo che si crede arrivato possa essere ridicolizzato attraverso una bolla "iridescente" apposta sul suo naso.
Bella è l'espressione del perchè è bene che s'usi l'ironia: non devesi sopire la rabbia, non si deve invece morire di noia.
F.T.

Fuggiti da piazza san Babila i testimoni dell'alimentazione

Certamente il lettore avrà avuto l'occasione di sentir parlare dei "testimoni dell'alimentazione" di cui si è detto in data 18 giugno 2014 (se non ha avuto questa ventura acceda alla nota attraverso di questo sito dalla home page).
I due testimoni dell'alimentazione, mi è stato recentemente comunicato da un'attendibile agenzia di stampa, sono scappati da piazza San Babila. Non ci sono più. Li hanno rivisti alcuni giorni prima di Natale all'aeroporto della Malpensa. Stavano attendendo i visitatori di Expo per iniziare a fornire già al primo impatto una bella immagine di Milano. Pare che un passeggero di ignota nazionalità, appena giunto, si sia lasciato andare ad un commento entusiastico che è stato così trascritto dalla lingua madre: ".....e ce stone a fascene do' sti' brutte crestiane ....? " Abbiamo subito contattato un interprete che ci fornirà la traduzione al più presto.
Intantro pare che si stiano preparando visite guidate, in occasione di Expo, ai più gioiosi luoghi di Milano iniziando dalla fontana a piano terra in quella zona assai ridente e confortevole situata fra le male-copie dei grattacieli di Dubai (il lettore ne troverà traccia in una foto pubblicata in "galleria" di questo stesso sito web).
Pare anche che, per far modello di informazione ai visitatori di Expo sulle nostre abitudini e tradizioni culturali, si provvederà a mandare in onda 24/24 h, sulla più importante nostra rete TV, una trasmissione educativa ed al passo con i tempi che sarà vieppiù migliorativa di quella che ora riempie già di gioia le serate del dopo-lavoro dei poveri che siamo: la trasmissione avrà come oggetto.....i pacchi !!! e per ancor più divertente ed educativo sarà vedere i partecipanti presentarsi con una benda sugli occhi ed un tampone fissato con scotch sulla bocca. Riferimento è fatto in tal modo alla "fortuna" che si dice sia cieca, ma per noi sarà anche muta. Con l'andare dei tempi, infatti stiamo insegnando alle nuove generazioni che i soldi si arrabattano anche senza fare neanche la fatica che i partecipanti a Lascia o Raddoppia facevano ai tempi per imparare un pò di qualcosa che fosse almeno parvenza spicciola di sapere. Con una trasmissione sulla rete per la visione della quale paghiamo anche un canone, si eccitano le menti alla fortuna per la fortuna.....al gioco per il gioco.....all'azzardo per l'azzardo....all caso per il caso, senza la parvenza di un "merito" da acquisire per aver accesso al danaro.
Su un libricino che la mia mamma mi ha donato, oltre alla mia vita e alla sua, leggo un detto di J.Della Valle y Caviedes che vi trasmetto a proposito del merito: il disprezzo che si fa del merito deve aver ispirato certamente l'inventore dei "pacchi"., sì da convincerlo ad annullare il significato del merito e ad enfatizzare solo e soltanto l'importanza del rischio e della fortuna.
Il povero è stupido se tace;
e se parla è uno sciocco;
se sa è un chiacchierone;
se affabile, un imbroglione;
se è cortese è ficcanaso;
quando non sopporta, superbo;
codardo, quando è umile;
è pazzo, quando è risoluto;
se coraggioso, è temerario;
presuntuoso, se discreto;
adulatore, se ubbidisce;
e se rifiuta, grossolano;
se pretende è ardito;
se merita, è senza valore>
J.Della Valle y Caviedes

Il 'male' di scrivere (da 'Versi Essenziali' di Nunzia Bianco Sala)

Così si chiude una raccolta di 'versi essenziali' di Nunzia Bianco Sala pubbllicata nel 2003, molti anni dopo dalla pubblicazione di 'Poesie nella Penombra' del 1986.
Avrei potuto in silenzio
la scena stare a guardare
ma di me stessa mi volli
interprete e burattinaia.
Se avessi taciuto, impunita
sarei alla fine rimasta
guidato ho invece la mano
su ignari fogli incorrotti.
Storie bugiarde ho inventato
aliene al consunto vissuto.
Ho scritto e rimorso non ho
ho pure affondato la penna
nelle mie stesse ferite
e usandola come stiletto
mi sono punta le dita.
Ho scritto e ho pianto, non so...
Scelta per me la superbia
di sussurrare: 'ci sono';
divenni di me delatrice:
ho scritto e rimorso non ho
ho scritto: per carpire tempo
per differire scadenze
procrastinare i verdetti
per orpellare le ore
con fantasioni ricami,
ho scritto per ravvivare
le mie appassite memorie
e i buchi neri colmare. (continua)
I versi della Sala furono presentati nell'86 e nel 2003 da Rocco Fasano, con fine erudizione e competente senso critico, ed oggi solo un cuore ed una penna di altrettanto peso potrebbero riproporre le due opere senza sminuire i contenuti ed il valore 'essenziale' di questa ricca raccolta di poesie dal Sud.
Riproporremo su questo stesso sito alcuni brani di Nunzia Bianco Sala con un appropriato ed altrettanto erudito commento, per riportare in attualità pensieri e rime da non dimenticare.
FT

Adriano Sacco

Prof.Adriano Sacco
Non v'è chimico che non sappia chi sia o non debba sapere chi sia.
Qualche anno fa mi capitò fra le mani un esercizio di stechiometria: in realtà un liceale, chiedendomi aiuto, mi fornì il testo. Fui asssalito da senzazione di rigetto, ma prima di sentenziare scrissi ad Adriano, chiedendogli parere.
Ecco il testo dell'esercizio:
Una membrana semipermeabile separa due soluzioni in cui il solvente è acido acetico e il soluto è idrossido piombico Ph(OH)4, composto che si dissocia in Pb+4 + 4 OH-.
Sapendo che il volume di entrambe le soluzioni è 500 mL e che nella prima si osserva un innalzamento ebullioscopico di 6,20 °C mentre nella seconda di ha un abbassamento crioscopico di 5,85°C, calcola la pressione osmotica a 27°C di ciascuna delle due soluzioni e la pressione osmotica che si determina, alla stessa temperatura, tra le due soluzioni. Indica inoltre in quale delle due soluzioni la pressione osmotica relativa produce un innalzamento del livello del liquido. La densità della prima soluzione è 1,02 g/cm3 e quella della seconda è 1,01 g/cm3. Per l'acido acetico la temperatura di ebollizione è 118,2 °C mentre quella di solidificazione è 16,6°C. Inoltre Keb = 3,07 °C/m e Kcr = 3,90 °C/m.
Ricevo da Adriano la risposta che segue:
Esercizio da respingere. Anche un docente in possesso di molto scarse cognizioni di chimica inorganica elementare dovrebbe sapere che il ione OH- in presenza di acidi sia pur deboli come l'acido acetico, dà luogo alla formazione di sale ed acqua. Affermare che nell'acido acetico l'idrossido piombico si dissocia nello ione Pb+4 più 4 ioni OH- è quindi un boasimevole modo di inoculare idee errate nel cervello degli studenti. L'aver scelto come soluto l'idrossido piombico rende poi ancora più tragica la situazione: si ignorano del tutto le sue potenti proprietà ossidanti ed i pericolosi effetti che ne derivano in presenza di sostanze ossidabili. L'acido acetico bolle a 118°C e prima di poter osservare un innalzamento ebullioscopico di 6,2 °C causato dalla presenza dell'idrossido piombico è assai probabile che si possano invece osservare i violenti effetti distruttivi delle reazioni redox (che facilmente possono avvenire tra il soluto e le molecole di acqua che si formano nella sua reazione con l'acido acetico).
Gli esercizi stechiometrici dovrebbero sempre tener presente quello che succede o può succedere nelle reali condizioni in cui si trovano le sostanze chimiche utilizzate, e non limiarsi a inutili, e diseducativi, esercizi di aritmetica.

Charlot mangiava la scarpa: c'e' chi la sta preparando per noi

bandiera Borbonica
Riscontro alcuni giorni orsono che un quotidiano ha pubblicato l’immagine di Charlot che con molta signorilità è intento a mangiare una scarpa. Avevo proposto altra immagine dello stesso episodio della scarpa nella lettera dello scorso Natale in questo sito.
C’è chi non ha ancora capito che il fulcro di un’economia in sviluppo si identifica con la stabilità e l’incremento della domanda, cui deve corrispondere una potenzialità di produzione a costi che possano non causare depressione della domanda stessa. Il concetto è così facile da acquisire, da far sorgere seria opposizione da parte di chi sostiene che il mondo dell’economia sia accessibile solo a pochi folgorati da influsso divino o solo a quanti abbiano avuto la fortuna di ascoltare le lezioni di economia impartite da chi ha scoperto che il miglior modo per equilibrare un disavanzo sia quello di prelevare danaro dalle tasche di chi quel disavanzo non l’ha certo creato.
Orbene, per incrementare la domanda (quindi favorire gli acquisti e quindi la distribuzione di danaro), occorre che vi sia concreto potenziale d’acquisto, diffuso in modo tale che non risulti solo incrementata la vendita di aerei da bombardamento ma anche la vendita del pane. Se viene a ridursi il potere d’acquisto da parte delle classi sociali più povere, il consumatore di tal genere va in autodistruzione e cioè preferisce andare a spendere i pochi soldi disponibili nell’acquisto di beni non essenziali, la sua vita diviene una corsa verso un benessere fittizio, compera “gratta e vinci”, non crede più nella finalità “etica” del lavoro e decide di svolgere lavoro solo ad alto prezzo. Così il costo del lavoro lievita ad opera dell’intervento di altri approssimati “difensori”, che sostengono sotto bandiere diverse diritti e non diritti. Il sistema finisce per non reggere.
Vediamo ora che fa chi si arroga il compito di gestire la cosa pubblica, anche in questo caso sotto bandiere diverse, con la formale legalizzazione di un voto rabberciato all’ultimo momento. Un esercito di rabberciati economisti continua ad impoverire coloro che hanno ancora un piccolo potere d’acquisto, dando forza alla mano esperta di chi detiene il denaro dietro facciate intoccabili, operando prelievi e balzelli. Tanto valeva tenerci i Borboni, che almeno sventolavano una loro bandiera e non parlavano di unità nazionale, tanto inesistente allora quanto oggi…
Quanto a noi italiani, siamo di dignità ben lontana da quella dei tempi in cui un Ettore Fieramosca, sentendo un francese proferire ingiuria rivolta ai cavalieri di ventura italici fece pagar cara l’offesa nella Disfida di Barletta, tenutasi nella piana fra Andria e Corato (tredici contro tredici, 13 febbraio 1503). Oggi riteniamo invece che le disfide vadano fatte sui campi di calcio, fra squadre (le chiamiamo ancora così?) composte da “salariati” d’alto bordo, idoli di gente da una parte in cerca di motivazioni, dall’altra interessata in mercati che nulla hanno di sportivo.
Pensateci un po’: non erano ancora trascorsi 150 anni dal momento in cui s’era dichiarato esistere un’Italia e già qualche mattacchione pensava di asservirla al peggiore offerente, riuscendoci in pieno e dimezzando il valore di quelle quattro Lire che chi aveva lavorato s’era giustamente guadagnato. Non ho avuto la sventura d’ascoltar lezioni da quei mostri d’economia: credo che se li avessi avuti come docenti avrei avuto il coraggio ed il buon gusto di cambiare facoltà, mentre loro non credo avrebbero avuto il coraggio ed il buon gusto di cambiare in tempo mestiere. Di fatto hanno perseverato: oggi le scarpe da mangiare ce le stanno propinando con condimenti indigesti ed inutili che nulla hanno a che vedere con il rilancio dell’economia.

Caro Antonio Cassano..........(lettera aperta)

Caro Antonio Cassano,
ho ritagliato la tua foto da un quotidiano che parlava di te il giorno prima di Inghilterra-Italia a Manaus. Oggi domenica si dice che l'Italia ha vinto......mentre lunedì prossimo, proprio domani, in Italia avranno vinto i demagoghi.
Chi scriveva di te su quel quotidiano ha detto che ".....da quando hai scoperto di non essere titolare, non ti impegni". Da interista da strapazzo quale io sono e trascorsi (ma mai dimenticati) i tempi in cui giocavo con amici rabberciati al "canalone", proprio in periferia di Bari, con scarpe da calcio di terza mano che presentavano l'unico vantaggio di rompermi i piedi ma di non distruggere le scarpe "buone", sento il dovere di dirti che nessuno mai, tranne la tua mamma, potrà affermare di aver compreso veramente cosa hai provato quando ti è venuta a mancare la gratifica che sentivi di meritare. Non credo proprio che tu non ti impegni, la realtà è un'altra: davvero bravo e sorto dal nulla come tanti italiani, hai dato tutto ma si servono di te solo quando sei comodo.
Non serve a molto questo mio scritto, e me ne servo solo per cogliere l'occasione di accennare ad altre delusioni che molti italiani stanno provando, come te. Ma non per il calcio.Stai tranquillo, ve ne sono tanti in Italia di allenatori come quello che tu ti ritrovi a subire ora, e che dispongono di vita e morte di tutti senza poter sbandierare meriti particolari (il tuo in particolare non eccelleva ai tempi neanche nel tirar calci al pallone), solo perchè investiti di potere da chissà chi, o in virtù di chissà quale merito distinto acquisito sul campo della cultura o della gestione di impresa o su un campo di calcio.
Ma quel che è più grave è che in periodi come questo c'è ancora chi da notizia dell'orario in cui si gioca Inghilterra-Italia. Poche ore prima di questo "avviso" se ne sono anche date altre di notizie: per esempio "....siamo in ritardo per l'Expo....grave!", oppure "....a Venezia cambierà il sindaco! e come mai ?"...... ma non ha capito nessuno che siamo alla frutta? Sì, il pasto è proprio terminato e per trovar cibi nuovi abbiamo risolto...... inventato l'Expo!
Le gratifiche inesistenti? La comprensione dell'umore di tutti? L'onore ? La faccia? La povertà? Sono temi che toccano solo coloro che non contano nulla..........In tutto il mondo si sa chi siamo o con chi siamo oggi identificati....l'importante è simulare epurazioni in orticelli ben guidati, solo per guadagnare più credibilità.
Ma la domanda più spontanea che tocca fare a tutti è la seguente: abbiamo dimenticato che i sistemi attraverso i quali qualcuno ormai innominabile ci faceva credere d'essere all'avanguardia( e che inventava invece gli avanguardisti) erano proprio quelli dell'istituire abbeveratoi di facile accesso e che l'acqua da distribuire era proprio quella della cultura dello sport e della vittoria in pseudo-campionati del mondo?
Ma è possibile sentire ancora parlare in radio ed in TV di "calcio mercato" mentre la gente muore di fame e deve far conto per risparmiare sull'euro, mentre una volta doveva risparmiare sulla lira? E' cambiata solo l'unità di misura, ma mi chiedo se se ne è avveduto qualcuno..pare di no!
Trovata ormai la ragione per cui occorre "pensionare" coloro che ricordano: occorre azzerare la memoria! Ma solo per poter cominciare daccapo...................
Caro Antonio Cassano, scusami se ti ho tirato in ballo per stigmatizzare il comportamento di chi decide che tu non non debba essere "titolare": è una situazione comune quella di subire da parte di chi non sa. E se "cassanata" è divenuto nel gergo sportivo un termine che vuol rappresentare "non accettazione supina dell'incapacità decisionale altrui", mi auguro io stesso che abbiano luogo tante e tante "cassanate" ove l'oggetto del contendere non sia solo il pallone. C'è chi ha voglia di rottamare e chi di "cassanare"......chissà!

Elezioni......? Meglio la 'polis' greca

il prof Angelo Cariello (4° da sin. in basso) con la II D del liceo classico 'Flacco' (Bari 1955)
Mi guardo bene dal fare il politico, il mio povero mestiere è solo quello di insegnare ed operare in chimica degli alimenti ma ricordo quello che diceva il mio professore di greco, Angelo Cariello (di Bitonto), in merito alla socialità ed alla "polis". Ritrovo casualmente vecchi appunti di lezione del liceo proprio in questi giorni in cui si parla tanto di sinistra, di destra, un poco più a destra, un poco più al centro.... con una gradualità di colori non nuova, come quella dell'arcobaleno della cui invenzione non possiamo certo vantarci ma di cui sappiamo fare solo la brutta copia. Ma se nell'arcobaleno dei colori v'è poesia e speranza, almeno quella della fine di un temporale, nell'arcobaleno della partitocrazia non v'è da riporre alcuna speranza di intervento a vantaggio della socialità.
Il carattere "sociale" della "polis" greca era una realtà che non sappiamo, in troppi, immaginare neanche nelle linee più essenziali, tanto oggi si è invischiati in un politicismo che travolge tradizioni e trascura la storia, inneggiando ad una presunta evoluzione che è di dimensione abnorme ed inadeguata alle nostre reali potenzialità culturali. Non ci interessa riflettere, ad esempio, sulle oggettive difficoltà di gestione di un computer o di un sistema informatico qualsivoglia da parte dei molti, e sollecitiamo invece la comunità intera ad uniformarsi alle manie evolutive volute da pochi. Ciò significa abbandonare alle ortiche i fondamenti di quello su cui si fondava la "polis".
Nella "polis", in primis, mancava la figura dell'autorità, che è stata inventata poi al momento dell'involuzione, e copulata poi con il termine "statale" nel momento in cui si è concretizzata, sempre da pochi, la voglia di esercitare supremazia, travisando della "polis" il significato ed il valore: siamo oggi poi giunti a ritenere che a risolvere le problematiche di una comunità debba essere il gioco della forza. Nella "polis" si riteneva inutile un potere esecutivo, visto che di fatto era inconcepibile la radicalizzazione di una differenza fra governanti e governati: il controllo dell'ordine non era nella "polis" costituito come "forza", era invece vigente il principio del diritto e quello della tolleranza. L'iniziativa del singolo era tale da sostituire qualsiasi idea fosse sorta in tema di volontà di organizzazione di forza che potesse usare la coercizione come strumento.
La "polis" era in effetti una "città della ragione" ove lo scambio di pareri, l'opposizione di idee e la dialettica costituivano procedura per vivere secondo ragione, con un ordine concordato dalla comunità nella sua espressione più vera ed aperta. Per chi non ne avesse idea, le "polis" apparvero come entità indipendenti ed autonome nell'VIII secolo a.C. Fu Alessandro Magno poi ad approfittare dei regimi di "non forza" adottati nelle "polis" per sottometterle e distruggerle adottando i mezzi classici dei regimi militari. Ma mentre si inneggia con film "colossal" alla potenza militare di Alessandro, mettendo in evidenza anche i suoi fatti propri in tema di affetti diretti o distorti di cui poco ce ne cale, non si fa altro da parte di improvvisati gestori della cultura organizzata, se non smantellare giorno per giorno i mezzi attraverso i quali si può acquisire cultura sociale basata su principi, che come quelli propugnati nelle "polis", possono condurre ad autonomia del pensiero e conseguentemente a socialità spontanea e non indotta con la forza.
Non v'è mezzo migliore di soggiogamento dei popoli, di quello che si attua attraverso lo smantellamento della cultura, così diceva Angelo Cariello. E piansi con lui, una volta terminati gli anni del liceo, i primi interventi di demolizione dell'insegnamento del latino. Credendo ancora nella libertà ed in coloro che in tre anni di liceo indossavano (da professori) un unico vestito ed un'unica cravatta, scrissi inviperito una "lettera" sulla Gazzetta del Mezzogiorno in tema di essenzialità dell'insegnamento del latino.
Frequentavo il secondo liceo classico quando fu deciso di istituire da parte dell'autorità scolastica una specie di "palestra" in cui avremmo dovuto dare il meglio di noi stessi svolgendo un tema sul significato e sul futuro prevedibile della CECA. Credetti di poter esprimere liberamente il mio parere e mi espressi inneggiando invece alle "polis" come entità autonome rette da principi di rispetto della individualità e autonomia del pensiero, che trovavano soluzione in una socialità di valore superiore alla quale tutti concorrevano per il bene collettivo, ciascuno nell'ambito della singola polis, ovviamente. Mi vidi appioppare da una commissione non ben definita ma creata allo scopo, esterna al mio liceo ed al solito "incognita", una insufficienza grave che suonò come monito a non più esprimere liberamente le mie idee.
Ma quel che v'è di più grave è che per avallare un degrado socio-economico dei più indiscussi si è stati capaci di inculcare negli animi la convinzione dell'utilità di esprimere ancora il proprio pensiero attraverso una semplice croce da apporre a fianco di un simbolo. Posseggo certificati di nascita del '900 in cui la croce veniva apposta sovente da molti e molti che non conoscevano l'alfabeto, ma soltanto il peso di una zappa onorata ogni giorno dal sudore. L'ufficiale di stato civile apponeva poi di proprio pugno l'avallo dell'identità giustificando il tutto con la dizione "...che non sa scrivere". Invito a riflettere sull'affermazione che si sia andati tanto avanti. Ma in tema di "polis" ci sarebbe tanto da riflettere. Rimandiamo alla prossima puntata.
Nella "polis" non si subiva, questo è l'essenziale e non venivano considerate essenziali le elezioni.
Ma per concludere in tema di "subire" includo in questo scritto pesante ed indigesto, non illuminato peraltro dal crisma di una gran testata, il racconto di quanto accaduto all'uscita da un ufficio postale in cui mi ero recato ieri a pagare l'ennesima bolletta.
Mi si è avvicinata una vecchietta che ha chiesto se avessi potuto per favore ulteriormente chiarire quello che l'impiegato, secondo lei, non era stato capace di spiegare. Mi ha mostrato un libretto di risparmio di qualche migliaio di euro e ha detto, in mia lingua d'origine:
- "....so' sciute pe pegghià l'interess e m'hann frecate sidice eur sop'a quarande.....m'hann ditt ca je na legge....non sacce.... m'ann ditt nu nome ca nan m'arrecorde", e continua:
- "jè vere .....pot'ess? me se addisce, segnerie!, ci è stu crestiane ?"
- Signora, è un professore.......- le rispondo timidamente (come sempre)
- "Cape de cazz....! E ce non eve "professore" ce faceve?! " e se n'è andata sconsolata scuotendo la testa.

E' accaduto stanotte

Mi reco dal tour operator di sempre e chiedo quale sia il viaggio da fare per dimenticare le brutture di quest'epoca oscura, tanto oscura da non esser dissimile dalla situazione dagli anni intorno al '900.
Mi risponde che le cose son cambiate dalla notte scorsa: mi dice che si dovrà rivedere tutto in funzione di ciò che è accaduto....
Gli rispondo che non so nulla e lo prego d'esser più chiaro.
- "Sai, mi dice, con le modifiche che ci sono state, non tutti saranno a proprio agio.....però chissà che vada meglio" e mi presenta una stampata a colori con l'immagine di una "Comunità Mediterranea".
Gli chiedo se me ne può fornire copia: è quella che qui riporto a fianco.
Strabuzzo gli occhi e chiedo dove son finiti gli altri Paesi....
- "Mare, mare, mare,.... si sono allontanati dall'altra parte dell'emisfero, pare che non ci sopportino, si dice così, ma aspettiamo conferme.
Vedo che l'Inghilterra è ancora lì e mi consolo: almeno...possiamo godere dei sacrifici fatti per imparare una lingua che non ci apparteneva....... Gli domando se resta in comunità.
- Mah! - mi risponde l'interlocutore - dice che sta li per sovrintendere ancora per un po', fino a che non impariamo bene ad esprimerci, poi se ne va anch'essa dall'altra parte.....Non può perdere certo gli stage a Londra, Oxford e Cambridge degli studenti........Ci ha proposto anche la Sterlina, se vogliamo..... Ma il territorio suo non è nel contorno dei Paesi che stanno sul Mediterraneo, la vedi la riga rossa? E' quello il contorno della Comunità Mediterranea, si chiama così....ora! Vogliono almeno fare le vacanze da noi e quindi ci stanno vicini.....almeno rimettono su i Trulli di Alberobello e circondario.
Gli chiedo se dobbiamo sorbirci ancora una delle trasmissioni TV della sera per acquisire il parere di uno dei conduttori su che ne sarà degli 80 o 85 Euro per la sussistenza…
- Pare che non ci saranno più trasmissioni di quel genere oltre le 20, e che proprio dopo le 20 ci saranno lezioni di latino e greco... o di storia, per chi gradisce.
Chiedo che ne sarà della moneta……
- Macchè, pare che siano ritornate le Lire e c'è chi sta già convertendo la moneta corrente in Lire moltiplicando la “corrente” per il fattore 4,02345694. Ritornano le Pesetas, gli Escudos, le Dracme, i Franchi... insomma grandi riforme!
- Ma si sa qualcosa delle tasse, della Tarsug, dell'Intrap, dell'Incu ecc.? - chiedo incuriosito.
- So solo, risponde il tour operator, che ci sarà una tassa unica sul reddito del 18% fissa per tutti.... non abbiamo debiti per coesistere nella Comunità Mediterranea.....e tra l'altro si desisterà dai sorrisi di scherno fra regnanti e regnanti......
Gli chiedo se sarà in grado di darmi altri ragguagli, Mi promette che sì e lo saluto felice, anche senza proposta di viaggio in tasca. Mi dice che con questi chiari di luna costano troppo. Nel contempo sento che qualcuno mi strattona........"sveglia! ....ma che sognavi ?"
- "Un mondo fatto di Stati che hanno in comune almeno il mare………" è quello che riesco a proferire mentre mi butto giù dal letto.

CAMBIARE SI, MA.......
"figghietta", contenitore d'olio del '900 (*)
Ho comperato anch'io venerdì scorso il libro di Alan Friedman per i tipi della Rizzoli e con titolo "Ammazziamo il gattopardo". L'ha scritto per noi, lui è americano, è fuori dalle nostre miserie d'oggi anche se vive qui. Nell'interno di copertina c'è chi si chiede "perchè l'Italia è precipitata nella crisi peggiore degli ultimi trent'anni" e nello stesso tempo si fa qualche ipotesi: "la colpa è della Germania, dell'austerity imposta dall'Europa, della moneta unica? O della mediocrità della classe dirigente?".
Nel prologo si ritrova giustificazione del titolo, così scrive Alan Friedman:
"...Dobbiamo mandare a cuccia in via definitiva quell'animale, quella creatura che Giuseppe Tomasi di Lampedusa ci ha presentato in modo magistrale come l'esempio massimo della cinica resistenza al mutamento reale: "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". Come il giovane Gattopardo durante il risorgimento era senza scrupoli, pronto a fingere di sposare il nuovo per conservare il vecchio, così per decenni gli italiani hanno fatto riforme finte, parziali o nulle, perchè tutto rimanesse com'era."
Non voglio propinare al benevolo lettore di questo sito un mio riassunto dei contenuti del testo, che risulterebbe solo brutta copia dell'originale. Mi è comodo prendere spunto dal messaggio trasmesso con il titolo del libro per fare una breve disquisizione sul significato che può assumere il termine "cambiamento": in definitiva, credo che occorre intervenire e cambiare senza far finta (come si dice giustamente nel libro in questione), ma... c'è modo e modo di cambiare.
....anche a Milano si cambia coreografia senza tuttavia migliorare nulla. Si incominciò, un certo numero di anni orsono, facendo comparire, in una piazza, una fontana da cui fuorusciva e fuoriesce ancora un ago e un filo: forse l'immagine faceva da anteprima alla condizione di straccioni che di li a breve avremmo acquisito e quindi alla necessità di riscoprire ago e filo per rammendare i pantaloni di tutti, fuorchè dei responsabili del cattivo gusto. Comparve poi in altra piazza una struttura che spinse tutti a fare illazioni sul messaggio trasmesso da chi aveva fuso della ferraglia producendo una ruota bucata da ogni parte che ruotava su se stessa anche perche fosse mostrata nella sua completezza: una ruota bucata da ogni parte non può se non lasciar pensare allo sfascio culturale ed edilizio verso cui ci stavamo dirigendo. Sul piazzale della stazione Centrale comparve poi una struttura malfunzionante quanto ingombrante che avrebbe dovuto introdurre a ripensamenti sul significato dell'alba che stava per sorgere, conato verso nuovo rinascimento dell'arte locale: la struttura fu archiviata di lì a poco, sicuramente dopo il saldo delle competenze di coloro che dovevano essere ritenuti i responsabili quell'ennesima bruttura. L'alzaia Naviglio, nello stesso tempo, mostrava l'abbandono di ogni attività di necessario intervento e i residui di una Milano antica venivano abbandonati a se stessi.
Finalmente comparvero i bombolettari, e la città vive ancora nella "curiosità" che suscita l'intervento diurno e notturno degli artisti competenti, su muri spesso appena restaurati alla decenza.
Ma adesso fortunatamente aspettiamo l'EXPO: questo sì che risolverà il tutto! E quindi via libera ai grattacieli e ad un quartiere votato a divenire triste e falso come quello di un ennesimo centro commerciale: a due passi da uno stabile una volta sede del comune oggi abbandonato e non utilizzato neanche a dormitorio per i poveracci senza casa e senza tetto.
A pochi passi di lì, si sono intanto ingegnati perchè non piova nella zona ricavata fra due strutture multipiano che scimmiottano l'architettura di Paesi che possono.....al contrario del nostro.
Ma, ragazzi, c'è l'EXPO che risolverà tutto! Noi avremo da esporre statistiche di crescita del numero di aziende che lasciano quotidianamente l'Italia, di innovazione da parte di industrie che falliscono, di numero di studenti preoccupati che occupano una miriade di università ove tanti docenti fanno disperatamente i docenti e non perdono tempo in ricevimenti inutili con i padroni di quei grattanuvole brutti e ferruginosi.
C'è l'EXPO che salverà tutto! Che abbiamo oggi da invidiare al ventennio ed a quell'incapace che sognava di rivolgere all'oriente le attenzioni di un'Italia povera, regalando a Bari la fiera del Levante con un ingresso sistemato strategicamente su un "bordomare" fra i più promettenti solo per l'impiego come sede per il consumo estemporaneo di angurie?
Giustifichiamo con un EXPO la costruzione di metropolitane, sventrando e snaturando una bella città come Milano per la migliore futura comodità dei frequentatori di quella fiera delle meraviglie che risolleverà le sorti d'Italia? Quasi che fra i frequentatori ed i gestori di quella fiera sia già garantito vi sia una maggioranza di gente che viaggerà in metropolitana...invece che in auto....
Ma hanno mai pensato i milanesi all'amore per lo sperpero che caratterizza tante operazioni svolte a loro utile? Quanto danaro sarà stato gettato alle ortiche varando la brutta sede della Fiera di Rho? Altra cattedrale abnorme nelle misure e caratterizzata già dalla quantità di sporco adeso alle strutture metallo-vetrose ideate dalla stessa pletora di inventori che ha coperto di ferraglia e vetri la zona ispirata ad una Dubai di casa nostra...!
Non sono milanese, ma sono ancora Italiano, vi sono miei antenati carbonari che hanno dedicato la vita al Risorgimento e non mi piace che vengano propinate "ricette" per la salvezza da chi italiano non è. Il buon Alan a pag. 182 espone la "ricetta" della salute in 10 punti ma proprio perchè non è italiano non individua una delle cause più semplici del degrado culturale ed economico attuale: lo "sperpero" generalizzato del danaro.....sotto gli occhi increduli di gente che lavora ancora per il pane e non per il companatico.
(*) - ll contenitore mostrato in figura (diam. 10 -12 cm), oggi pezzo da collezione realizzato da V.Del Monaco (Grottaglie), conteneva la quantità d'olio consentita per il fabbisogno settimanale di una famiglia contadina. Il beccuccio era appositamente strozzato perchè l'olio fuoruscisse a filo.

Qualcuno afferma di poter sentenziare sul tema della diversità dei meridionali

Liceo Quinto Orazio Flacco – Bari
Leggo sulla rubrica "spettacoli, cultura, sport" de La Repubblica di giovedi 9 gennaio 2014 una specie di recensione di un volume di Emanuele Felice in vendita a partire dalla stessa data con il titolo: "Perchè il Sud è rimasto indietro"(Ed. Il Mulino).
Non ho letto ancora questo volume, ma quanto scritto in recensione non mi pare consenta di dare alto credito alle ipotesi che verrebbero addotte in risposta al "perchè......". Forse, e chi ora scrive lo vuol credere, la recensione è ben altro che il contenuto originale dell'opera, ma talune affermazioni lette in recensione lasciano immaginare che la voglia di scrivere in tema di storia economica (il volume è presentato come un'opera di storia economica) abbia condotto a confondere certo involontariamente fra storia e conseguenze di un percorso storico, che sono ben altra cosa.
Intanto, non credo sia necessario ripercorrere gli stereotipi e quindi le risposte facili alla domanda sul perchè il Sud sarebbe rimasto indietro se proprio si volesse dimostrare che tali risposte facili siano sbagliate. Intanto l'autore, se la recensione è fedele al contenuto del volume, ponendo la domanda sembra proprio che consideri scontato il fatto che il Sud sia rimasto indietro di centocinquant'anni!
Si legge infatti che "....Una prima risposta (forse la più facile) fa appello alla diversità, congenita o addirittura genetica, dei meridionali". Così recita l'articolo/recensione. Questa frase intanto l'avrebbe semplicemente rigata di blu un docente liceale. Mi piace immaginare come Leonida Altomare, mio docente di italiano al Liceo Quinto Orazio Flacco di Bari, avrebbe spiegato come l'uso del termine "diversità" imponga l'esplicitazione, in primis, di un termine di paragone. Diversi da chi? dal mondo intero? non pare intanto vi siano documentate risultanze di indagini genetiche che possano far considerare "lecita" o "scientificamente provata" tale affermazione.
Facendo ricorso poi alla logica da adottare nel lessico, non si intuisce cosa possa significare l'accoppiata "diversità congenita": forse chi scrive la recensione vuole affermare che l'infelice espressione fa parte di uno stereotipo secondo il quale la diversità dei meridionali dagli altri italiani possa trovare giustificazione nel profondo della struttura del DNA?
Non sono del parere che vi sia necessità che l'autore del volume assolva nessuno, nè che si debbano commentare quelli chiamati "stereotipi", se davvero si vuol affermare da parte dello stesso autore del testo che le risposte facili sono da considerarsi "sbagliate".
Considero inevitabile invece la sensazione di meraviglia che si genera quando comunque si disquisisce sull'affermazione "Il Mezzogiorno è rimasto indietro" o l'equivalente che conduce lo stesso attore della recensione a proporre la domanda "perchè il Sud è rimasto indietro per centocinquant'anni?".
In modo molto brutale e sintetico mi vien voglia di commentare con pari faciloneria per brevità nel modo che segue: forse tanti gestori dell'Italia d'oggi dimostrano invece di adottare nella conduzione della res publica criteri avanzati di 150 anni? Non andiamo oltre......sarebbe difficile limitare il commento a poche righe.
Quello che relega la recensione in questione (o proprio il volume.. per ora non lo so) in posizione letterariamente dubbia e storicamente discutibile (a dir poco!) è il finale: "...chi ha soffocato il Mezzogiorno sono state le sue stesse classi dirigenti", così si legge.
A farla breve contrappongo uno scritto comparso il 14 novembre 1892 sul quotidiano "Il Meridionale" che si pubblicava a Bari e che rieditava un testo apparso sul n.309 di "Epoca" (Genova): Il testo menzionava il Giolitti, non certo nato a Santa Maria di Leuca:
"On Giolitti.......a chi crede di gabellare la vantata ricchezza italiana? - Egli, come indici della nostra prosperità guarda al consumo del carbon fossile, all'aumento di popolazione, alle casse di risparmio e non si è accorto che sono indici di tempi passati e che le nostre risorse sono esauste: che i principali nostri prodotti, vini, oli, sete, stazionano invenduti o di molto ribassati, che l'esportazione scema, che l'industria langue ed è impossibilitata a progredire; che i depositi alle casse sono andati man mano descendendo stante una consumazione improduttiva, che questi stessi depositi rappresentato trasformazioni di capitali delle terre vendute a vile prezzo per la preferita ricchezza mobiliare e che questa stessa tendenza è un segno dei bisogni urgenti della nazione; che l'oro è andato via; che la carta moneta è immensamente aumentata insieme ad una quantità enorme di titoli fittizi.....ecc."
Lo stesso Bruno Vespa in "Il cuore e la spada" (2010) dice di Giolitti che alle elezioni del 1904 fu attento a reclutare nel Mezzogiorno circa 200 deputati di assoluta fedeltà che furono definiti come suoi "ascari": venivano scelti fra i mariuoli perchè potessero essere usati e ricattati con facilità.
Evito di riportare quanto sarà oggetto di un mio volume che presto apparirà, destinato ad evidenziare alcuni aspetti di una realtà che si deve evitare, per buon gusto e per onore di verità, di rappresentare contrapposta ad altre che qualcuno vuol far passare come "avanzate".
Forse le necessità tipografiche non hanno consentito a chi ha redatto la recensione del testo "Perchè il Sud è rimasto indietro" (stesso nome dell'autore?) di esporre in maniera più esaustiva e rappresentativa la sequenza delle tappe storiche che si sono poste come caratterizzanti: compaiono i riferimenti a Francesco II di Borbone, al fenomeno dell'emigrazione e al trasferimento di lavoratori nelle fabbriche del Nord.
Chi afferma che il Mezzogiorno sia stato soffocato dalle sue stesse classi dirigenti sappia che il problema sta nell'identificazione di chi siano stati i veri dirigenti: tanto per cominciare, Garibaldi non fu chiamato certamente dal Sud, ma fu vittima di mire .....diciamo espansionistiche di altri non certo residenti a Torre a Mare...........(*)
(*) la citazione non è casuale: da "Nicola" a Torre a Mare (Ba) si ha la fortuna di non imbattersi mai in pesce imbalsamato in città vantate come essere 150 anni più avanti nelle tecniche di stabilizzazione delle mummie....

Particolare dell’edificio donato da Vito Tateo nel ‘700 a destinazione “ospedale” in Putignano (Ba)
Buon Natale!

.....si usava fare questo augurio anche ai tempi in cui non tutti gli uomini d'oggi hanno avuto la fortuna di vivere.
Eravamo veramente poveri nel 1935 o giù di lì, e a comandare su tutti c'era un incapace (siamo buoni! È Natale) che aveva ritenuto utile richiamare in guerra anche il mio papà.... persona che non riteneva utile o tollerabile neanche il semplice litigio fra bimbi.
Aspettavo in coda con il mio fratello maggiore la distribuzione del pane, - ma era poi pane? ...in coda con una tessera nelle mani, e la mia mamma divideva in cinque parti quel filone e lo riponeva in cinque sacchetti di tela: era la razione di cinque componenti di una famiglia. Il miracolo lo identificavo con il ritrovare a sera ancora una razione da consumare, nel sacchetto di mia proprietà, dopo che la prima era stata da me consumata tutta in una volta a mezzodì. C'era qualcuno che se ne privava, ma era la mia mamma.... solo lei si sarebbe privata di qualcosa per darla a me…
L'albero che sovrastava il presepe era addobbato con mandarini, i pastori erano la più parte zoppi o monchi, avevano visto epoche migliori.... ma la sera di Natale avevamo il coraggio di dire "Buon Natale", aspettavamo tempi migliori con la sicurezza che sarebbero prima o poi arrivati. Bastava avesse desistito quel solo incapace dal voler perseguire le proprie folli mire, e tutto sarebbe ritornato a posto, anche il mio papà....
Oggi sento fiumi di parole che un sistema di divulgazione "avanzato" permette di distribuire capillarmente in ogni casa, e sento le proteste di altrettanti uomini in guerra o reduci da guerre che un numeroso stuolo di potenti ci ha preparato senza neanche prometterci un impero in ricompensa. La ricompensa promessaci pare sia quella di farci vivere definitivamente in compagnia (o meglio succubi!....) di coloro che costituivano simbolo di potenza a cui un incapace (sempre quello) aveva tentato di informare il proprio vivere.....
Ma perchè oggi sono invece tanti coloro a cui obbedire ancora una volta? Perchè ancora tante mamme sofferenti in attesa di un futuro migliore per i loro ragazzi? Non è poi servito a nulla illuderli anche con una laurea! Gli uomini ancora una volta sono in guerra, questa volta nelle piazze, ancora disarmati come una volta. L'unica vera arma utile pare ancora oggi sia soltanto l'augurio di
Buon Natale!
